Aprile normalmente è un mese tranquillo per le istituzioni europee. La doppia Pasqua (cattolica e ortodossa) impone una pausa prolungata. Le riunioni del Consiglio dell’Unione europea vengono minimizzate, perché si tengono a Lussemburgo. La sessione del Parlamento europeo si tiene solo a fine mese. Quest’anno Ursula von der Leyen ha deciso di convocare il suo collegio dei commissari per adottare proposte e prendere decisioni solo il 28 aprile. Almeno la presidenza cipriota dell’Ue ha deciso di convocare un vertice informale dei capi di stato e di governo sull’isola il 23 e 24 aprile, con annesso un incontro con i leader del Golfo e del Mediterraneo, che permetterà di non sprecare un intero mese. Ma tutto può cambiare in qualsiasi momento. Perché, al di là del calendario ufficiale, l’Ue è in balìa delle scelte che Donald Trump farà sulla guerra in Iran e delle ripercussioni economiche ed energetiche sull’Europa. Il vertice a Cipro di fine aprile con i leader della regione potrebbe diventare l’occasione per l’Ue di ritagliarsi un ruolo in medio oriente e nel Golfo se la guerra sarà finita. Ma in caso contrario? E se l’Iran continuerà a tenere chiuso lo Stretto di Hormuz? Prezzi di petrolio e gas alle stelle, pericolo di stagnazione, inflazione che è già ripartita verso l’alto, adattamento dello stile di vita per ridurre i consumi di energia: aprile 2026 potrebbe assomigliare alla crisi economica del Covid nel 2020 e a quella energetica seguita alla guerra della Russia nel 2022. Non si possono escludere vertici straordinari e riunioni ministeriali in videoconferenza convocati all’improvviso. Per certo il 30 aprile si terrà la riunione del Consiglio dei governatori della Banca centrale europea. Alcuni banchieri centrali stanno già invocando un rialzo dei tassi di interesse.
Le elezioni più importanti del 2026 per l’Ue
Il 12 aprile segnerà la fine del lungo regno di Viktor Orbán in Ungheria? Secondo i sondaggi, per la prima volta da quando è tornato al potere nel 2010, c’è una possibilità concreta che il primo ministro ungherese e il suo partito Fidesz perdano le elezioni quel giorno. Péter Magyar , con il suo partito Tisza, è nettamente in testa nelle intenzioni di voto registrate dai sondaggi indipendenti. Ci sono molte incognite, compresi i trucchi che Orbán ha usato per restare al potere. I collegi uninominali sono stati ridisegnati per favorire Fidesz. Tisza avrà bisogno di cinque punti percentuali di vantaggio per assicurarsi la maggioranza assoluta in Parlamento. Il cambio di regime a Budapest è l’esito auspicato da gran parte dell’Unione europea. Orbán non solo sta bloccando con il suo veto il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, che era stato concordato a dicembre dai leader (compreso il premier ungherese) e che è vitale per Kyiv. L’Ungheria è diventata una autocrazia elettorale al servizio di potenze straniere ostili – Russia, Cina e gli Stati Uniti di Trump – che non rispetta più i valori fondamentali e le regole di base dell’Ue. In caso di sconfitta Orbán potrebbe sottoporre l’Ue a un’ulteriore prova, se dovesse cercare di restare al potere contestando i risultati o annullando le elezioni, magari con la scusa delle interferenze straniere. Bruxelles è impreparata a questo scenario, così come è impreparata a risolvere il problema Orbán se dovesse vincere le elezioni. Nel frattempo, dopo lo slovacco Robert Fico e il ceco Andrej Babis, altri emuli del premier ungherese potrebbero entrare al Consiglio europeo. Il 19 aprile sarà la Bulgaria ad andare a elezioni anticipate. Il favorito è Rumen Radev, l’ex presidente filorusso del paese, il cui partito Bulgaria progressista è nettamente in testa nei sondaggi.
Che fare con la Cina di Xi Jinping?
Ursula von der Leyen ha deciso di interrompere la lunga pausa dei suoi commissari il 13 aprile per una riunione del collegio dedicata a un dibattito strategico sulla Cina. Con ogni probabilità sarà l’occasione per discutere anche di Ungheria e dei risultati. Ma c’è urgente bisogno di un aggiornamento della dottrina dell’Ue sulle relazioni con Pechino. Ufficialmente la strategia di von der Leyen rimane il “de-risking”, la riduzione dei rischi. Ma i conflitti che Donald Trump ha avviato contro l’Europa – dazi, Ucraina, Nato, Groenlandia, oltre alle conseguenze della guerra in Iran – hanno fatto passare in secondo piano il tema della coercizione economica cinese. Alcuni leader – come lo spagnolo Pedro Sánchez – promuovono attivamente un riavvicinamento con la Cina per procedere a un “de-risking” dagli Stati Uniti di Trump. Emmanuel Macron e Friedrich Merz sono stati in visita a Pechino per tentare di riequilibrare le relazioni. Ma il presidente cinese, Xi Jinping, finora è rimasto sordo a tutte le richieste degli europei: ridurre il sostegno alla Russia, tagliare le esportazioni della sovracapacità produttiva cinese verso l’Ue, aprire il mercato cinese e garantire stabilità nelle forniture di materie prime critiche e semiconduttori. Come con Trump, la Commissione è stata molto cauta di fronte alla prospettiva di entrare in un rapporto di forza con Xi. Due rapporti recenti dell’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza e dell’European Council on Foreign Relations sostengono che l’Ue dovrebbe adottare un approccio più assertivo. La Cina è fragile al suo interno, anche sul piano economico. L’Europa ha “leve” e “carte” da usare. Ha anche strumenti, come quello anticoercizione. A condizione che voglia usarli.
La Russia alla biennale discussa dai ministri degli esteri
Il 21 aprile i ministri degli Esteri dell’Unione europea si ritroveranno a Lussemburgo per un Consiglio Affari Esteri dedicato a Ucraina e medio oriente. Ma la presidenza cipriota ha deciso di inserire un altro punto all’ordine del giorno: la decisione della Fondazione della Biennale di Venezia di permettere alla Russia di riaprire il suo padiglione per l’edizione del 2026, nonostante la guerra di aggressione contro l’Ucraina. La richiesta di dibatterne tra ministri degli Esteri è stata presentata dalla Lettonia e sostenuta da diversi stati membri. La Commissione ha già minacciato di tagliare i fondi dell’Ue alla Fondazione Biennale, se sarà effettivamente consentito alla Russia di partecipare.