Troppo spesso la sovranità digitale europea è stata raccontata come la cronaca di un fallimento: un’Europa condannata a inseguire i giganti americani e cinesi, ridotta a semplice mercato aperto, regolato ma impotente. Questa visione è falsa e disarmante.
Nel mondo che sta emergendo – dove la relazione di fiducia del dopoguerra lascia il posto a rapporti di forza espliciti – l’Europa dispone già di carte decisive.
Per resistere, innovare e competere ci sono infrastrutture critiche, attori unici, un mercato interno vastissimo e un arsenale normativo senza eguali. A condizione però di usarli come veri strumenti di potenza. Questo testo si pone quindi in controtendenza rispetto al discorso dominante: non si tratta di chiedersi “come recuperare il ritardo”, ma come giocare in modo intelligente le carte che abbiamo – infrastrutture, dati, imprese, mercato, ricerca e competenze – per incidere sui rapporti di forza digitali, senza rinunciare a ciò che è al cuore del progetto europeo: stato di diritto, libertà e stabilità normativa come base dell’innovazione.
L’Europa non ha perso la rivoluzione digitale: ha cambiato terreno. Da vent’anni si ripete che l’Europa avrebbe “perso” la rivoluzione digitale, per mancanza di giganti come i Gafam o leader del cloud, lasciandosi sfuggire il valore delle piattaforme basate sui dati personali. Ma concentrarsi solo su questo fronte significa non vedere una realtà più ampia: l’Europa si è posizionata altrove, come potenza normativa, garante dei diritti fondamentali e costruttrice di infrastrutture industriali. Invece di inseguire il modello “winner takes all” delle piattaforme B2C, l’Europa ha costruito uno spazio informativo regolato, attento alla privacy e allo stato di diritto, ponendo le basi per un mercato digitale unificato. Oggi dispone delle capacità industriali, delle competenze e della dimensione di mercato necessarie per essere protagonista della nuova fase del digitale – quella dei dati industriali e dell’intelligenza artificiale – a condizione di aggiornare il proprio approccio politico.
Dalla fiducia alla diffidenza, si è tornati ai rapporti di forza. L’ordine del Dopoguerra si basava su una fiducia istituzionalizzata – Bretton Woods, l’Organizzazione mondiale del commercio, la Nato, l’articolo 5. Questa architettura si sta sgretolando sotto la pressione di guerre commerciali, sanzioni extraterritoriali, controlli all’export tecnologico, spionaggio economico e appropriazione dei dati. Ciò che emerge non è il caos, ma una nuova grammatica: rapporti di forza espliciti, anche tra alleati. In questo contesto, essere un “partner affine” non basta più a garantire protezione. I programmi di sorveglianza di massa, il Patriot Act, la sezione 702 e le attività di intelligence tra alleati hanno mostrato i limiti della solidarietà. La lealtà transatlantica non ha impedito né lo spionaggio né l’uso unilaterale di leve giuridiche e tecnologiche.
L’Europa deve quindi compiere una trasformazione strategica: mantenere il proprio progetto di pace e diritto, ma rafforzare i propri attributi di potenza per proteggere la propria autonomia decisionale. Finché si considererà un partner docile, rischierà di restare in una posizione di dipendenza – soprattutto nei confronti degli Stati Uniti. E’ necessario mappare le dipendenze per riequilibrarle. Una sovranità digitale matura inizia da una mappatura lucida delle dipendenze, articolata su tre livelli: infrastrutture, dati e servizi. Le infrastrutture digitali – reti, cloud, server, sistemi operativi, software strategici, calcolo ad alte prestazioni, cybersicurezza – dipendono ancora in larga misura da tecnologie non europee. L’obiettivo non è l’autarchia, ma la protezione di ciò che è vitale per sicurezza, economia e democrazia sotto giurisdizione europea. L’Europa dispone già di attori chiave: OVHcloud, Scaleway, T-Systems, Orange nel cloud; Thales, Atos/BDS, Stormshield, Orange Cyberdefense, F-Secure, Secunet nella cybersicurezza; Bull/Atos e centri nazionali per l’Hpc; Nokia ed Ericsson per le reti. La sovranità consiste nel mobilitare questi attori dove necessario, attraverso appalti pubblici, certificazioni e clausole di reversibilità.
I dati sono un patrimonio strategico anche per l’Ue. I dati – personali, industriali, scientifici, pubblici – costituiscono un patrimonio informativo. Il loro valore deriva dall’uso. Quando le piattaforme accedono ai dati in cambio di servizi, si tratta di una transazione economica. Due princìpi devono prevalere: alcune categorie di dati devono restare nello spazio giuridico europeo; e le piattaforme che monetizzano l’accesso ai dati e al mercato europeo devono essere soggette agli stessi obblighi fiscali e normativi degli altri operatori. Un’Iva unica sui servizi digitali sarebbe più coerente di una nuova “tassa Gafam” simbolica.Su servizi e piattaforme occorre stabilire priorità. Non si tratta di escludere a priori gli attori extraeuropei, ma di definire le priorità dell’Europa. Alcuni usi possono essere affidati a loro. Altri – quelli che coinvolgono funzioni sovrane, dati critici o settori strategici – devono essere garantiti da soluzioni europee. Non tutto deve essere sovrano, ma tutto ciò che è critico deve poterlo essere.
Il cuore del progetto europeo è la creazione di uno spazio digitale integrato con regole comuni per i 27 stati membri. Cinque testi ne costituiscono i pilastri: Gdpr e Data Governance Act per i dati, Digital Services Act, Digital Markets Act, Data Act e AI Act. Considerati singolarmente, sono spesso percepiti come vincoli. Presi nel loro insieme, creano un vero mercato unico digitale – assente nella prima fase della rivoluzione dell’informazione (2000-2025), che era stata dominata dai dati personali. La frammentazione normativa ha impedito la nascita di attori europei di dimensione globale. La fase successiva (2025-2050) sarà quella dei dati industriali – produzione, mobilità, sanità, energia. In questo ambito l’Europa dispone di un vantaggio decisivo: una base industriale densa e sistemi tecnici altamente interconnessi. E’ questa risorsa che gli attori esterni vogliono acquisire – ed è quella che l’Europa deve proteggere e valorizzare secondo le proprie regole.
Il potenziale tecnologico europeo è sottovalutato. L’Europa è spesso descritta come tecnologicamente debole. E’ un errore. Pur non avendo giganti come i Gafam, dispone di un ecosistema di attori che costituisce una base solida. In prima linea, Asml, leader mondiale nella litografia avanzata, e Imec, vicino a Bruxelles, uno dei principali centri di ricerca in micro e nanoelettronica. Attorno a questo nucleo si sviluppa un ecosistema ampio: OVHcloud, T-Systems, Orange, Scaleway nel cloud; Thales, Atos, Stormshield, Rohde & Schwarz Cybersecurity, Kudelski Security nella cybersicurezza; Nokia ed Ericsson nelle reti; Siemens, Dassault Systèmes, Sap, Hexagon nei software industriali; e grandi centri di ricerca come Cea-Leti, Fraunhofer e Imec.
Queste capacità non coprono tutto, ma sono sufficienti per proteggere le funzioni vitali, offrire alternative credibili e pesare nei rapporti di forza. In alcuni ambiti, l’Europa è addirittura indispensabile. E’ questo capitale che va organizzato politicamente e valorizzato strategicamente.Mercato interno e finanza sono le armi dimenticate. La forza dell’Europa risiede anche nel suo mercato interno – uno dei più grandi e solidi al mondo – che rappresenta una quota significativa dei ricavi delle grandi piattaforme non europee. Deve essere considerato uno strumento di sovranità: imponendo regole europee a chi vi opera e prevedendo restrizioni mirate in caso di violazioni.
Tuttavia, manca ancora un sistema finanziario adeguato. Il completamento dell’Unione dei mercati dei capitali è essenziale. Finché le imprese europee dipenderanno da finanziamenti esterni o frammentati, resteranno vulnerabili. Una vera unione finanziaria permetterebbe di sostenere campioni tecnologici e proteggere settori strategici come cloud, semiconduttori, IA, cybersicurezza e tecnologie quantistiche.
Per passare da partner passivo a potenza assertiva, l’Europa possiede già tutti gli strumenti per riuscire nella rivoluzione digitale: competenze, infrastrutture, industria, mercato e capacità normativa. Ciò che manca è la volontà politica di affrontare i rapporti di forza. Serve un cambio di paradigma: abbandonare la retorica rassicurante dei “partner affini” e adottare una visione strategica delle proprie dipendenze e risorse. Difendere l’interesse europeo può richiedere fermezza, reciprocità e, talvolta, restrizioni. Non è più il tempo di un’Europa che si scusa per essere una potenza. E’ arrivato il momento per chi saprà esercitare il proprio mandato di interesse generale con rigore, lealtà europea e determinazione, in un mondo in cui la fiducia non basta più e la sovranità digitale è diventata uno dei terreni centrali della politica di potenza.
Questo testo è ripreso dalla newsletter “Il Mattinale Europeo”.