Un brainstorming per arrivare a una “road map” sulla competitività
Un “ritiro” informale per fare con l’economia e la competitività nel 2026 ciò che è stato fatto sulla difesa nel 2025. António Costa, il presidente del Consiglio europeo, ha convocato i capi di stato e di governo il 12 febbraio nel castello di Alden Biesen, in Belgio, per tracciare una “road map” sulle iniziative volte a rilanciare la crescita economica. Mario Draghi ed Enrico Letta, gli autori di due rapporti sul mercato unico e sul futuro della competitività, saranno presenti. Friedrich Merz e Giorgia Meloni hanno inviato un “non paper” congiunto per chiedere che le priorità siano la sburocratizzazione, il mercato unico e gli accordi di libero scambio. Ursula von der Leyen ha iniziato a preparare il terreno con un seminario della sua Commissione il 4 febbraio. Il giorno prima del “ritiro”, l’11 febbraio, ad Anversa, si terrà anche un grande summit con i leader del mondo delle imprese. Sono attesi molti annunci. Costa vorrebbe fissare una “road map” per portare a termine le iniziative. La principale riguarderà la proposta di un “ventottesimo regime” che la Commissione presenterà a marzo: un insieme di regole societarie, fiscali e lavorative unificate a livello di Ue, operanti in parallelo ai 27 ordinamenti nazionali, per semplificare la vita alle startup innovative.
La “road map” di Costa dovrebbe prevedere l’impegno dei leader ad accelerare su diversi pacchetti legislativi già presentati o in via di presentazione da parte della Commissione: reti europee, integrazione dei mercati dei servizi finanziari, reti digitali, innovazione, area di ricerca europea. I leader daranno mandato a Ursula von der Leyen di lavorare rapidamente anche sugli accordi di libero scambio che la sua Commissione sta negoziando: dopo i successi con l’India e con il Mercosur, è il momento di concludere con Australia, Malesia, Filippine ed Emirati Arabi Uniti. Il più forte incentivo ad agire per i leader dell’Ue sono i dazi di Donald Trump e la coercizione economica della Cina.
Ma la “road map” e gli annunci che seguiranno rischiano di nascondere i problemi tutti interni all’Ue legati al funzionamento del mercato unico. Il commercio intra-Ue di beni è in calo. Quello dei servizi è fermo. Gli stati membri moltiplicano gli ostacoli invece di rimuoverli. Impegnata altrove, la Commissione ha rinunciato a rimuovere gli ostacoli più politicamente controversi e ha smesso di fare il gendarme con le procedure di infrazione. Il Fondo monetario internazionale stima che i “dazi interni” derivanti dalle barriere alla libera circolazione equivalgano a un dazio del 44 per cento sui beni manifatturieri e del 110 per cento sui servizi. Molti osservatori sono convinti che, invece di lanciarsi in nuovi annunci, la Commissione dovrebbe ricominciare ad applicare le regole per far funzionare il mercato unico.
Il quarto anniversario dell’aggressione dell’Ucraina
Il 23 febbraio, i ministri degli Esteri dell’Ue si ritroveranno a Bruxelles alla vigilia del quarto anniversario della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina. In quell’occasione – se non ci saranno veti – i ventisette stati membri dovrebbero approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Nel frattempo, i governi e il Parlamento europeo devono finalizzare l’accordo sul prestito da 90 miliardi di euro promesso a Kyiv nel 2026 e 2027 per evitare la bancarotta e continuare a difendersi. Ma, anche se nessuno è al fronte, nelle istituzioni dell’Ue si percepisce una crescente stanchezza rispetto alla guerra. La crisi con Donald Trump sulla Groenlandia ha spinto alcuni leader a concentrarsi su altro. L’Ue è anche alle prese con le difficoltà di riarmarsi. Se un gruppo di stati membri è determinato a sostenere l’Ucraina costi quel che costi, altri sperano che Volodymyr Zelensky accetti di rinunciare al Donbas, come chiesto dai russi nei negoziati con Donald Trump. Il campo dei sostenitori di Vladimir Putin nell’Ue, inoltre, si è allargato ulteriormente. Non più solo l’ungherese Viktor Orbán e lo slovacco Robert Fico, ma anche, in qualche misura, il ceco Andrej Babis.
I primi esborsi di Safe per finanziare il riarmo
La data non è ancora fissata, ma la Commissione nel corso del mese di febbraio dovrebbe annunciare i primi esborsi di Safe, lo strumento di prestito da 150 miliardi destinato a finanziare i piani di riarmo degli stati membri. Il 15 gennaio la Commissione ha approvato i primi otto piani di Belgio, Bulgaria, Danimarca, Spagna, Croazia, Cipro, Portogallo e Romania. Due settimane dopo è stata la volta di Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Tra gli stati membri che hanno chiesto i prestiti di Safe, solo Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia – i cui leader si oppongono al sostegno militare e finanziario all’Ucraina – non si sono visti approvare i loro piani. Safe mira a consentire ai paesi beneficiari di rafforzare la base industriale europea della difesa e di realizzare acquisti congiunti di capacità prioritarie necessarie alla difesa dell’Ue e dell’Ucraina. I primi esborsi prenderanno la forma di un prefinanziamento del 15 per cento dell’ammontare complessivo del prestito richiesto. L’11 febbraio si incontreranno a Bruxelles i ministri della Difesa. Potrebbe essere una buona occasione per consegnare gli assegni.
Il “Buy European” nell’agenda della Commissione
Nel calendario della Commissione la data è stata fissata per il 25 febbraio. Quel giorno il collegio dei commissari potrebbe adottare la proposta per introdurre il principio “buy european” in tutta l’Ue. Il suo nome è “Industrial Accelerator Act”, una proposta legislativa che mira a potenziare la competitività industriale europea accelerando la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e promuovendo l’autonomia strategica, supportando investimenti e domanda di tecnologie pulite e sostenibili fabbricate nell’Ue. La Commissione avrebbe dovuto approvarla il 29 gennaio sotto la responsabilità del vicepresidente francese Stéphane Séjourné. Ma la presidente Ursula von der Leyen non ha avuto il tempo di validare un’iniziativa altamente sensibile sul piano politico. La preferenza europea è una priorità di Emmanuel Macron, ma è osteggiata dai paesi del nord e dalla Germania. Una bozza della proposta prevede requisiti “buy european” per gli appalti pubblici e acquisti finanziati con sussidi pubblici. Grazie a soglie minime per i prodotti europei e severe restrizioni sui beni provenienti da paesi terzi, almeno il 20 per cento della produzione a bassa emissione dovrebbe essere “Made in Europe” entro il 2030.