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Ritratto d'Armenia

Nikol Pashinyan ha governato la sconfitta e l’ha trasformata in una visione per il futuro

(Foto di Sean Gallup/Getty Images)

Nikol Pashinyan, primo ministro dell’Armenia, è una delle figure politiche più significative emerse nel Caucaso meridionale dopo il collasso dell’Unione sovietica. In un contesto segnato da conflitti irrisolti, fragilità statali e leadership spesso intrappolate nella retorica nazionalista, Pashinyan è riuscito in un’impresa straordinaria: trasformare una sconfitta militare e territoriale contro l’Azerbaigian in una vittoria nazionale sul piano politico, istituzionale e strategico. La sua conquista consiste nell’aver convertito un trauma collettivo in una nuova visione per il futuro del paese. La guerra persa con l’Azerbaigian non ha rappresentato soltanto una disfatta sul campo – la perdita del controllo del Karabakh e delle sette regioni adiacenti occupate dall’inizio degli anni Novanta, quando l’Armenia aveva prevalso su Baku nel primo conflitto. Ha anche voluto dire assistere all’esodo forzato della popolazione armena dell’Artsakh (il nome armeno di Karabakh) verso l’Armenia, con un’intera comunità trasformata in rifugiati. Ma soprattutto ha incrinato il nucleo stesso dell’identità politica del paese.

Dalla fine dell’Unione sovietica, una parte sostanziale del progetto nazionale armeno era stata costruita attorno all’idea del Karabakh come conquista storica, simbolo di riscatto e fondamento della sicurezza nazionale. Per oltre due decenni, questa narrazione fu alimentata e consolidata dalle élite politiche emerse dalla guerra, che trasformarono la questione karabakha in uno strumento di potere, di mobilitazione identitaria e di legittimazione interna, spesso a scapito di riforme strutturali e di un confronto realistico con i mutamenti geopolitici regionali. La sconfitta del 2020 ha per questo assunto i tratti di una crisi esistenziale: non solo la perdita di territori e vite umane, ma il collasso di un intero immaginario nazionale. E’ in questo vuoto politico, simbolico e morale che si colloca la figura di Pashinyan – un leader chiamato a governare la perdita mentre essa era ancora aperta e sanguinante. La fine del controllo armeno sul Karabakh e l’esodo forzato della sua popolazione avrebbero potuto travolgere definitivamente lo stato e il suo sistema politico. Pashinyan, invece, ha scelto una strada diversa: usare quel trauma come punto di rottura con il passato e come occasione per ripensare radicalmente il posto dell’Armenia nel mondo. Da questa scelta è nato l’avvio di un difficile e fragile processo di cooperazione regionale con l’Azerbaigian e la Turchia, fondato sulla prospettiva – per anni considerata politicamente impraticabile – della normalizzazione delle relazioni e dell’apertura dei confini. Parallelamente, questa svolta ha aperto la possibilità di un graduale distacco dalla dipendenza strutturale dalla Russia, che per decenni aveva limitato la sovranità armena attraverso leve militari, economiche e politiche. In questo nuovo quadro, Yerevan ha potuto riattivare anche il proprio vettore europeo, interrotto bruscamente nel 2013 quando, sotto la pressione e il ricatto di Mosca, l’Armenia rinunciò a firmare gli Accordi di associazione con l’Unione europea. Allo stesso tempo, assieme all’Azerbaigian, Pashinyan ha contribuito a riportare gli Stati Uniti nel Caucaso meridionale, dopo un progressivo disimpegno iniziato negli anni di Obama – sia come mediatori con Baku sia come principali promotori del corridoio regionale che collega Turchia, Armenia e Azerbaigian, aprendo una nuova rotta verso l’Asia centrale.

La parabola di Pashinyan affonda le sue radici ben prima della guerra. Negli anni Novanta si fece conoscere come giovane giornalista studentesco, animato da una critica frontale alla corruzione e all’élite post sovietica. Fondò e diresse il principale quotidiano di opposizione del paese, e nel 2009 fu brevemente incarcerato per il suo coinvolgimento nelle proteste di piazza. Nell’aprile del 2018 guidò dieci giorni di manifestazioni pacifiche contro Serzh Sargsyan, nominato primo ministro dopo aver governato per un decennio come presidente. Con il suo cappellino nero, la maglietta mimetica e una mano bendata – ferita, secondo i racconti, dal filo spinato – Pashinyan apparve come una figura di rottura radicale, lontana anni luce dall’estetica del potere tradizionale. Quella che venne chiamata Rivoluzione di velluto portò alle dimissioni di Sargsyan e, come osservò un giornalista armeno, trasformò Pashinyan “da un Don Chisciotte solitario in una specie di San Nicola combattente, capace di ‘salvare’ l’Armenia da un regime corrotto”. A questa rottura politica si aggiunse anche una sfida frontale a uno dei pilastri più intoccabili della società armena: la Chiesa apostolica. Pashinyan è l’unico leader del Caucaso ad aver criticato apertamente una Chiesa percepita come corrotta, retrograda e profondamente intrecciata con il potere politico, accentuando ulteriormente il suo profilo di discontinuità rispetto all’ordine post sovietico.

Sul piano personale, Pashinyan coltiva consapevolmente un’immagine distante dai rituali tradizionali del potere. Ex giornalista, mantiene passioni che lo avvicinano alla vita quotidiana delle persone comuni: suona la batteria  – di recente si è esibito in un concerto pubblico – ed è un appassionato ciclista, tanto che si sposta spesso in bicicletta anche durante le visite ufficiali all’estero, condividendo questi momenti sui social. Questo registro informale contribuisce a costruire un rapporto diretto con l’opinione pubblica e a umanizzare una leadership sottoposta a una pressione straordinaria. Proprio questa pressione politica lo ha portato ad accettare l’invito di Donald Trump a far parte del cosiddetto Board of Peace, un consesso composto in larga parte da leader autoritari – un’iniziativa che riflette le ambiguità del contesto internazionale in cui l’Armenia è oggi costretta a muoversi. Ma Pashinyan è anche questo: una combinazione di pragmatismo e di disponibilità a pagare un prezzo personale elevato per il proprio paese. E’ lo stesso senso del sacrificio che, in passato, lo spinse a dichiararsi pronto a scambiare suo figlio Ashot con i prigionieri di guerra armeni, e che oggi lo rende disposto a sacrificare la propria immagine pur di difendere gli interessi nazionali. Del resto, il destino dell’Armenia è sempre stato quello di sopravvivere in un mondo governato dai prepotenti. Il ritratto politico e personale di Pashinyan si colloca precisamente qui: nello spazio di un leader che ha scelto di governare la sconfitta invece di negarla, e di farne l’origine di una nuova narrazione nazionale.