
Ci sono momenti nella storia in cui le nazioni scelgono il proprio declino. Sospetto che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca rappresenti uno di questi momenti per gli Stati Uniti. Per il Regno Unito è stato il 23 giugno 2016, il giorno del referendum sulla Brexit. Pensavo allora che sarebbe stato un disastro per la Gran Bretagna, e nulla di quanto accaduto da allora mi ha fatto cambiare idea. Al contrario, le prove continuano ad accumularsi. La mia passione anti Brexit non è alimentata da un attaccamento sentimentale alla bandiera blu con le stelle gialle; né dalla nostalgia, che in parte è stata il problema che ci ha portato in questo pasticcio, e nemmeno dall’idealismo; ma dalla consapevolezza che le sfide di oggi sono serie, richiedono paesi seri che collaborino per affrontarle, e io credo che la Gran Bretagna debba essere un paese serio.
La Brexit non è mai stata una cosa seria. E’ nata da una guerra civile all’interno del Partito conservatore, alimentata da bugie e illusioni, con una vittoria referendaria ottenuta grazie a false promesse propagandate da ciarlatani. Dicevano che l’uscita dall’Unione europea avrebbe favorito il commercio, ma lo ha soffocato. Dicevano che avrebbe reso la Gran Bretagna più forte, e invece ha diminuito il nostro peso nel mondo. E, lontano dal “riprendere il controllo” dell’immigrazione, i numeri sono aumentati.
Il rapporto del Regno Unito con l’Ue, un tempo pragmatico e produttivo, è stato sacrificato sull’altare del populismo. I suoi sommi sacerdoti ancora fingono che sia stato un trionfo, non perché credano davvero che le cose siano andate come promesso, ma perché ammettere il contrario significherebbe distruggere la loro stessa ragion d’essere. Così Boris Johnson vaga per il mondo riproponendo il suo spettacolo di arte varia. Nigel Farage parla di tutto fuorché di Brexit mentre cavalca l’onda populista da un’opportunità all’altra, fantasticando che, se Trump è riuscito ad arrivare alla Casa Bianca, anche lui può arrivare a Downing Street.
Come ho scoperto durante un dibattito alla Bbc assieme a Farage, il cosiddetto “Mr Brexit” non gradisce un confronto basato sui fatti su, quel che la Brexit rappresenta davvero. “E’ finita”, grida, “avete perso la guerra. Fatevene una ragione”. Be’, no. Non quando ha provocato così tanti danni. Ogni analisi affidabile di ogni organismo economico rispettabile mostra che una grande fetta dell’economia è andata persa a causa della separazione del Regno Unito dal nostro più vicino e importante partner commerciale. Gli stessi esperti del governo, l’Office for Budget Responsibility, stimano una perdita del 15 per cento nell’intensità commerciale. La Brexit ha reso il Regno Unito più povero, meno competitivo e, nonostante il ruolo di leadership che Keir Starmer ha assunto con Emmanuel Macron sull’Ucraina, meno potente e meno rilevante sulla scena mondiale.
La promessa di eliminare la “burocrazia di Bruxelles” si è rivelata un’altra grande menzogna, con molte piccole imprese che, un tempo libere di commerciare oltre confine con facilità, ora rinunciano a causa della giungla di documenti, dazi e costi della Brexit. Agricoltori e pescatori traditi, industrie manifatturiere prive di investimenti, musicisti e artisti bloccati, giovani con diritti erosi, orizzonti limitati e ambizioni ridotte.
David Cameron è convinto di non aver avuto altra scelta se non quella di indire il referendum. Non sono d’accordo. Lo ha accettato dopo anni di pressione dei media di destra e perché la questione era diventata ingestibile all’interno del suo partito. Ha perso perché, non a torto, pensava che, una volta esposti i fatti sulla vita quotidiana, sull’economia e sul potere, i britannici pragmatici avrebbero fatto la cosa più sensata. Ma non aveva previsto l’ambizione sfrenata di Johnson né l’abilità di Farage nel vendere fumo. Non aveva considerato i milioni di persone che, invitate a votare per salvare la grande economia britannica, non capivano cosa fosse questa grande economia, dato che sicuramente non era quella in cui vivevano. La compiacenza è letale nelle campagne elettorali, e abbondava sia nei Tory sia nel Labour.
Che i Tory cerchino di aggrapparsi all’idea che la Brexit sia stata positiva per la Gran Bretagna è comprensibile, a livello psicologico, dato che è stato il loro referendum e il loro accordo a portarci fuori dall’Ue. Meno comprensibile è l’approccio di un governo laburista che ha posto la crescita economica come sua priorità assoluta e che, nonostante l’evidenza della stagnazione economica, insiste nel dire che il dibattito sulla Brexit è chiuso e che non si può tornare nel mercato unico o nell’unione doganale – che, ricordiamo, i ciarlatani avevano assicurato non avremmo mai dovuto lasciare.
Eppure, ecco la buona notizia, se così si può chiamare: la realtà sta assalendo la politica. Sondaggio dopo sondaggio, ora si vede che la maggioranza dei britannici ritiene che la Brexit sia stato un errore. Il “Bregret” (rimpianto della Brexit) è reale. Il sostegno al rientro nell’Ue, sebbene ancora lontano dall’essere travolgente, è in crescita. E anche se questo non significa che il percorso sia chiaro, facile o imminente, significa che la conversazione è finalmente iniziata.
Scrivo questo per un pubblico italiano, ma il messaggio è per tutti i nostri amici europei: non scambiate la follia della Brexit per la volontà definitiva del popolo britannico, così come non dovremmo credere che la politica isolazionista, razzista, sovversiva e contro le regole di Trump rappresenti la totalità degli Stati Uniti.
Così come esiste un’altra America, esiste un’altra Gran Bretagna. Una Gran Bretagna che sa che il nostro futuro è nella partnership, non nell’isolamento. Una Gran Bretagna che valorizza l’amicizia, la cooperazione, il progresso condiviso, i valori comuni. Una Gran Bretagna che è ancora europea nello spirito, anche se è stata forzata fuori da molte delle sue istituzioni.
Non cancellateci. Non chiudete la porta. Perché esiste una strada per il ritorno, e milioni di persone desiderano percorrerla. I giovani, in particolare, sentono fortemente di aver perso molto più di quanto abbiano guadagnato a causa delle azioni dei loro genitori e nonni in quel voto del 2016.
Rientrare nell’Ue non è qualcosa che può essere fatto dall’oggi al domani, né dovrebbe esserlo. Le ferite della Brexit sono profonde, e la fiducia – tra chi ha votato per uscire e chi per restare, tra la Gran Bretagna e l’Europa – deve essere ricostruita. Ma ecco cosa può fare una Gran Bretagna seria e lungimirante per iniziare a riparare i danni.
Dire la verità sulla Brexit: dobbiamo smettere di fingere. Non ha funzionato. Deve essere corretta.
Ricostruire la fiducia e le istituzioni: prima di tutto dobbiamo fare le pulizie a casa nostra. Questo significa ripristinare l’integrità della politica, anteporre i nudi fatti alla propaganda e creare istituzioni che funzionino di nuovo. Senza questo processo, nessun grande partner europeo crederà che siamo pronti per essere presi sul serio. Il nuovo governo è mille volte meglio del precedente, ma questo lavoro richiederà un impegno sostenuto per ricostruire rapporti bruciati dall’infantilismo e dalle bugie di Johnson e dalla follia economica di Liz Truss.
Cooperazione più stretta in materia di sicurezza e difesa: non lo dirò spesso, ma “Trump aveva ragione” quando diceva che l’Europa dava per scontata la propria difesa e l’ombrello di sicurezza americano. L’Europa deve fare di più e il Regno Unito sta già dimostrando di poter e dover essere parte di questo.
Costruire sulla rinnovata partecipazione a Horizon Europe e rientrare nel programma Erasmus: erano programmi che rappresentavano il meglio della cooperazione europea – istruzione, ricerca, progresso condiviso. Rientrarvi sarebbe un chiaro segnale di volontà di collaborazione.
Uno schema di mobilità giovanile: una delle vittime più tragiche della Brexit è stata la perdita del diritto dei giovani di vivere, lavorare e viaggiare liberamente in Europa. Non si tratta soltanto di studenti in “gap year” che fanno la stagione invernale in uno chalet, ma anche di avere operai per costruire nuove case, insegnanti di lingue straniere, ecc. Un accordo sulla mobilità giovanile tra Gran Bretagna e Unione europea sarebbe sia un gesto di buona volontà sia un primo mattone per legami più stretti.
Allinearsi dove possibile, mostrando nel tempo i benefici: l’allineamento con gli standard europei in materie come ambiente, protezione dei consumatori e diritti dei lavoratori dovrebbe essere la norma. Non solo per facilitare il commercio, ma perché riflette chi siamo.
Un accordo veterinario per facilitare il commercio: un accordo pragmatico sugli standard alimentari e animali alleggerirebbe il confine nel Mare d’Irlanda e ridurrebbe gli attriti commerciali. E’ un piccolo passo, ma significativo.
Rientrare nella Convenzione paneuropea sulle regole di origine.
Ottenere un Accordo di riconoscimento reciproco sulle valutazioni di conformità simile a quello di cui gode il Canada.
Alcuni diranno che ormai è troppo tardi. Che l’Ue è andata avanti. Che la Gran Bretagna ha bruciato troppi ponti. Non ci credo. Perché credo nella politica come forza di cambiamento positivo – e so che l’Ue è sempre stata una storia di reinvenzione. L’uscita del Regno Unito è stata negativa sia per noi sia per l’Europa. Ma non deve essere la fine della storia.
L’Ue, con tutti i suoi difetti, resta uno dei progetti politici più straordinari della storia umana – un’unione volontaria di paesi che scelgono la cooperazione invece del conflitto, l’unità invece della divisione. No, signor Trump, l’Ue non è stata creata per “fregare l’America”, ma per scrivere una storia europea di pace e prosperità, lasciandosi alle spalle odi e guerre nazionali. Il Regno Unito ha contribuito a costruirla. E ha il dovere di aiutarla a difendersi.
Quindi, agli italiani che leggono questo articolo: sappiate che molti di noi qui in Gran Bretagna si sentono ancora europei. Sappiate che stiamo lottando per qualcosa di migliore. E sappiate che un giorno, quando la polvere si sarà posata e la verità avrà finalmente sostituito le menzogne, busseremo alla porta dell’Europa non come mendicanti, ma come partner – più saggi, più umili e pronti a riprovarci.Gli euroscettici non hanno mai smesso di lottare per farci uscire. Ora, armati delle prove dei danni subiti e di una visione migliore di ciò che potrebbe essere, in un mondo dove le alleanze saranno essenziali per tutti i paesi, grandi e piccoli, dobbiamo lottare per riportarci dove dovremmo essere: leader in Europa.