Il cuore della difesa francese, e quindi europea, sta nella regione di Bourges, una splendida cittadina di settantamila abitanti collocata sulla “diagonale del vuoto”, la linea che taglia il paeseå da nord a sud, la linea della Francia che si è spopolata nel Diciannovesimo e nel Ventesimo secolo. Anche Bourges, la città dei ciottoli, della cattedrale Saint Etienne, delle case a graticcio, ha vissuto anni di depressione: poco lavoro, poca speranza. Ma ora tutto sta cambiando, l’espansione è gigantesque, il sindaco socialista è quasi caduto dalla sedia quando ha saputo a quanto ammonta l’investimento in arrivo: “Un miliardo di euro, ci credete?”. Due grandi aziende della difesa europea hanno le loro fabbriche qui: Mbda, che produce missili e sistemi missilistici, e la franco-tedesca Knds, che produce i Caesar e le munizioni da 155mm. Insieme investiranno un miliardo di euro, appunto, nei prossimi cinque anni: si stanno già allargando, nella periferia di Bourges ci sono gru e cantieri aperti, contano di aggiungere 2.500 posti di lavoro ben pagati, l’indotto è rinato. È da qualche anno che si è riaccesa la città, dall’aumento del budget per la difesa che il presidente Emmanuel Macron ha voluto già dal 2019: il tasso di disoccupazione è passato dal 2015 al 2024 dal 10,3 per cento al 6,7, sotto la media nazionale.
Il 25 giugno, gli alleati della Nato hanno deciso di aumentare la quota del pil da destinare alla difesa al 3,5 per cento (finora l’obiettivo era al 2) e di allocare un ulteriore 1,5 per cento a spese legate alla sicurezza. Se l’obiettivo sarà raggiunto per il 2035, come prevede l’accordo, vuol dire che gli alleati spenderanno ogni anno 700 miliardi di euro in più rispetto a quel che facevano prima che, nel 2022, la Russia decidesse di invadere l’Ucraina. Esiste una questione profonda di consapevolezza politica, in particolare per il “pilastro europeo” della Nato: è necessario costruire una difesa sostenibile che spezzi la storica dipendenza dagli Stati Uniti. Donald Trump è stato vezzeggiato come mai prima d’ora, al vertice dell’Alleanza che si è tenuto all’Aia, e lui, vanitoso, se n’è molto compiaciuto, ricambiando l’ossequiosità europea con complimenti, con magliette con la scritta “daddy” (questo appellativo lo dobbiamo al segretario della Nato, Mark Rutte, che ha chiamato Trump proprio così, papino) e con ottime promesse di rifornimenti militari all’Ucraina. Tutto bene, ma la questione che ha posto il presidente americano, con i suoi modi sprezzanti, è esistenziale per l’Europa e non si esaurisce con i grandi annunci sul riarmo del continente. Quando gli americani – non solo Trump, il primo fu l’adorato Barack Obama, e molti la pensano come loro, cambiano soltanto i toni – dicono che l’Europa ha potuto costruire i suoi welfare state perché non ha mai dovuto pensare a difendersi da sola, hanno ragione. Il patto tra Marte e Venere, l’America dell’esercito e l’Europa della diplomazia, è stato questo per ottant’anni, non senza recriminazioni e reprimende certo, ma era comunque scontato, nella coscienza collettiva europea, che la difesa fosse una spesa residuale: in caso di necessità, ci sono gli Stati Uniti.
Trump ha stravolto questo patto, nel bel mezzo di una guerra europea (e anche in medio oriente, ma Israele ha aumentato il budget della difesa all’8 per cento del pil ed è sostenuto dagli Stati Uniti), con la costante minaccia russa che per molto tempo, anche dopo l’invasione dell’Ucraina, è rimasta incompresa nell’Europa occidentale, geograficamente meno vicina alla Russia, economicamente dipendente dalla Russia e diplomaticamente impegnata a un riavvicinamento alla Russia. Oggi la comprensione c’è, anzi, molti diplomatici europei insistono nel dire che la ragione del riarmo non è Trump con il suo disimpegno, ma Vladimir Putin con la sua aggressività. Volendo essere generosi, possiamo dire che le due spinte vanno a braccetto, e che le intemperanze trumpiane sommate alla violenza putiniana hanno infine convinto gli europei a questo grande investimento.
L’economia europea è attanagliata da tempo da una bassa crescita interna, ora è anche stritolata tra le minacce di dazi americane e un aumento delle importazioni dalla Cina, e la deindustrializzazione incombe da sempre, come si vede in molte zone europee, e come si è visto a lungo nella stessa Bourges. L’investimento nella difesa offre quel che gli esperti definiscono un bright spot, un punto di luce: la Germania ha modificato le sue regole sul deficit per consentire una spesa per la difesa a debito; altri paesi nel nord e nell’est dell’Europa, come la Danimarca, la Svezia e la Polonia, hanno annunciato investimenti che vanno dal 3 al 5 per cento dei pil nazionali. Queste spese cambieranno il volto delle economie europee. Molti politici stanno vendendo il riarmo ai cittadini appaiando i benefici nella sicurezza a quelli nell’economia. Il premier britannico Keir Starmer ha promesso che l’aumento della spesa nella difesa offrirà “alla prossima generazione lavori sicuri e ben pagati”. La Commissione europea presenta un vantaggio collettivo garantito a tutti, ma si può parlare di garanzie soltanto nel caso in cui i benefici economici in termini di posti di lavoro e di aumento dei redditi saranno superiori all’inevitabile diminuzione di spesa pubblica per istruzione, sanità, pensioni – insomma di spesa sociale. Perché i debiti sono già eccessivi, i governi sono già sotto pressione a causa dell’aumento dell’età della popolazione europea e gli alti tassi di interesse, e la produzione nel settore della difesa è ben più automatizzata di quella di molti altri settori. EY, l’ex Ernst & Young, una società di consulenza globale, ha stimato che il “pilastro europeo” della Nato (che comprende i paesi europei, la Norvegia e il Regno Unito) dovrà spendere 137 miliardi di euro in materiale militare nei prossimi anni, cioè 65 miliardi in più rispetto alla spesa attuale; l’aumento della spesa europea nella propria difesa, con la catena di approvvigionamento collegata, sarà di 35,7 miliardi di euro, circa l’1,5 per cento del settore manifatturiero totale, che corrisponde più o meno a 500 mila posti di lavoro in più – pochissimi, se si pensa che nella manifattura sono impiegati 30 milioni di europei.
Il riarmo necessario, ora che la minaccia russa è stata compresa, pone una questione culturale molto rilevante ai leader europei: il premier spagnolo Pedro Sánchez, cercando di negoziarsi un’esenzione dalla spesa in difesa del 5 per cento del pil richiesta dalla Nato, l’ha esplicitata con chiarezza, quando ha detto che non si immagina nel futuro una Spagna che riduce i suoi investimenti nelle scuole o negli ospedali per produrre più cannoni. Il “dividendo della difesa” appare oggi un’opportunità per molte aree europee – come Bourges, come Unterlüss, rigogliosa cittadina vicino a Hannover dove ha sede il colosso militare tedesco Rheinmetall, come Stalowa Wola, dove vengono prodotti i Borsuks, i primi veicoli militari a essere interamente costruiti in Polonia – e secondo le stime della Commissione europea aumenterà il pil del continente dello 0,5 per cento entro il 2028. Ma se non offre un beneficio concreto, percepibile, reale agli europei, rischia di rafforzare ancora una volta i partiti più estremi, che strumentalizzano la sicurezza come già hanno fatto con l’ambiente e con gli immigrati. Giocano con il fuoco, ma ci vogliono leader che sappiano guidare questa trasformazione gigantesque, evitando l’incendio.