Malgrado le difficoltà del momento, forse a causa della stranezza e della minacciosità dello spettacolo che ci proviene quotidianamente dalla Casa Bianca, in Europa si sta muovendo qualcosa di molto profondo.
A Washington è in corso una trasformazione radicale. Benché ondivaga, la politica trumpista segue un metodo chiaro: un filo di ferro non si spezza mai con un colpo netto – si rompe piegandolo e storcendolo in tutti i sensi.
Per questa ragione ha poco senso seguire giorno per giorno, movimento per movimento, le manovre spesso contraddittorie dell’Amministrazione americana.
Per capire una rivoluzione, può essere utile invece studiare quello che leggono i ventenni e i trentenni che cercano di imporsi e di imporla.
Curtis Yarvin è uno degli intellettuali della nuova élite trumpista.
Con il suo blog ha formato e politicizzato un gruppo di giovani arrabbiati e ambiziosi, i “giovani lupi” che ora stanno piegando Washington e che vorrebbero rompere le istituzioni americane. Quando lo abbiamo intervistato nella nostra redazione del Quartier Latin, lui stesso ci è sembrato sorpreso dalla forza dei primi passi del secondo mandato del presidente americano. Ci ha spiegato di essere convinto di una cosa: l’azione di Trump sprigiona “un’energia monarchica”. Durante il primo mandato, nessuno o quasi aveva saputo o cercato di servirsene, ma ora, grazie all’uso meticoloso che una piccola élite ne sa fare, una democrazia fatiscente e inetta potrà finalmente diventare un sistema rigorosamente autocratico, diretto da un manipolo di signori della tech.
Sul piano interno lo smantellamento della Repubblica americana implica la sospensione progressiva delle forza della legge e del diritto, la rottura dell’equilibrio dei poteri, l’accentramento esecutivo nelle mani di un solo uomo, della sua famiglia e dei suoi cortigiani.
Sul piano esterno, questa forma di governo non ha niente di isolazionista. L’Amministrazione e i signori della tech vogliono imporre una zona di influenza in cui la sovranità e l’autonomia appartengono esclusivamente alla metropoli, mentre tutte le altre entità politiche saranno ridotte a forme più o meno brutali di vassallaggio. L’annessione della Groenlandia, l’imposizione di un tributo imperiale mascherato da grande operazione commerciale partecipano allo stesso tentativo: trasformare l’occidente in una specie di patto di Varsavia, in un grande spazio algoritmico.
L’idea di una nuova Yalta, in cui i nuovi imperatori si spartirebbero il mondo in una serie di zone di influenza, sembra oggi appoggiarsi su un immaginario coerente e potente.
Questo filtro imperiale – che spesso deforma lo sguardo con cui i media guardano alla geopolitica – parte da un presupposto: la storia sarebbe una grande partita di Risiko. I grandi del mondo muovono le pedine, in uno spazio brutale e con poche regole.
L’impasse più evidente di questo filtro imperiale è però che in questo modo le società scompaiono.
Diventiamo tutti delle variabili inutili, delle figurine passive, in mano a potenze inesorabili.
Se c’è una cosa che l’Ucraina ci mostra da ormai più di tre anni – e che la Casa Bianca non riesce a sopportare – è però che le società possono resistere alle pretese del primo imperatore di turno.
La cosa più sorprendente è proprio questa.
Oggi, una grande maggioranza degli europei sembra pronta a resistere alla morsa imperiale.
L’ultimo Eurobarometro, pubblicato qualche giorno fa, rivela il livello di fiducia nell’Unione europea più alto registrato negli ultimi diciotto anni e il massimo storico di sostegno all’euro.
I dati sono interessanti e meritano un’attenta analisi. Quasi sette intervistati su dieci concordano sul fatto che l’Unione europea rappresenti uno spazio di stabilità in un mondo in crisi. Più di otto su dieci sostengono una politica comune di difesa e sicurezza tra gli stati membri, il valore più elevato dal 2004.
La percentuale più alta rilevata negli ultimi vent’anni (75 per cento) afferma di sentirsi cittadino dell’Unione europea. Più di sei cittadini su dieci si dichiarano ottimisti riguardo al futuro dell’Unione.Siamo di fronte a un momento storico.
La partita tra signori, imperi e repubbliche si sta giocando di nuovo – il Canada, la Germania e la Romania ci dicono che niente è ancora scritto.
Il problema è che, di fronte a questo nuovo fermento europeo, una parte importante delle nostre istituzioni guarda a questo cambiamento con paura, soggezione, senza uno spirito critico e senza la minima forma di creatività.
L’idea che la crisi trumpista possa essere una febbre passeggera, che si tratti di una parentesi o di un brutto sogno continua a tentare dei governi e delle élite che guardano con inquietudine ai sondaggi e che, forse, non sanno più come fare per navigare nel mare mosso del politico.
Mentre scrivo queste parole, Viktor Orbán sta parlando alla Cpac di Budapest. Dice: “Questa non è l’Europa che ci era stata promessa. Bruxelles ci sta rubando il futuro. E’ venuto il tempo di occupare Bruxelles”.
Il premier ungherese è oggi un leader fragile: il suo tasso di fiducia non è mai stato così basso e non ha mai rischiato così tanto di perdere il controllo del paese.
I suoi discorsi infiammati proiettano un’immagine di forza illusoria – ma ci pongono una domanda urgente.
Chi oggi tra i leader europei riesce a parlare in questo modo di Europa?
Chi sta cercando di parlare agli europei che vogliono impegnarsi in una nuova fase, più calda e certo più difficile, ma all’altezza del momento di estremo pericolo che stiamo attraversando?
Chi ha saputo rispondere alle umiliazioni di Trump e J. D. Vance?
Milioni di cittadini stanno aspettando.
Questo inverno con la rivista abbiamo proproposto a un po’ più di duecento amici e firme della rivista di riunirsi nelle Alpi valdostane. Visto che il nostro ritiro si svolgeva a qualche metro dalla vetta del Monte Bianco abbiamo chiamato questo nostro evento annuale Grand Continent Summit.
Tra questi c’era Adam Curtis, il grande regista della Bbc, all’origine di una delle opere più influenti e importanti di analisi della politica, dei suoi concetti e dei suoi immaginari.
Ci ha detto: “Non sono un esperto dell’Unione europea, ma sono un giornalista che parla con molte persone, anche molto semplici. La maggior parte delle persone percepisce ancora l’Ue come del tutto scollegata dalla realtà. E non accade soltanto nel Regno Unito o tra i sostenitori della Brexit: è un sentimento più ampio. La gente avverte che l’Ue parla una lingua che non rispecchia più la propria esperienza. Inoltre, l’Unione sembra incapace di immaginare qualcosa di nuovo o di radicale, come se avesse smarrito la capacità di pensare in modo diverso o di correre rischi”.
Che fare? “Il mio consiglio è semplice: l’Unione europea dovrebbe adottare un atteggiamento anti establishment. Nessun altro lo sta facendo davvero. L’unico, sorprendentemente, è Trump. Molti tra quelli che lo circondano attingono al linguaggio dei movimenti anti establishment degli anni Sessanta, e la gente sembra capire. Stanno, per così dire, ‘sfidando il sistema’. Mi sono spesso chiesto se l’Ue potrebbe salvarsi trasformandosi in una forza radicale capace di mettere in discussione i poteri radicati negli stessi stati che intende unire.
L’idea sarebbe chiedere più Europa, ma non semplicemente di più della stessa Europa. Non una versione ulteriormente rafforzata di ciò che già esiste, bensì un’Europa che abbracci la propria propensione alla rottura, la propria incompiutezza creatrice”.
Bisogna cambiare strategia: “In questo momento sembra che tutti siano concentrati soltanto sul tenere insieme l’Europa, raggomitolati in una posizione fetale, come se aspettassimo l’arrivo di una tempesta o un’esplosione. Forse, però, la strada da percorrere è smettere di stringere i ranghi e ricominciare a immaginare quale potrebbe essere il futuro del continente. Per collegarsi a quello che le persone pensano e sentono oggi, l’Europa dovrebbe diventare un’Europa ribelle”.
Nel 1977, George Lucas inventa una storia tanto potente da diventare un mito.
La repubblica è stata spazzata via da un impero organizzato, impressionante, invincibile.
In una provincia lontana lontana, polverosa e un po’ disperata, una nuova forza avvia una ribellione sempre più larga e potente.
Il titolo di quel primo film è semplicemente Star Wars.
Solo successivamente, grazie al suo successo di pubblico, i fondi saranno sufficienti per produrre una trilogia. Il film sarà allora rinominato: Star Wars: Episodio IV.
Lucas aggiungerà allora un sottotitolo: Una nuova speranza.