Dopo la Guerra dei dodici giorni, molte rappresentanze diplomatiche hanno operato a velocità ridotta, e a Teheran, davanti ai consolati europei, si sono formate file lunghissime che in alcuni casi, nel corso delle settimane, si sono tramutate in composte manifestazioni di protesta. “Sono stato separato da mia moglie e dai miei figli per più di tre anni. La mia intervista è stata condotta a maggio, ma non ho ancora ricevuto una risposta”, ha raccontato un uomo di nome Massoud al quotidiano Shargh. Oltre a bloccare i ricongiungimenti familiari, il congelamento dei visti ha interessato migliaia di giovani già in possesso di un regolare contratto di lavoro e altrettante migliaia di studenti in attesa di iniziare l’anno accademico in un’università europea. Nel passaggio dall’estate all’autunno, il disbrigo delle pratiche consolari ha in larga misura ripreso il ritmo antecedente al conflitto con Israele, ciò detto il numero dei fascicoli inevasi resta alto e la pressione degli iraniani che bramano un futuro altrove pare tutt’altro che destinata a scemare. A suggerirlo sono, da un lato, la stagnazione economica – una stagnazione sconfortante, destinata ad aggravarsi dopo la reintroduzione delle sanzioni dell’Ue a seguito del meccanismo snapback, e dall’altro, i numeri forniti dallo stesso ministero degli Esteri della Repubblica islamica, secondo cui dal 2008 al 2023 la quantità di ragazzi che ha completato la formazione in un ateneo straniero è triplicata. La tendenza è di semplice lettura se si considera che nonostante le stime governative parlino di un tasso di disoccupazione che si attesta intorno al 7,6 per cento, la realtà è che un giovane iraniano su cinque è senza lavoro e che, con una media dell’inflazione al 42,4 per cento (dati Fmi), anche chi ha un’occupazione corre il rischio di ondeggiare sulla soglia di povertà. Non basta. Ai fattori economici, bisogna aggiungere la fatica di affrontare quelli ambientali – la crisi idrica, i blackout dell’elettricità, l’inquinamento, la speculazione edilizia – e quelli politici – la censura, la violenza, l’assenza di libertà che si declina in mille prevaricazioni quotidiane – cosicché la domanda per tanti giovani è sempre più non tanto perché partire, ma perché rimanere.
Di questo esodo, il Vecchio Continente, staccato di misura dalla Turchia e in seconda battuta dal Canada e dagli Stati Uniti (pre Trump) resta uno degli approdi principali, sebbene svuotato dell’antica centralità. Capita infatti sempre più spesso di sentire imprenditori iraniani lamentarsi di aver puntato su fornitori europei, invece che cinesi, così come di ascoltare dibattiti in cui gli attori principali sulla scena sono russi, americani e ancora una volta cinesi, ma raramente, per non dire mai, europei.
Viene quindi da chiedersi che fine abbia fatto l’Europa agli occhi degli iraniani, se abbia davvero abdicato alla sua spinta propulsiva per contentarsi di giocare un ruolo di rimessa. Perché prima che a catturare i sogni (o gli incubi, a seconda dei punti di vista) arrivasse l’America, per secoli la soggettività persiana si è misurata e costruita nell’incontro-scontro con l’Europa e i suoi valori e rispondere alla domanda di Montesquieu riguardo a cosa significasse essere un persiano non avrebbe potuto prescindere da una disamina di cosa rappresentasse, in filigrana, essere un europeo.
Dalla metà dell’800 in avanti, quando l’Iran, che ha già perso l’Armenia, l’Azerbaigian, la Georgia e il Dagestan per mano della Russia, si vede sfilare dagli inglesi pure il controllo di Herat e dunque del suo Afghanistan, a Teheran l’interrogativo più pressante chiama in causa l’essenza dell’esperienza europea, o meglio le caratteristiche del suo successo. Ed è a partire da questo periodo che il piccolo contingente di emissari della dinastia Qajar, inviati a Londra e a Parigi a studiare ingegneria e medicina, si rimpolpa. Le nuove leve frequentano l’accademia militare di St Cyr, analizzano il funzionamento delle ferrovie, si tuffano nelle pagine di Shakespeare e Chaucer e nel frattempo scrivono resoconti sul sistema parlamentare britannico. Sono gli eredi dell’antico cosmopolitismo persiano e oltre al farsi e all’arabo, padroneggiano il francese, l’inglese e spesso anche il tedesco. Di ritorno in Iran, assurgono al rango di ministri, aprono scuole, come la prestigiosa Dar al Fonun, e fondano quotidiani. Tale è l’entusiasmo con cui magnificano quello che hanno osservato nel corso delle loro peregrinazioni che lo scià Nasreddin, spaventato dal potenziale sovversivo di quest’educazione europea, impone una sospensione alle incursioni nel Vecchio Continente. Ma la curiosità si rivelerà troppo forte da vincere anche per lui e nel 1873 sarà proprio Nasreddin a recarsi in visita in Germania, Belgio, Francia e Regno Unito dove lo sedurranno innumerevoli novità, non ultimi i tutù che ammirerà durante un balletto e con cui, di ritorno in patria, pretenderà di ritrarre le donne dell’harem sull’onda di una passione per la fotografia, scaturita, secondo fonti convergenti, dopo il dono di una fotocamera da parte della regina Vittoria.
L’influenza dell’Europa seguiterà a conquistare terreno negli anni della rivoluzione costituzionale (1905-1911), un po’ perché i cosiddetti intellettuali “modernisti” si ispireranno all’illuminismo e al positivismo e un po’ perché la Costituzione che verrà prodotta avrà l’imprinting di quella belga. Nel 1910 il Parlamento passerà una legge che assegnerà una borsa di studio per l’Europa a trenta giovani meritevoli ogni anno. (Sono già 200 gli iraniani approdati a Parigi sulla base di questa schema nel 1919, 34 in Inghilterra, 9 in Germania ed un paio in Svizzera ed in Austria). La spinta accelererà ulteriormente nel 1928 quando un nuovo provvedimento della neonata monarchia Pahlavi allargherà la fruizione della borsa di studio a cento studenti l’anno e si calcola che tra il 1922 e il 1938 più di 1500 giovani iraniani abbiano sfruttato la possibilità di perfezionarsi in Europa. Tra coloro che alla classica formazione persiana hanno unito un’erudizione di stampo europeo figura gran parte delle personalità più influenti della politica, dell’economia e della cultura iraniana, a cavallo tra la fine dell’era Qajar e i regni di Reza Pahlavi e di suo figlio Mohammed Reza.
In modo assai diverso, è legata all’Europa tanto la sbandata occidentale per l’ayatollah Khomeini quanto il sostegno alla stagione precedente dell’attivismo militante antimonarchico che negli anni Sessanta e Settanta ha gravitato attorno alla Confederazione degli studenti iraniani.
Quand’è allora che l’Europa, per gli iraniani, ha smesso di rappresentare lo specchio dentro cui guardarsi? Impossibile stabilire il momento esatto, ma è probabile che abbiano avuto un ruolo l’ascesa del sogno americano, l’indifferenza europea nei confronti della deriva khomeinista (e khameneista) e la sensazione che l’apatia del Vecchio Continente abbia parecchio a che vedere con la sua incapacità di aderire ai suoi princìpi.