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Conversazione con Giuliano da Empoli

Qualche idea per sopravvivere al divorzio transatlantico

Illustrazione di Paolo Beghini

Le ultime azioni americane, la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e le varie minacce, tra “l’acquisto” e l’invasione, alla Groenlandia, non sono cascate benissimo tra i trumpiani europei. Nigel Farage, il leader nazionalista britannico, gongolante e ciarliero, perché alle elezioni amministrative di maggio il suo Reform Uk potrebbe essere incoronato il primo partito del Regno, ha detto che l’operazione americana a Caracas “è poco ortodossa e contraria al diritto internazionale” e che sta ai groenlandesi decidere del proprio futuro: l’eventuale invasione americana “sarebbe la fine della Nato”. Poi Farage ammorbidisce i toni, dice di non aver parlato con Donald Trump di queste cose, che non è vero che il presidente americano vuole distruggere l’Alleanza atlantica, che tra amici si possono avere idee divergenti e via di ammiccamenti, ma è legittimo che ai sovranisti queste violazioni della sovranità facciano spavento.

Anche il Rassemblement national francese, l’Alternative für Deutschland tedesca, la Vox spagnola e persino il premier ungherese Viktor Orbán, che dà sempre ragione a Trump (e pure a Vladimir Putin), hanno rilasciato dichiarazioni caute: oltre alla questione della sovranità, c’è il problema che l’imperialismo delle grandi potenze diventa pericoloso per quei partiti che predicano l’abbattimento del progetto sovranazionale europeo, perché una volta attuato sono sì liberi dai fantomatici orpelli europei, ma si ritrovano più piccoli, più soli, più prede. Un bel guaio, insomma, e sì che secondo la nuova dottrina americana, incentrata sul controllo del cosiddetto “emisfero occidentale”, cioè le Americhe, proprio questi partiti europei sono la leva per sfasciare l’Europa come è fatta adesso e per rifarne un’altra a immagine e somiglianza del trumpismo: come si fa quando ci si pensava salvi dalle conseguenze del divorzio transatlantico e invece ci si ritrova a inciamparci dentro di continuo? Intanto serve una certa consapevolezza sul fatto che ci sono delle convergenze evidenti tra i partiti sovranisti europei e i trumpiani, ma non una sovrapposizione completa: “Ricordo quando Elon Musk comparve sullo schermo del palco della grande manifestazione ultranazionalista di Tommy Robinson a Londra – dice Giuliano da Empoli, che nel 2019 pubblicò un libro sugli ingegneri del caos, che nel 2025 ne ha pubblicato uno sui predatori digitali e politici, e che nel mezzo ha scritto il suo primo romanzo, “Il mago del Cremlino”, un successo editoriale che è diventato un film, sceneggiato assieme a Emmanuel Carrère e diretto da Olivier Assayas, che uscirà in Italia il 12 febbraio – Finché Musk diceva di fare la rivoluzione, di chiudere il Parlamento, prepararsi alla violenza per rispondere con altra violenza, c’erano applausi, cori, una festa. Poi quando Musk si è messo a dire come si immagina il futuro, un futuro bellissimo, tipo Star Trek, con i robot e tutto quanto, l’euforia del popolo di Robinson è subito scemata. Finché si distruggono insieme le vecchie élite, i contropoteri, le leggi, i media, cioè ciò che frena l’abbattimento della democrazia liberale, va tutto bene, ma per il futuro no, non c’è una visione comune”.

Negli “Ingegneri del caos”, Da Empoli raccontava gli architetti della Brexit, della nuova destra trumpiana, del nazionalismo dell’Europa orientale: gli strateghi ed esperti dei Big Data mettevano in circolo messaggi estremi sfruttando le piattaforme digitali, erano “un sottoprodotto del modello di business dei social”, dice; oggi, come racconta ne “L’ora dei predatori”, “quelli che chiamo predatori digitali e predatori politici, i proprietari delle grandi aziende digitali, sostengono esplicitamente i movimenti nazionalisti, perché si sono resi conto di poterli sfruttare per smantellare le democrazie liberali: su quello che viene dopo, sul futuro, non c’è convergenza, ma intanto si distrugge insieme, e con più efficacia”. Quel che prima era implicito ora è diventato esplicito, e secondo Da Empoli anche il divorzio transatlantico ha seguito la stessa traiettoria: “Gli Stati Uniti ci hanno imposto una dipendenza militare e tecnologica per molto tempo: si rispettavano le forme del dialogo e della diplomazia amicale, ma la dipendenza c’era. Ora Trump ha esplicitato, ed estremizzato com’è nella sua natura, questo disequilibrio, estendendo di fatto anche all’Europa le sue battaglie culturali e contro l’establishment: noi europei siamo assimilabili ai democratici americani o ai repubblicani di vecchio stampo, e quindi rientriamo tra i bersagli da colpire con la furia che Trump utilizza in America”. Oltre a esplicitare il divorzio, il presidente americano ha modificato anche le regole del gioco, anzi “ha allargato la sfera del possibile”, dice Da Empoli: tutto quel che sembrava immodificabile, troppo complicato, immobile, come l’immigrazione, la criminalità, la deindustrializzazione, è diventato trasformabile, “un miracolo” quasi, “perché secondo la teologia un miracolo avviene quando Dio  supera le leggi umane per produrre un effetto concreto sulla realtà, e Trump, così come i leader illiberali, va oltre le leggi, le regole, i contropoteri e produce effetti, ahimè, molto concreti”.  La cattura di Maduro a Caracas “è un condensato di tutto ciò che fa la forza di Trump: l’estrema velocità e il disprezzo della regola, appoggiati sulla geometrica potenza di fuoco del sistema americano, che permettono di compiere una specie di miracolo: la rimozione di un dittatore sanguinario”.

Gli europei che approvano l’intervento in Venezuela, però, sono “come i tacchini che festeggiano il Natale” perché “siamo i prossimi sulla lista, visto che il progetto neocoloniale di Trump riguarda anche l’Europa”.  Ed è per questo che la possibilità di salvezza per gli europei sta proprio nel cercare, anche loro, di allargare la sfera del possibile, ma senza la furia trumpiana, senza il disprezzo per leggi e regole, ma nemmeno continuando a muoversi e a ragionare come se il perimetro delle relazioni con l’America non fosse stato stravolto.  “Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha poteri in materia di commercio e del digitale, per esempio, che potrebbe esercitare in modo molto più convincente ed efficace di quello che fa: allargherebbe la sfera del possibile restando dentro le regole. E’ in fondo quello che ripete anche Mario Draghi che, come è abbastanza evidente, è diventato ben più esplicito nelle sue dichiarazioni di quanto non lo sia mai stato”. Certo, ci vuole coraggio, visto che Trump e i trumpiani sono spietati, e certo ci vuole il consenso dei leader dei paesi europei, che invece spesso si mettono di traverso per paura delle ritorsioni, ma “continuare a fischiettare come se non fosse cambiato nulla” è la ricetta per la sconfitta.  Serve un po’ di voglia di miracolo anche all’Europa, cosa che in mezzo a questo caos sembra invero difficile da trovare, ma questi ultimi dieci anni  – nel 2016 ci furono la Brexit e il primo Trump  – mostrano che è possibile: “Il 2016, anno apocalittico, nel senso dell’apocalisse che rivela delle cose, non è stato la fine del mondo, l’Europa non soltanto ha resistito ma il sentimento di adesione europeo delle opinioni pubbliche è oggi più forte di quanto non fosse dieci anni fa”. Da Empoli non tende affatto a cedere all’ottimismo, ma c’è un capitale politico europeo che non viene utilizzato “perché ci rifiutiamo di fare politica e continuiamo a stare dentro i confini del mondo precedente”: gli strumenti esistono, l’energia c’è, la sfera del possibile si può allargare.

Giuliano da Empoli è uno scrittore. I suoi ultimi libri sono “Gli ingegneri del caos” (Marsilio, 2019), “Il mago del Cremlino” (Mondadori, 2022) e “L’ora dei predatori” (Einaudi, 2025). A febbraio uscirà il film “Il mago del Cremlino”, scritto insieme a Emmanuel Carrère e diretto da Olivier Assayas.