La neve fitta, il freddo pungente, il filo spinato che disegna una linea netta nel paesaggio. Da questo lato c’è l’Europa: il più grande spazio di pace, libertà e prosperità costruito sul nostro continente dopo la Seconda guerra mondiale. Dall’altra parte, a pochi metri di distanza, c’è la Russia.
Il paese aggressore che, il 24 febbraio 2022, ha riportato la guerra in Europa dopo decenni. E’ il 23 gennaio 2025 e mi trovo a Lappeenranta, in Finlandia. In questi luoghi il confine non è un concetto astratto. E’ una barriera fisica, fatta di recinzioni, checkpoint, strade interrotte, economie spezzate. E’ qui che si misura, ogni giorno, il prezzo geopolitico della guerra.
Non è stato un caso che la mia prima missione da Vicepresidente esecutivo della Commissione europea sia partita proprio da qui, dal confine orientale dell’Unione. In Finlandia, nella regione della Carelia meridionale, affacciata su una frontiera oggi completamente chiusa. Un viaggio accolto con il tipico pudore nordico, con rispetto e orgoglio, e anche con un certo stupore: un commissario europeo che arriva dal profondo sud dell’Europa per ascoltare territori che, improvvisamente, si sono ritrovati in prima linea.
Non era una visita di cortesia. Né un gesto simbolico. Era il senso stesso della Politica di coesione e del mio mandato: andare nelle regioni, non solo nelle capitali. Partire da quelle che stanno soffrendo di più. Da quelle la cui condizione è precipitata nel giro di una notte, quando l’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato per sempre la geografia politica del nostro continente.
Da allora ho visitato direttamente diverse regioni di confine: Grebneva in Lettonia, Koidula in Estonia, Padvarionys in Lituania, Białowieza in Polonia. Luoghi diversi per storia e dimensione, ma accomunati dalla stessa sensazione: quella di essere passati, in pochissimo tempo, da periferie tranquille dell’Unione a frontiere strategiche dell’Europa. Prima della guerra questi territori vivevano di scambi, commercio, turismo, cooperazione transfrontaliera. Oggi molti di quei flussi sono scomparsi. I confini si sono chiusi, gli investimenti si sono fermati, le attività economiche hanno perso mercati e prospettive. Interi modelli di sviluppo locale – costruiti per decenni sulla vicinanza geografica – sono diventati improvvisamente obsoleti.
Nelle regioni al confine orientale la guerra ha prodotto una brusca riduzione degli investimenti, il crollo dei flussi commerciali e turistici, nuove barriere economiche e la perdita di posti di lavoro. In molti casi, a queste difficoltà si è aggiunta la pressione legata all’accoglienza dei rifugiati ucraini e alla strumentalizzazione dei flussi migratori da parte di Russia e Bielorussia come forma di guerra ibrida.
Ma il dato forse più preoccupante è quello demografico. I giovani partono, le famiglie esitano a restare, i servizi essenziali diventano più fragili. Scuole, trasporti, sanità locale: tutto diventa più difficile quando l’incertezza geopolitica si somma a debolezze strutturali già presenti.
Durante i miei incontri con sindaci, amministratori regionali, imprese e rappresentanti della società civile, un messaggio è emerso con chiarezza: queste regioni non chiedono assistenza emergenziale. Chiedono una prospettiva. Chiedono di non essere lasciate sole a gestire una trasformazione epocale che non hanno scelto.
Le regioni al confine orientale vivono una convergenza unica di criticità, ma possiedono anche asset spesso sottovalutati: capitale umano resiliente, patrimonio naturale, posizionamento strategico, potenziale per infrastrutture dual-use utili sia alla sicurezza sia allo sviluppo civile. Per questo, con la revisione di medio termine della Politica di coesione, abbiamo dato a stati membri e regioni la possibilità di utilizzare le risorse dell’attuale programmazione per investimenti più coerenti con le nuove priorità. Non sorprende che molte di queste regioni abbiano scelto di orientare gli interventi verso sicurezza, difesa e competitività.
La nuova strategia europea per le regioni al confine orientale dell’Unione, che sarà all’ordine del giorno del Collegio dei Commissari del 18 febbraio, sarà un ulteriore passo per rispondere alle esigenze di questi territori. Attraverso un metodo fondato sull’ascolto: presenza sul terreno, conoscenza diretta della realtà, costruzione delle politiche a partire dai bisogni concreti. Perché le sfide dei territori di confine non emergono dalle medie nazionali e non possono essere affrontate con strumenti standardizzati.
Politiche costruite sui territori, non calate dall’alto. Perché ciò che serve alla Letgallia, in Lettonia, non è identico a ciò che serve alla Carelia finlandese o alla Podlachia polacca. Ma tutte condividono una stessa condizione geopolitica: essere il confine esterno dell’Unione europea. Ed è qui che la questione diventa pienamente politica.
Le regioni di confine orientale non sono periferie marginali. Sono la prima linea della nostra sicurezza, della nostra stabilità e della nostra credibilità come Unione. La loro tenuta economica e sociale è direttamente legata alla sicurezza dell’intero continente.
Una frontiera fragile è una frontiera vulnerabile. Una frontiera che si svuota è una frontiera che si indebolisce. Per questo sostenere queste regioni non è solo una scelta di solidarietà. E’ una scelta strategica europea. Significa garantire ai cittadini il diritto di restare nel luogo che chiamano casa. Significa trasformare il confine da linea di frattura a spazio di solidità europea.
La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina continua. E con essa continua la necessità di rafforzare l’Europa dove è più esposta.
Le regioni al confine orientale non sono i confini di alcuni stati membri: sono i confini dell’Europa. E come tali richiedono una risposta comune, ambiziosa e duratura. Un confine orientale forte e prospero è una condizione essenziale per proteggere tutto il nostro continente.