Incontrare i giovani è una delle parti più gratificanti del mio lavoro. Da Palermo a Bologna, da Torino a Roma, incontro studenti, giovani lavoratori e imprenditori, pieni di idee, ambizione e ottimismo. Ma ascolto anche le loro preoccupazioni: sulla politica, sul ritmo lento del cambiamento, sul dubbio che abbiamo davvero un futuro, in Europa.
Questa inquietudine sta crescendo. Alle elezioni europee dello scorso anno, l’affluenza giovanile è calata in tutta l’Unione. L’ultimo sondaggio Eurobarometro dei giovani ha rivelato che soltanto l’8 per cento dei giovani ha contattato un politico per porgli una domanda che gli stava a cuore. La maggior parte pensa che non serva a niente, e questo dovrebbe preoccuparci tutti.
So con certezza che i giovani europei non sono indifferenti. Da ciò che vedo, sono profondamente coinvolti nelle grandi sfide del nostro tempo, e sono in molti modi più attivi che mai – semplicemente non lo sono necessariamente attraverso la politica tradizionale.
Vogliono che l’Europa agisca: che affronti l’aumento dei prezzi e il cambiamento climatico, che crei posti di lavori di qualità, che risponda all’insicurezza crescente. Ma chiedono anche qualcosa di più basilare: che la politica funzioni, non solo in teoria, ma nella pratica. Consapevolmente o meno, ampie parti delle nostre società stanno iniziando a perdere fiducia nella democrazia stessa, nell’idea che i nostri sistemi siano ancora capaci di ottenere risultati concreti.
Questa è la sfida che ci troviamo ad affrontare. È la responsabilità che grava su di noi che siamo stati eletti. L’Unione europea deve dimostrare di saper rispondere alle preoccupazioni che influenzano la vita quotidiana dei giovani.
Dobbiamo ascoltare con attenzione e agire con determinazione. Rischiamo di perdere un’intera generazione se non saremo in grado di spiegare chiaramente non solo che cosa stiamo facendo, ma anche perché lo stiamo facendo.
Comunicare il nostro messaggio è oggi più difficile, in un panorama dell’informazione sempre più complesso. I giovani trascorrono più tempo online di quanto non abbiano mai fatto, e tre su quattro affermano di essere stati esposti a disinformazione o fake news. Nell’era degli algoritmi e dei deepfake, la fiducia nelle istituzioni non è determinata solo dalle decisioni politiche, ma anche da come queste decisioni vengono filtrate, rappresentate e, purtroppo, talvolta distorte nello spazio digitale.
Qui i media indipendenti e affidabili svolgono un ruolo cruciale. Testate come il Foglio, che all’inizio di quest’anno è diventato il primo quotidiano al mondo a pubblicare un’intera edizione realizzata con l’intelligenza artificiale. Questo esperimento audace ha dato vita a un dibattito più ampio: sul potenziale delle nuove tecnologie, sul futuro del giornalismo, su come proteggere lo spazio dei fatti e della verità nelle nostre democrazie.
L’Europa sta rispondendo. Stiamo promuovendo la ricerca, l’innovazione e la formazione nel campo dell’intelligenza artificiale, stabilendo al contempo i più alti standard normativi a livello mondiale per garantire che i giovani possano beneficiare dell’IA in modo sicuro.
Stiamo investendo nell’alfabetizzazione mediatica, nel pensiero critico e nell’educazione digitale, perché il modo migliore per proteggere le persone – e in particolare i giovani – dalla disinformazione è assicurare loro l’accesso a informazioni accurate, la capacità di riconoscere la manipolazione e di compiere scelte consapevoli. La capacità di valutare le fonti è oggi più importante che mai.
Ma tutto questo non basta. Se vogliamo che i giovani si sentano coinvolti, dobbiamo anche fare dell’Europa un luogo in cui possano costruire il proprio futuro con fiducia. Questo significa rimuovere gli ostacoli all’innovazione, tagliare la burocrazia superflua e liberare pienamente il potenziale del nostro mercato unico, in particolare nei settori strategici come l’energia, i capitali e la difesa.
L’Italia ha tutte le carte in regola per prosperare. Durante le mie recenti visite al supercomputer Leonardo del Tecnopolo di Bologna e al distretto dell’innovazione Kilometro Rosso di Bergamo, ho visto creatività, talento e ambizione europea straordinari. In tutta la nostra Unione abbiamo alcune delle migliori università del mondo, ricercatori di eccellenza e oltre la metà di tutti i premi Nobel. Ma il talento ha bisogno delle giuste condizioni per crescere, e ciò significa investire, non solo in progetti, ma anche nelle persone e nelle competenze.
Ecco perché il prossimo bilancio settennale dell’Ue è così importante. Se vogliamo che l’Europa sia leader – nell’intelligenza artificiale, nelle tecnologie pulite, nella ricerca – dobbiamo allineare le nostre ambizioni alle risorse. Il Parlamento europeo ha chiesto costantemente maggiori investimenti nella mobilità giovanile, nell’istruzione e nelle iniziative per l’occupazione rivolte alle nuove generazioni. Il Parlamento europeo sta facendo la sua parte. Abbiamo approvato riforme per semplificare la regolamentazione, sostenendo le start-up, per migliorare l’accesso ai finanziamenti ed espandere i programmi che consentono ai giovani di studiare, formarsi e lavorare oltre i confini. Ma dobbiamo fare di più, e dobbiamo farlo più rapidamente.
Quando il presidente Sergio Mattarella ha visitato il Parlamento europeo all’inizio di quest’anno, ha incontrato giovani tirocinanti agli inizi della loro carriera nelle istituzioni europee. Ha descritto il Parlamento come “il centro di gravità che collega le istituzioni ai cittadini”. È una responsabilità che non prendiamo alla leggera. Significa far funzionare la democrazia, in modo visibile e tangibile, per ogni cittadino europeo.
Ho quattro figli e voglio che trovino il loro futuro qui, in Europa. Voglio che crescano in un’Unione che crede in loro, li sostiene e li prepara al successo. Sono convinta di non essere l’unica a desiderarlo.
La prossima generazione è pronta. Ora spetta a noi raggiungerla dove si trova, con azioni, con risposte, e con la fiducia nel fatto che l’Europa, e la politica democratica, possano ancora essere una forza positiva e concreta nelle loro vite.
Perché se vogliamo che i giovani restino, guidino e plasmino il futuro del nostro continente, dobbiamo offrire loro qualcosa di reale in cui credere: un progetto di pace, di progresso e di opportunità senza limiti.