‘‘L’Europa nella sua storia sta dentro a questo villaggio di pescatori. Chi scappa dalla persecuzione non dimentica. Ma la tolleranza non è una conquista. La libertà non è una conquista”. C’è un piccolo mistero al centro dell’ultimo libro di Jan Brokken, un mistero che non riguarda solo l’albergo protagonista della sua storia, ma in qualche modo tutti noi. Noi come partecipanti di una civiltà. Nel registro degli ospiti dell’Hotel Spaander, nella cittadina olandese di Volendam, affacciata sul mare interno del Markermeer, hanno lasciato la loro firma circa millequattrocento artisti provenienti da quasi tutti i paesi d’Europa e da Stati Uniti, Canada, Russia, Giappone, Nuova Zelanda. Fondato nel 1881 da un visionario filantropo e amico delle arti, l’albergo si inserisce nella storia arcieuropea dei grand hotel come porti franchi, avamposti cosmopoliti dove una happy little internazionale alla Edith Wharton e alla Nabokov si è ritrovata per decenni a scambiarsi idee, aneliti e patimenti — il Grand Hotel di Vevey o il Montreux Palace o i Miramonti Cristallo e Savoia di Cortina, su su fino al Berghof dove resta incastrato Hans Castorp in mezzo al gran spettacolo della decadenza e consunzione dell’élite europea. Però lo Spaander è anche qualcosa di più, se è vero che, come racconta quel viaggiatore incallito di Brokken, autore dello splendido Anime baltiche e ora di La scoperta dell’Olanda, sempre con Iperborea, coltissimo e acuto sotto l’apparenza bonaria e placida, la prima cosa che accoglie i visitatori entrando nella hall è un’insegna con dipinto un uomo sorridente e la scritta: “Benvenuto, artista”. Cioè a differenza di albergoni vacanzieri e sanatori alpini questo era un luogo intenzionalmente fatto per accogliere una colonia di artisti. Per creare uno spazio di libertà, che funzionò per Signac, Kandinskij, Joseph Beuys, George Hitchcock, così come Ravel, Proust e centinaia di altri.
“Cominciamo da un dato sorprendente”, dice Brokken al Foglio. “La maggior parte delle colonie di artisti dopo cinque, dieci anni di solito finisce. Ma questa resistette per un periodo clamorosamente lungo, dal 1881 al 1932, quando smise di essere ritrovo di artisti, comunque mezzo secolo, durante il quale si susseguono impressionismo, post impressionismo, espressionismo tedesco, e poi il simbolismo belga e ancora De Stijl, e l’affacciarsi dell’astrattismo… Come ha resistito tanto a lungo, mi sono chiesto? Com’è stato possibile un esperimento di convivenza che andò avanti perfino durante la Prima guerra mondiale, quando l’Olanda era neutrale, con pittori belgi che fuggivano qui per restarvi per tutta la guerra, e poi britannici, tedeschi, francesi, austriaci, tutti insieme, magari tra grandi litigi, ma senza che nessuno mai venisse cacciato?”. Forse c’entra qualcosa l’Olanda, una nazione che non è solo la bestia nera di Michel Houellebecq (che in quasi ogni suo romanzo inserisce qualche allegra e isterica invettiva contro quei “mercanti” snazionalizzati e privi di fierezza che sarebbero secondo lui gli olandesi), ma soprattutto è il paese di Spinoza. Della lunga permanenza-rifugio di Cartesio. E’ anche quel posto dove Oliver Sacks va da omosessuale londinese, a inizio anni Cinquanta (dopo un breve passaggio per un kibbutz) con il felice intento di perdere la verginità: sentendosi più sicuro nei Paesi Bassi che nella sua Londra. E’ l’Olanda e segnatamente lo Spaander il posto in cui le sorelle Zuelzer, ebree berlinesi, trovano un porto sicuro e un rifugio, almeno iniziale, alla persecuzione (che le colpì invece durante la guerra). Da dove viene tanta apertura? “Quando ho iniziato la mia ricerca ho pensato a questo villaggio di Volendam, fatto da poveri pescatori. Prevalentemente cattolici, in una regione a maggioranza protestante. Gente molto religiosa. Bisogna immaginarsela, questa popolazione austera e conservatrice, che si vede sfilare davanti per anni tutti quegli artisti con le loro eccentricità e follie e strane origini… e i caratteri, ovviamente, gli artisti non sono le persone più facili del mondo…”.
Cosa avranno pensato gli abitanti di Volendam, “rozzi ma di buon cuore”, semplici pescatori che solcavano le acque fredde del Mare del nord sui loro botter fragili e spavaldi, di tutta quella gente, da Baden Powell a Eleanor Roosevelt, al Kaiser tedesco in esilio Guglielmo II, fino ad Alfred Dreyfus, che vi soggiorna poco dopo essere stato assolto in appello nel 1906?
“Pensa alle oltre duecento donne pittrici che hanno soggiornato a lungo a Volendam. E’ abbastanza incredibile, se si pensa che alla fine dell’Ottocento le donne non erano ammesse nelle colonie di artisti, che non avevano nemmeno il diritto di dipingere un uomo”. Allo Spaander sì. “Eh. Continuavo a chiedermi come mai proprio lì. Nei villaggi nulla prospera più dell’intolleranza, gli abitanti dei paesini sono introversi e riservati. Perché a Volendam le cose erano diverse? Ho messo insieme gli indizi. C’era un fatto. Che le persone lì hanno in prevalenza i capelli molto scuri. Sono state fatte molte congetture, due storici locali hanno escluso l’ipotesi più frequente, cioè che ci fosse stato una caserma di soldati spagnoli nei dintorni di Volendam, nel XVII secolo, con le prevedibili conseguenze, o che ci fossero molti figli e nipoti di un gruppo di pittori francesi… no. In compenso scoprirono qualcos’altro”. Cioè? “Che un buon numero di abitanti di Volendam erano discendenti di ebrei sefarditi. Fuggiti qui dal Portogallo nel Seicento. I più benestanti tra loro, e studiosi come Spinoza, furono accolti ad Amsterdam; venditori ambulanti, tessitori e pescatori cercarono di costruire una nuova vita a Edam, Monnickendam… e Volendam. I due storici hanno passato nella rassegna cinquemila cognomi locali e ventimila nomi: nomi tipici ebraici come Salomons o Tavissen si erano trasformati in Snoek e Tuyp. Alcuni Tavissen divennero anche Molen o Butter, come Hille Butter, che aveva effettivamente capelli neri e lucenti, e occhi grigioazzurri”. E’ una storia di perseguitati. La migrazione per trovare rifugio nella libertà. “Sì, sì. E’ quello che è rimasto, a secoli di distanza, magari anche inconsapevolmente, nella mentalità della popolazione. I sefarditi, con l’esperienza di secoli di persecuzioni e l’incertezza di come avrebbero reagito gli olandesi al loro arrivo, cercarono di camuffare le loro origini e di integrarsi il più rapidamente possibile in una società che garantiva loro un lavoro e un tetto sopra la testa”.
Qui però finisce l’idealismo. Brokken a questo punto ricorda due cose non molto piacevoli: la prima è che, per facilitare l’integrazione, non fu sgradito agli olandesi l’oro che i pescatori sefarditi riuscirono a recuperare dal relitto della Lutine, una nave che si era inabissata al largo di Volendam e il cui bottino i bravi marinai riuscirono a recuperare dal fondo del mare. Quindi: certo, integrazione e benevolenza. Ma i soldi, anche, e la scaltrezza, e l’intraprendenza, e il baratto. La seconda riguarda l’Olanda di oggi. A Volendam le ultime elezioni sono state vinte dal Pvv di estrema destra, populista e nazionalista. “La tolleranza non è un valore eterno. La devi riscoprire a ogni decennio. La libertà non è una conquista. Ripenso al momento più bello dell’Europa durante la mia vita, a me stesso che guardo, il 9 novembre 1989, le immagini televisive della caduta del Muro di Berlino. La fine dell’oppressione. E al netto di qualche occasionale uccisione in Romania e altrove, possiamo dire che finì in modo pacifico, senza grandi spargimenti di sangue. Pensa alla Rivoluzione Cantata nei paesi baltici, alle altre rivoluzioni europee che portarono alla fine dei regimi socialisti… Bene. Quel periodo glorioso è finito nel 2014. Quando la Russia ha occupato la Crimea”.
Brokken è figlio di un olandese e di una russa. La mamma gli leggeva il Dottor Živago e Anna Karenina alla sera prima di dormire. Ha scritto Bagliori a San Pietroburgo che è un altro itinerario sentimentale nella musica e nella memoria di un bambino. “Ho visto l’89, e creduto che perfino la Russia sarebbe forse diventata un paese democratico, che avrei potuto viaggiare senza problemi a San Pietroburgo, a Mosca. Mi sbagliavo. Che tutto questo sia finito ora è per me assolutamente orribile”. Anche se Putin vincesse una battaglia in Ucraina, ha perso la guerra, perché nessuno in nessuna nazione ha più alcun rispetto né interesse nella Russia di oggi. Siamo davvero alla fine. Della Russia”.