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Dall'America latina, con ammirazione

Una lettera all’Europa dall’Estremo occidente

di Héctor Abad Faciolince, scrittore
© Getty

Cari europei, così come esiste un Estremo oriente, nelle più o meno arbitrarie tassonomie geografiche della terra dovrebbe esistere anche un Estremo occidente. Così come un certo orientalismo sembra condensarsi sulle cime del Tibet, è possibile che vi sia un Tibet sudamericano (tra le alte vette delle Ande) dove l’occidente possa essere idealizzato in maniera esagerata. Almeno, è in questo modo che vorrei giustificare il fatto che un colombiano – nato in una delle periferie più remote dell’occidente – osi rivolgersi all’Europa come se questa non fosse una terra straniera, bensì, al contrario, l’unico riferimento culturale e politico verso cui possiamo ancora volgere lo sguardo, l’aspirazione e la speranza.

Quando gli Stati Uniti rinunciano all’empatia (secondo Elon Musk il difetto più grave dell’occidente è proprio l’empatia) e si dedicano all’antipatia; quando quel paese si ostina a respingere i sub-americani per via del colore della pelle, della povertà, della lingua o dei tatuaggi; quando anche lì si cerca di imporre all’università (quella grande invenzione dell’occidente) cosa debba insegnare e cosa no; quando la maggiore potenza dell’occidente si definisce “America first” (appropriandosi persino dei gentilizi, dal Golfo del Messico fino al nome stesso di America, come se chi vive tra il Messico e l’Argentina non appartenesse a quello stesso continente); quando tutto ciò accade, è evidente che quel paese senza nome, gli Stati Uniti, non può più essere il riferimento di ciò che un tempo si chiamava occidente. In tale paese, e sotto l’abuso della parola “libertà”, si stanno minando proprio le libertà più fondamentali, e i diritti più essenziali degli esseri umani.

Forse una delle influenze più grandi nella cultura occidentale, nella sua diffusione (per il bene e per il male) in altre parti del mondo, è la religione cattolica (quella “eresia del giudaismo”). E ciò che sembra ignorare profondamente il cattolico neoconvertito chiamato James David Vance è il significato etimologico e profondo della parola “cattolico” (dal greco katholikós), che significa appunto “universale”. Per una religione universale non ha senso che una regione o alcuni cittadini vengano prima (first) e altri dopo. Per questo la Chiesa, che non è stupida, ha lanciato un messaggio chiarissimo all’impero nordamericano con gli ultimi due papi: uno argentino (del profondo sud) e un altro statunitense, ma residente e naturalizzato in un paese a maggioranza indigena o meticcia, il Perù. Che Papa Leone XIV, nel suo primo discorso, abbia parlato solo in italiano, latino e spagnolo, è un chiaro segnale per un paese che, dal primo giorno del nuovo governo, ha ordinato di proibire lo spagnolo su tutte le pagine ufficiali degli Stati Uniti.

Tra i fatti fondamentali che favorirono l’indipendenza dei paesi ispanoamericani, si è sempre indicata la prima traduzione e pubblicazione, da parte di un americano, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, effettuata a Bogotá da Antonio Nariño nel 1793. Questa dichiarazione, approvata dall’Assemblea francese, non diceva da nessuna parte che quei diritti si applicassero solo ai francesi. Questi diritti, in tal senso, nascevano da una tradizione universalista, cattolica, che non anteponeva etnia, nazionalità o luogo sulla mappa. Perciò la sua traduzione nella Nuova Granada contribuì alla nascita, anni dopo, dell’idea e della breve realtà di una Gran Colombia, una specie di Unione europea ante litteram in Sudamerica, un’unione di paesi – quanto più ampia possibile – che non si sarebbero mai fatti la guerra tra loro.

C’è un poeta sudamericano, forse il più grande scrittore che sia mai esistito nell’Estremo occidente, accusato dai furiosi nativisti di essere troppo europeo: l’argentino Jorge Luis Borges. Ho la tenace superstizione che i grandi poeti siano veggenti, cioè che, anche senza volerlo, possiedano un dono profetico. Le ultime parole, gli addii di un poeta quando si rende conto che la vita sta per finire, accentuano questa curiosa inclinazione a voler annunciare il futuro. La profezia, più che un atto magico, è un desiderátum, un “magari”, un augurio pronunciato come un incantesimo, cioè con una precisa combinazione di parole che potrebbe avere un effetto propiziatorio. Nessuno riconosce meglio dei poeti l’importanza delle parole. Le parole sono importanti perché, in modo misterioso ma reale, prefigurano e costruiscono la realtà.

Basandomi su quanto detto, vorrei citare la prosa poetica che Jorge Luis Borges pose nell’ultima pagina del suo ultimo libro di poesie, I congiurati, e che porta, per sottolinearne ancora di più l’importanza, lo stesso titolo del libro. Non mi pare insensato proporre che questa poesia venga letta come un testamento. Il testo, in principio, è dedicato alla Svizzera (il paese dove Borges visse da giovane e dove morì il 14 giugno 1986, trentanove anni fa), ma in fondo si riferisce, credo, all’idea di Europa, a ciò che l’Europa ha cominciato a costruire dall’aprile del 1951, con il Trattato di Parigi, a cui aderirono, oltre alla Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. E’ a quell’idea (che avrebbe portato all’Unione europea) che l’Ucraina vorrebbe ora aderire, senza dover chiedere il permesso alla Russia. Borges scrisse nel suo testamento:

Nel cuore dell’Europa stanno congiurando.
Il fatto risale al 1951.
Si tratta di uomini di stirpi diverse, che professano religioni diverse e che parlano lingue diverse.
Hanno preso la strana decisione di essere ragionevoli.
Hanno deciso di dimenticare le loro differenze e di accentuare le affinità.

In quanto sopra ho cambiato solo una cosa dal testo originale: la data (nel testo originale era il 1291 e si riferisce alla Svizzera). Ciò che segue è tratto da altri scritti di Borges:

Furono quei ciechi viandanti che cantarono in versi l’ira di Achille e le fatiche e i viaggi di Ulisse, i cui nomi si riassunsero in uno solo: Omero.
Furono quel viandante che raccontò in versi Inferno, Purgatorio e Paradiso.
Furono un soldato monco e un hidalgo che sognava di essere don Chisciotte e alla fine lo fu.
Furono quel drammaturgo e impresario teatrale di Londra che non si propose mai di scrivere un capolavoro, e la cui gloria postuma lo avrebbe sorpreso.
Furono il dio panico di un filosofo ebreo che scolpiva cristalli con le sue mani.
Furono Bruno bruciato sul rogo e Galileo costretto a ritrattare le verità provate da Copernico e Keplero.
Furono Polo, Colombo e Magellano che completarono infine la sorprendente sfera del globo.
Furono Pascal e il calcolo, Voltaire e la prosa perfetta, Cartesio e il metodo affinato poi da Kant e Schopenhauer.
Furono la microbiologia e i vaccini di Pasteur, i neuroni descritti da Ramón y Cajal, i raggi invisibili di Madame Curie.
Furono la relatività e Einstein e l’energia nucleare.
Furono l’azzurro di Fra Angelico e le teste mozzate di Artemisia Gentileschi.
Furono Socrate, Platone, Pitagora e Aristotele che insegnarono a pensare a Hume, Smith e Russell.
Furono l’Enciclopedia di D’Alembert e Diderot e le menti luminose di Condorcet e Madame de Staël.
Nel cuore dell’Europa cresce una torre di ragione e di ferma fede.
I paesi ora sono ventisette. I prossimi dovranno essere Ucraina, Georgia e Moldavia.
Domani sarà tutto il pianeta.
Forse quello che dico non è vero; magari è profetico.

Fin qui Borges, non letteralmente come appare nei Congiurati, ma una mia rielaborazione del suo pensiero. Alcune idee dell’Europa aspirano a essere universali, applicabili a tutti gli uomini, e ciò non dovrebbe essere per voi, europei, motivo di vergogna. L’Ue è la creazione culturale e politica meno imperfetta che sia mai esistita nella storia del mondo. Dall’Estremo occidente vi guardiamo con ammirazione e speranza. Non potete tradirci.

Un saluto affettuoso.