Una presidenza danese fuori dagli schemi
Martedì primo luglio, la Danimarca erediterà dalla Polonia la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. Il programma sarà svelato dalla premier, Mette Fredriksen, una decina di giorni prima. Due saranno le priorità, in linea con il semestre polacco: difesa e sicurezza, da un lato, ed economia e competitività, dall’altro. Le prime proposte legislative della Commissione di Ursula von der Leyen in questi settori sono state presentate. Toccherà ai danesi guidare i negoziati tra i governi e tra il Consiglio e il Parlamento europeo. La Danimarca intende fare progressi anche su altri tre temi: la politica migratoria, l’allargamento e il prossimo quadro finanziario pluriennale. Ma l’imprevedibilità degli Stati Uniti guidati da Donald Trump, la continuazione della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e il contesto geopolitico imporranno alla presidenza danese a uscire dagli schemi. L’ossessione di Trump di annettersi la Groenlandia ha già costretto i danesi, abituati alla programmazione e alla prevedibilità, a cambiare mentalità. Lo stesso principio sarà adottato durante la presidenza dell’Ue. I diplomatici di Copenhagen hanno un lungo elenco di crisi attuali e potenziali che potrebbero influenzare il semestre: una guerra commerciale tra Stati Uniti e Ue, tra Stati Uniti e Cina o tra Stati Uniti e il resto del mondo; la guerra russa in Ucraina; la guerra di Israele contro Hamas a Gaza; la situazione in Siria. Ciascuno di questi fronti può trasformarsi in crisi interna per l’Ue, che sia economica, di sicurezza o di migranti. Un mancato accordo sui dazi di Trump costringerebbe gli europei a rispondere con maggiore forza, a costo di autoinfliggersi danni economici e inflazione. Un disimpegno degli Stati Uniti dall’Ucraina imporrebbe agli europei di caricarsi tutte le responsabilità della sua sicurezza. Una nuova guerra civile siriana potrebbe spingere milioni di rifugiati verso le frontiere europee. I danesi sono pronti a mettere da parte il programma e i dossier burocratici per concentrarsi sulla gestione di una o più crisi da ovunque vengano. Alcune minacce sono interne, come un possibile veto dell’Ungheria sul rinnovo delle sanzioni contro la Russia da approvare entro il 31 luglio.
Sulla difesa e la sicurezza, l’obiettivo è preparare il terreno perché l’Europa sia capace di difendersi da sola nel 2030. La Commissione ha presentato il piano di riarmo. Un accordo sullo strumento di prestito Safe da 150 miliardi è già stato raggiunto. Poco più della metà degli stati membri ha deciso di attivare la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità per spendere l’1,5 per cento di pil in più nella difesa. La Danimarca vuole andare oltre. Come lo farà dipende dai risultati del vertice dei capi di stato e di governo della Nato, ma la presidenza danese spingerà anche sulle proposte legate al concetto più ampio di sicurezza: le minacce ibride, gli attacchi cyber, i sabotaggi, le raccomandazioni del rapporto di Sauli Niinistö sulla preparazione, le catastrofi naturali.
Su economia e competitività, la Danimarca scommette che i dazi di Trump daranno nuovo slancio per avanzare sul rafforzamento del mercato unico e abbattere le frontiere transfrontaliere: a Copenhagen viene citata una stima del Fmi, secondo cui se il commercio intra-europeo aumenterà del 2,5 per cento verranno ammortizzate le perdite economiche dovute a dazi americani al 20 per cento. La Danimarca avvierà i negoziati sulle proposte della Commissione per abbandonare del tutto il petrolio e il gas russi, ma vuole anche spingere investimenti nelle interconnessioni e nella rete. La presidenza danese vuole avanzare sull’unione dei mercati dei capitali, che dovrebbe permettere di fornire gli investimenti privati necessari a rilanciare la competitività. Copenhagen ha già registrato segnali incoraggianti da Parigi e Berlino, in particolare dal governo di Friedrich Merz, dopo vent’anni di ostruzionismo tedesco. Durante la precedente presidenza del Consiglio dell’Ue, nel 2012, la Danimarca riuscì a raggiungere un accordo storico sull’unione bancaria.
I summit del G7, della Nato e dell’Ue testano l’unità dell’occidente
Il summit del G7 a Kananaskis, nello stato dell’Alberta in Canada, dal 15 al 17 luglio, sarà il primo test dell’unità (o forse dell’esistenza) dell’occidente come entità politica. Il trattamento riservato finora da Trump con i suoi dazi agli alleati tradizionali degli Stati Uniti, tutti riuniti nel G7, lasciano temere il peggio. Il summit della Nato che si terrà all’Aia dal 24 al 25 giugno sarà molto incerto. Un accordo di principio è stato raggiunto per portare gli obiettivi di spesa per la difesa al 5 per cento del pil entro il 2034 (3,5 per cento in eserciti e armi, 1,5 per cento nel concetto più generale di sicurezza), ma non è detto che questo basti a Trump. Al di là del disimpegno americano dall’Ucraina, la grande paura è il ritiro di Trump dalla sicurezza dell’Europa, compresi i circa 100 mila soldati che gli Stati Uniti schierano sul vecchio continente. Il bilancio dei summit del G7 e della Nato alimenterà il dibattito a Bruxelles per il Consiglio europeo del 26 e 27 giugno.
Nuove regole per gli aiuti di stato
Mercoledì 25 giugno la Commissione dovrebbe presentare il nuovo quadro sugli aiuti di stato, che fisserà i princìpi sui sussidi pubblici per il resto della legislatura. Tra i dazi di Trump, il rafforzamento della difesa e la necessità di sostenere la transizione climatica, la Commissione potrebbe tenere i rubinetti degli aiuti di stato ben aperti. C’è una ragione in più, e più potente, che spinge in tale direzione: i piani del governo tedesco su infrastrutture e competitività. Il ministro dell’Economia, Katherina Reiche, ha detto di sperare che la Commissione capisca la necessità per Berlino di sussidiare le imprese di settori come la chimica e l’acciaio vista la loro importanza per l’economia dell’Ue. La presidente Ursula von der Leyen ha un orecchio sempre attento ai consigli dei suoi compatrioti. Il pericolo, lasciando mano libera alla Germania, è di distruggere la parità di condizioni nel mercato interno dell’Ue.
Budapest al centro del consiglio affari esteri e affari generali
Il Consiglio Affari esteri del 23 giugno e il Consiglio Affari generali del 24 giugno avranno come protagonista l’Ungheria di Viktor Orbán. I ministri degli Esteri saranno chiamati a discutere del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e della proroga delle sanzioni settoriali in vigore.
I loro colleghi degli Affari europei devono decidere se aprire la prima serie di capitoli negoziali nel processo di allargamento di Ucraina e Moldavia. Sui tre dossier incombe il veto di Orbán. Il livello di esasperazione tra i partner europei non è mai stato tanto alto. Sulla proroga delle sanzioni contro la Russia si sta preparando un “piano b” per aggirare il potenziale veto dell’Ungheria. Sull’adesione dell’Ucraina, un gruppo di stati membri è pronto a modificare le attuali regole per evitare di dover decidere all’unanimità ogni singolo passo del percorso per entrare nell’Ue.