Un arcipelago tinto di verde: a questo fa pensare una delle mappe ufficiali che riporta i risultati delle ultime elezioni in Romania. Verde, che sta a indicare pro Europa, pro Nicusor Dan, il neo eletto presidente, il matematico che accompagna a piedi la figlia a scuola, poco sedotto dagli sfarzi del nuovo ruolo. Un arcipelago europeista ai confini dell’Europa, e sul confine, poiché anche in patria ha vinto Dan. Di giallo si tinge, invece, il cuore dell’Europa, per indicare il voto a favore del candidato anti europeista, George Simion, legittimo erede di Calin Georgescu, colui che a dicembre 2024 ha portato la Corte costituzionale romena ad annullare le elezioni viziate da gravi irregolarità e violazioni della normativa, tali da alterare il carattere libero e corretto del voto.
Ma perché la diaspora extra-europea corre alle urne al fine di mantenere la Romania nei confini europei? E’ forse l’illusione della bellezza delle cose lontane a incidere sulla loro preferenza? E, di contro, l’assuefazione del reale, spinge chi vive l’Europa a non desiderarla più?
Osserviamo i dati. Secondo le statistiche, la fascia di età con il maggior numero di elettori è quella compresa tra i 45 e i 65 anni: una generazione che ricorda bene cosa abbia significato il regime per la Romania e cosa potrebbe implicare un suo ritorno, anche in forme diverse. Non necessariamente lo stesso sistema – i tempi sono cambiati – ma un suo gemello ideologico, capace di imporsi con la stessa prepotenza e violenza nel dettare la propria visione. Un’ombra che, pur caduta insieme a Nicolae e Elena Ceausescu, non è mai svanita del tutto.
A fare la differenza, in termini numerici, sono anche le donne. E questo può essere interpretato soltanto in un unico modo: l’ipotesi dell’obbligo della gonna per favorire la libera circolazione alle energie cosmiche – come insegna sui social media la moglie di Georgescu – fa paura, spinge a scendere al voto. Del resto, in Romania il diritto di non coprirsi più il capo con “naframa”, il fazzoletto, è conquista recente – questo per riprendere il simbolo evocato da Simion, con cui ha affermato la propria virilità e determinazione nel costruire il futuro governo. Cioè, lui non è una femmina col fazzoletto in testa. Non solo: chi si è recato alle urne per mantenere la Romania ancorata all’Europa e scongiurare una deriva anti europeista rappresenta anche quella parte di popolazione che ha sperimentato in modo diretto i benefici dell’appartenenza all’Unione, tanto sul piano geografico quanto – e soprattutto – su quello economico, vivendo quotidianamente in patria gli effetti concreti dell’integrazione europea.
Eccone un esempio. Nel 2018, la Romania ha contribuito con circa 1,6 miliardi di euro al bilancio dell’Unione Europea, pari allo 0,83 per cento del suo pil di allora. Nello stesso anno, ha ricevuto 4,773 miliardi di euro in fondi europei per agricoltura, sviluppo regionale e occupazione. Il saldo netto? Oltre 3 miliardi di euro a favore della Romania. (Sempre a titolo di esempio, la situazione dell’Italia ha seguito la stessa logica nel 2023).
Ma questo risultato positivo non è un’eccezione. La Romania riceve ogni anno molto più di quanto contribuisca, e non soltanto in termini economici, ma anche in modernizzazione, infrastrutture, standard e opportunità. Nel periodo 2021-2027 questo equilibrio è ulteriormente rafforzato. I numeri parlano chiaro. Secondo le stime ufficiali, la Romania dovrebbe ricevere circa 30 miliardi di euro da destinare a strade, ospedali, digitalizzazione, istruzione; 14 miliardi di euro agli agricoltori; 6,98 miliardi di euro al piano post Covid. Per un totale stimato di circa 73 miliardi di euro.
Il verde della mappa con i risultati delle elezioni raccontano di questo: da fuori e dalla Romania stare in Europa significa crescita, possibilità, diritti concessi e rispettati. Sulla medesima mappa affiora anche il lato oscuro: la disillusione, la sfiducia, la nostalgia per un paese il cui sistema fatica a mantenere le promesse, non solo quelle degli ultimi trentacinque anni, ma addirittura quelle più recenti. Basti pensare all’ondata di entusiasmo che aveva accompagnato l’elezione di Klaus Iohannis nel 2014, sostenuto con forza dalla diaspora europea, che allora aveva affrontato code interminabili ai consolati pur di votare. All’epoca i seggi all’estero erano 294. Nel 2025, sono diventati 959. Ma il grido di speranza e partecipazione proveniente dalla Romania sembra oggi più flebile, o forse rimasto inascoltato.
Infatti, anche stavolta la Romania ha lanciato il suo grido, ma la diaspora europea non lo ha accolto. Ha seguito l’istinto, le emozioni immediate, forse la paura di ritrovarsi – ancora una volta – dalla parte sbagliata della storia. Forse lo ha fatto a ragione. Di certo, l’Europa, vista da dentro, invoglia meno a restarci: dilaniata dalle indecisioni o dalle decisioni poco costituzionali (vedi il discorso sul riarmo), appare sempre di più come una nave che ha colpito l’iceberg. Da dentro, certe crepe lasciano filtrare l’oscurità che sta al di là dell’idea di una Europa unita, forte, salda.
Dall’interno, come riflette Elena Paparella nel suo volume Il Parlamento europeo dalla sovranazionalità al costituzionalismo, vi è uno scollamento da parte dei cittadini da ciò che è e fa il Parlamento europeo, per cui, in paesi come la Romania si ha la sensazione che esso sia solo una porta per raggiungere interessi personali in un mondo politico autoctono corrotto, imponendo anche idee inconciliabili con il tipo di società tradizionale romena (vedi, per esempio, le politiche contro le discriminazioni sessuali). Seguendo ancora Paparella, non basta più sentirsi parte di una comunità, occorre esserla. Serve ricostruire un’identità europea grazie a partiti transnazionali, per cui spronare i cittadini a una partecipazione attiva alla costituzione degli organi di governo europei.
In questa occasione, la Romania ha reagito alla paura dell’isolamento e del possibile scivolamento a est scegliendo l’Europa, ancora una volta. L’ha scelta come bussola e come finestra: una bussola che non sempre indica una direzione sicura, perché anche l’Europa oggi vacilla nella tempesta; e una finestra ancora aperta sul possibile, sebbene incrinata. Romania e Europa si assomigliano nella loro inquietudine. Con l’elezione di Nicusor Dan, la Romania inaugura una nuova fase: la lotta per ridefinire i propri confini identitari, non per inseguire un ideale astratto, ma per avvicinarsi – se non al sogno europeo – almeno alla sua eredità più concreta e duratura: la tradizione dei diritti riconosciuti e rispettati.