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La gara di tuffi

Non c’è niente di più europeo di un bagno nel fiume di città

Illustrazione di Paolo Beghini

Nella seconda metà dell’Ottocento, il Musée des Egouts era uno dei vanti di Parigi, reali e dignitari europei facevano il giro sotterraneo – gli uomini a piedi e le donne sulle barchine – del sistema fognario della città, simbolo della modernità della Francia. L’anno scorso, in occasione delle Olimpiadi, il museo ha ospitato una piccola mostra piena di foto, disegni, cartoline sulla storia dei bagni nella Senna, l’acqua in superficie, l’ossessione delle autorità parigine non soltanto per gli atleti in arrivo in città: vivere i fiumi cittadini è diventata una cosa europeissima. Nel Settecento si faceva il bagno nudi nella Senna, poi la pratica fu dichiarata indecorosa, uomini e donne furono divisi in zone distanti e all’inizio del secolo scorso immergersi nelle acque cittadine del fiume fu vietato: “l’intervento dell’uomo” era già allora considerata la prima causa dell’inquinamento. Per molti anni non ci si occupò più della questione, prima una guerra poi un’altra, infine tornata la pace si ricominciò con le promesse e gli investimenti, mentre molte altre capitali europee si attrezzavano per vincere questa competizione tra nuotatori di città. Ma la Senna era, forse è ancora, ostile e ostica, piena di batteri pericolosi, Jacques Chirac, quando era sindaco di Parigi, nel 1988, disse che avrebbe fatto un tuffo nella Senna entro cinque anni e il ministro dell’Ambiente di allora, Brice Lalonde, gli rispose: “Sarò lì con te, con un asciugamano e gli antibiotici”.

In quest’estate torrida, il sogno si è avverato, dopo che lo scorso anno guardavamo preoccupati gli atleti delle Olimpiadi che, gareggiando nella Senna, qualche infezione alla fine se la sono presa, pure se la sfacciata grandeur parigina, coloratissima e imponente, ha nascosto molte pecche di quella edizione: oggi si nuota nel fiume in città, sono state aperte tre “piscine” ben delimitate dalle boe gialle, ché la pulizia dell’acqua è un affare costoso e traballante, bastano una corrente inattesa o un temporale e i criteri di balneabilità saltano immediamente. Ma vuoi mettere le tabelle che registrano le oscillazioni di batteri e alghe nell’acqua con la meraviglia dei piccoli lidi cittadini? Due sulla rive droite, uno sulla rive gauche, gratuiti, puliti, ordinati, gialli, il colore dell’estate, dopo centodue anni di divieti (come si rientrerà dai millequattrocento miliardi di euro spesi per rendere balneabile la Senna?, si chiedono molti, in particolare per attaccare la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, nostra signora dei bagni dimostrativi in un fiume dall’aria malata).

Berlino guarda l’enfasi francese con legittimo sussiego, ma in realtà la sua è una questione di invidia: è dal 2012 che un’associazione cittadina, la Flussbad Berlin (Flussbad è, appunto, il bagno nel fiume), fa pressione sul comune perché dichiari balneabile la Sprea, chiusa ai bagni dal 1925, quando un aumento della popolazione della città e l’arrivo di fabbriche e industrie la resero inavvicinabile. A maggio, in un pomeriggio assolato, la Flussbad ha organizzato una manifestazione, battezzata “Dip-Dip-Hurrah”, nei 150 metri di Sprea che cent’anni fa ospitavano “la stazione del nuoto”, di fronte al museo Humboldt Forum, che ricalca l’architettura dell’antico castello degli Hohenzollern. Salvagenti, unicorni e papere gonfiabili hanno arredato la Sprea, mentre decine di persone si tuffavano nell’acqua a 21 gradi, gridando ai fotografi “pensavo fosse più sporca!”,  e rilasciando dichiarazioni da insofferenza da overtourism: questa parte della città è da anni occupata dai turisti, la rivogliamo indietro. Il comune è cauto, dice che entro l’anno sarà pubblicata un’analisi batteriologica che darà indicazioni più chiare sul futuro del bagno nella Sprea, promette un periodo di prova per la prossima primavera e invita i nuotatori insistenti ad andare intanto a sfogarsi nei tanti laghetti che ci sono attorno a Berlino. Ma loro non ci sentono, dicono che non c’è cosa più europea del bagno nel fiume della città, che non si può restare indietro, farsi battere dai francesi, addirittura, per la solita burocrazia tedesca che ammazza i desideri.

Da dove sia nata, questa mania europea del bagno nel fiume sotto casa, non è chiaro, c’è chi dice che sia una possibilità che abbiamo solo noi e che, come tante altre cose, non sappiamo valorizzarla, non sappiamo renderla parte della way of life europea. C’è chi la inserisce nei gusti prevalenti di questo secolo, nell’egemonia “dell’esperienza”: non lo conosci davvero, un posto, se non lo vivi, è così che il ristorante-dove-devi-andare-per-forza ha preso il posto del museo o della casa di un poeta, ed è così che il lido in città diventa irresistibile. C’è chi invece dice che gli altri, i turisti, non c’entrano, è un desiderio dei cittadini quello di potersi godere ogni parte della propria città, tanto più che c’è il riscaldamento climatico e pure a Varsavia i tradizionali bagni invernali nella Vistola, un misto tra una prova di sopravvivenza e una crioterapia, non sembrano più sufficienti, ci vuole il bagno anche d’estate, pure se il fiume dei draghi e delle sirene protettrici è talmente inquinato che soltanto il gelo lo rende accessibile.  Quale sia la ragione, il bagno nel fiume di città è comunque molto più praticabile nel nord dell’Europa, dove si nuota anche d’inverno: quando si parla delle grandi divisioni tra il nord e il sud del nostro continente, loro frugali noi spendaccioni, loro disposti a tutto pur di cacciare indietro Putin e le sue aggressioni e noi inclini a riaprirci alla Russia, loro digitalizzati in tutto noi con le copie cartacee obbligatorie in fila negli uffici amministrativi, ci dimentichiamo di citare la più importante: loro che si immergono anche nel ghiaccio liquido pur di fare un bagno e noi che se l’acqua non è calda non ci avviciniamo proprio. Come sempre il desiderio vince e così a Oslo, uno dei più grandi business del cosidetto “tempo libero” comprende le saune galleggianti sul fiordo (salato) della città,  la vittoria sull’inquinamento, perché anche qui per molti anni l’acqua cittadina è stata vietata. L’Oslo Sauna Association è stata creata nel 2016 dal Club del nuoto (nel ghiaccio) del ministero degli Esteri norvegese ed è stata accolta con lo scetticismo che si riserva spesso ai diplomatici. Ma avevano ragione loro, ora le 26 saune galleggianti sono sempre prenotate, dalle 7 di mattina alle 11 di sera, arrivano i turisti, certo, che fanno la sauna, si tuffano nell’acqua che non supera mai i 20 grandi e ritornano in sauna, decine di volte avanti e indietro, ma arrivano anche gli abitanti di Oslo che sanno indicarti qual è la parte del fiordo più pulita in base alle correnti.

Anche a Copenaghen ci sono i lidi, Amsterdam vince la corsa al bagno in città a mani basse, mentre aspetta l’appuntamento settembrino del “City swim”, quando finalmente si possono percorrere a nuoto i vecchi canali solitamente non balneabili (si raccontano storie spaventose su quelle acque): in quell’unico giorno all’anno si rischia perfino di incontrare nell’Amstel la regina Máxima. Gli europei nostalgici guardano questa mania del bagno nel fiume in città come la testimonianza di un declino inarrestabile, per loro esistono solo il Danubio e il Reno, testimoni di quel che siamo diventati, le guerre, la pace, le fratture ricomposte, le cicatrici, gli abbracci. Ma il futuro dell’Europa, e il nostro cuore, si sono spostati più in là, sul fiume della resistenza e della sopravvivenza: il Dnipro. A Kyiv, la spiaggia della città è l’isola Trukhaniv, il lido, lo sfogo: da quando i russi hanno invaso l’Ucraina, il bagno è vietato, l’acqua non è pulita e ci sono i detriti dei missili russi sparsi ovunque. Ma molti fanno il bagno lo stesso, si fotografano in costume, vivono il loro fiume con la fierezza sfrontata di chi si trova su un nuovo fronte, a difenderci tutti, europeissimi.