Il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen
E’ l’appuntamento tradizionale che segna la rentrée dopo le vacanze dell’Unione europea. Mercoledì 10 settembre, a Strasburgo, Ursula von der Leyen pronuncerà il discorso sullo Stato dell’Unione davanti al Parlamento europeo. Ma per la presidente della Commissione quello di quest’anno si annuncia come il discorso sullo Stato dell’Unione più difficile. Dopo un primo mandato segnato dalle crisi (Covid, guerra russa in Ucraina, prezzi dell’energia) che von der Leyen ha saputo gestire in modo efficace, le scelte del suo secondo mandato stanno diventando sempre più contestate e controverse. La “maggioranza Ursula” formata da Partito popolare europeo, Socialisti&Democratici e liberali di Renew è sempre più instabile a causa dello spostamento verso destra di Ursula von der Leyen e della sua Commissione. La marcia indietro sul Green deal avviata con i pacchetti di semplificazione “Omnibus” e l’indurimento della politica migratoria con il via libera al modello Ruanda hanno spinto socialisti e liberali a fare del discorso sullo Stato dell’Unione il momento chiave per continuare a sostenere von der Leyen. Se la presidente della Commissione non sposterà l’equilibrio delle sue politiche verso il centro, la “maggioranza Ursula” potrebbe rompersi.
La pausa estiva non è stata d’aiuto a Ursula von der Leyen. La proposta di un quadro finanziario pluriennale – il bilancio 2028-34 dell’Unione europea – che ha presentato il 16 luglio è stata contestata da Ppe, socialisti, liberali, verdi e sovranisti. La sua scelta di non consultare preventivamente il Parlamento europeo e altre istituzioni sui tagli alla Politica agricola comune e alla Politica di coesione, nonché di tenere all’oscuro i suoi stessi commissari, ha alimentato lo scontento tra le famiglie politiche. L’accordo raggiunto da von der Leyen il 28 luglio in Scozia con Donald Trump sui dazi è stato criticato da più parti, anche da esponenti del Ppe, che denunciano una sottomissione agli interessi del presidente Maga. La sua difesa in nome della “stabilità” e della “prevedibilità” per gli attori economici europei non convince. Il fatto che non abbia risposto alle nuove minacce di dazi di Trump contro i paesi che hanno regolamentazione e tasse per il settore digitale ha ulteriormente irritato i parlamentari della sua maggioranza. Sempre più deputati sono impazienti di fronte al ritardo con cui la Commissione sta mettendo in opera le raccomandazioni di Mario Draghi.
Nel discorso sullo Stato dell’Unione, von der Leyen vanterà i suoi successi più recenti. Lo strumento di prestito Safe da 150 miliardi di euro per il piano di riarmo ha già esaurito le risorse. L’esecutivo comunitario sta negoziando diversi accordi commerciali per diversificare le relazioni dopo i dazi americani. La presidente della Commissione inviterà i deputati a mettersi al lavoro per il bene dell’Europa, ricordando la minaccia esistenziale rappresentata dalla Russia e i pericoli rappresentati dalla presidenza Trump. Basterà l’emergenza a calmare l’aria di rivolta contro von der Leyen che si respira da alcuni mesi?
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Il tour delle capitali di António Costa
Dall’inizio di settembre il presidente del Consiglio europeo, António Costa, è impegnato in un “tour delle capitali” per consultare i capi di stato e di governo e cercare un “consenso” tra i ventisette leader sulle sfide dell’autunno e dell’inverno. “Abbiamo l’abitudine di dire che il mondo sta cambiando. Possiamo dire che il mondo è cambiato”, spiega un funzionario del Consiglio europeo: “Forse non sappiamo come sarà esattamente e quando si stabilizzerà di nuovo, ma siamo in un mondo in cui la coercizione, la forza militare, la pressione economica sono molto più presenti”. Costa intende “sentire dai leader come continueremo a gestire” questo nuovo mondo. In cima all’agenda c’è l’Ucraina. Dipendente dagli umori di Donald Trump, l’Ue ha molti compiti da fare per offrire garanzie di sicurezza in caso di accordo di pace con la Russia. Costa spera di convincere Viktor Orbán a togliere il veto ai prossimi passi dei negoziati di adesione di Kyiv, magari grazie alla pressione del presidente americano. La seconda priorità è lo stesso Trump. Il presidente del Consiglio europeo è cosciente che l’accordo sui dazi concluso da von der Leyen “non è perfetto”, ma ritiene anche che l’esito sia “razionale e intelligente” alla luce delle “vulnerabilità” dell’Ue, perché ha permesso di tenere Trump impegnato nella sicurezza dell’Europa e dell’Ucraina. La terza urgenza è Gaza, l’unico dossier su cui Costa ha fatto sentire la sua voce in dissenso rispetto a von der Leyen. Il presidente del Consiglio europeo cercherà di convincere i leader a un approccio più duro nei confronti di Israele.
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Voto di fiducia in Francia, elezioni in Moldavia e Repubblica ceca
I prossimi trenta giorni la politica nazionale potrebbe avere forti ripercussioni sull’Unione europea. L’8 settembre in Francia, l’Assemblea nazionale voterà la fiducia al governo di Francçois Bayrou, dopo che il primo ministro centrista ha deciso di mettere in gioco il suo futuro per cercare di salvare una manovra di bilancio da oltre 40 miliardi. Senza maggioranza, con tutti i partiti di opposizione che hanno annunciato il voto contrario, Bayrou sembra destinato a cadere, aprendo a un nuovo periodo di instabilità in Francia. Emmanuel Macron, responsabile primo della crisi con la scelta di andare a elezioni anticipate nel giugno del 2024, nominerà un nuovo primo ministro dopo il fallimento di Michel Barnier e Bayrou? Oppure procederà a una nuova dissoluzione e a elezioni anticipate, aprendo le porte del potere all’estrema destra del Rassemblement national? Il presidente ha detto che non si dimetterà, ma potrebbe trovarsi di fronte a una mozione di destituzione. Con i mercati agitati, l’Ue rimane con il fiato sospeso.
Due elezioni legislative che si terranno nelle prossime settimane spaventano Bruxelles. La Moldavia, paese candidato all’adesione che Vladimir Putin vuole riportare sotto il suo controllo, va al voto il 28 settembre. La presidente filoeuropea Maia Sandu rischia di perdere la sua maggioranza, compromettendo gli sforzi di riforma necessari ad avanzare verso l’Ue. Il 27 agosto Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk hanno compiuto una visita congiunta senza precedenti a Chisinau per sostenere Maia Sandu e il campo europeista. Ma la Russia sta investendo ingenti risorse per influenzare l’esito delle elezioni moldave. La Repubblica ceca va alle urne il 3 e 4 ottobre, quando l’ex premier, Andrej Babis, potrebbe tornare al potere. Il governo uscente del premier conservatore, Petr Fiala, è stato tra i più forti sostenitori dell’Ucraina dall’inizio della guerra di aggressione della Russia. Ex liberale convertitosi al populismo, in caso di successo Babis si unirebbe all’ungherese Viktor Orbán e allo slovacco Robert Fico nel gruppo di leader filorussi che siedono nel Consiglio europeo.