“L’Afghanistan non può gestire un media completamente libero”, mi dissero, dopo la caduta del regime talebano nel 2001, i rappresentanti di governi stranieri, gli afghani che erano tornati dall’Europa o dagli Stati Uniti, i capi delle ong. Non può gestire cosa esattamente?, mi chiedevo. E di quali afghani state parlando?
Gli afghani cresciuti fuori dal paese stavano arrivando o tornando pieni di idee sui media, sui film, sulla musica, sul giornalismo. Gli afghani che avevano vissuto sotto il regime dei talebani erano affamati di qualcosa di nuovo. L’idea che gli afghani non fossero pronti a sentire musica alla radio mi faceva ridere: tutti vanno pazzi per la musica, ecco perché i talebani avevano dovuto vietarla.
La radio era la soluzione migliore: semplice ma rivoluzionaria. Ricordo che il termine “ovvio” veniva utilizzato molto in quei primi giorni. Donne alla radio? Ovvio. Programmi con chiamate in diretta per la mattina? Ovvio. Sotto i talebani, la punizione per essere sorpresi ad ascoltare la musica vietata poteva essere severa e violenta, ma gli afghani si erano ingegnati: contrabbandavano cassette dal Pakistan attraverso i posti di blocco nascondendole nella tappezzeria delle loro auto, le compravano al mercato nero, e chiudevano finestre e tende a casa prima di mettere su le cassette di Michael Jackson e Ahmad Zahir a volume abbastanza basso. Questi afghani si sarebbero sintonizzati su una stazione radio dopo tanti anni di privazioni? Ovvio.
Chiamammo la stazione Arman, che in dari significa “speranza”, e iniziammo ad assumere. Ricevemmo centinaia di candidature, da uomini e da donne. Pochi candidati avevano esperienza radiofonica, ma del resto nemmeno noi ce l’avevamo: la nostra inesperienza collettiva poteva essere una virtù, pensavamo, volevamo iniziare qualcosa di totalmente nuovo, con persone che potessero parlare e comprendere sia il pashto sia il dari e che non fossero state addestrate al dari colto, quasi shakespeariano, della radio di stato. Il dari, la lingua franca, era usato nell’istruzione superiore e negli affari, la lingua parlata dalla maggior parte delle persone a Kabul, mentre il pashto, una lingua grammaticalmente complessa con una ricca storia letteraria, era ora sfortunatamente associato ai talebani. La lingua, che significava anche etnia, ci aveva divisi, e non solo sotto i talebani: sia gli inglesi sia i sovietici avevano riconosciuto ed esacerbato questa divisione. Il pashto era stata la lingua dei miei antenati e la mia lingua madre, ma quando nascemmo la nostra famiglia era a Kabul da così tanto tempo che a malapena lo parlavamo e ne imparavamo poco a scuola. Ma nella nuova Kabul, alla nuova radio, entrambe le lingue avrebbero avuto pari peso.
Altrettanto importante era che, fin dalla primissima trasmissione, ci fossero uomini e donne insieme in studio. Ovvio, pensavamo, ma rivoluzionario.
“Democrazia” era già una parola d’ordine in quei giorni, ancora prima che gli Stati Uniti cambiassero il loro obiettivo della guerra, dal catturare Osama bin Laden e smantellare al Qaida a quello non dichiarato di nation building. I miei sentimenti sulla guerra stessa e su come veniva condotta sarebbero cambiati nel tempo, e qualsiasi cosa intendesse un generale o un diplomatico per democrazia, che lo dicesse sul campo di battaglia nella provincia di Helmand o dall’ambasciata a Kabul, anche questo è cambiato negli anni. Nel corso di due decenni, questa parola tanto ripetuta sembrava perdere il suo significato. Ma non per noi.
Scoprimmo che gli afghani vogliono sentire persone normali alla radio che discutono di cose normali. Vogliono sentire entrambe le loro lingue ufficiali, e vogliono sentire quelle lingue parlate nell’accento acquisito come rifugiato, o con l’inflessione del cugino che non ha mai lasciato il paese, come si fa in casa, attorno al tavolo da pranzo. E, contrariamente alle preoccupazioni della comunità internazionale, i nostri ascoltatori davvero, più di ogni altra cosa, volevano sentire donne alla radio. Le lamentele che ricevemmo all’inizio dai conservatori furono superate dagli elogi che ricevemmo dai nostri ascoltatori. Entro sei mesi, i sondaggi mostravano che tre dei nostri cinque dj più popolari erano donne.
Dal ritiro delle forze statunitensi nel 2021, non sono più tornato in Afghanistan, ma viaggio costantemente, tra Londra, Oslo e Delhi, cercando di tenere Moby, e l’Afghanistan, sul radar del mondo, cercando partner per i nostri nuovi progetti, in particolare per la programmazione “educational” che speriamo aiuterà a impedire che le ragazze afghane rimangano troppo indietro mentre i talebani mantengono il loro divieto sull’istruzione secondaria femminile. Ho implorato funzionari internazionali di alto rango di non voltare le spalle a un paese in cui avevano investito così tanto, e di cui avevano detto di preoccuparsi, ma che ora sembravano liquidare come un punto dolente, senza speranza. Il futuro della gente richiede impegno. E’ l’unico modo per alleviare la miseria degli afghani che non sono riusciti a fuggire, che rimangono in un paese che da allora è stato soffocato da sanzioni e dalla crisi umanitaria. I nostri programmi educativi aiuterebbero le ragazze di cui l’alto funzionario dice di preoccuparsi, ma richiedono un coinvolgimento ragionato con il governo talebano.
Negli ultimi due anni, ho viaggiato da capitale a capitale, da ong a ong, da donatore a donatore, cercando di sostenere la necessità di salvaguardare i progressi dei due decenni passati, che avevo visto attecchire più tenacemente nella società civile afghana, a volte grazie a, e a volte nonostante, gli aiuti stranieri e gli investimenti. “E’ la cosa più grande e duratura emersa dalla guerra di vent’anni”, dicevo. “E’ l’eredità che gli afghani hanno creato per altri afghani”. Sostenere istituzioni come i media è uno dei modi migliori per aiutare gli afghani a uscire dalla povertà e dal risucchio dell’estremismo, ho ripetuto. Le conversazioni non sono sempre andate lisce: mi sono ritrovato perplesso a un ricevimento in ambasciata o a un incontro di think tank, a consolare politici occidentali mentre confessavano di sentirsi in colpa per il modo con cui la comunità internazionale se n’era andata così improvvisamente, abbandonando gli afghani. “Non è colpa vostra”, dicevo, come se loro fossero dei bambini e l’Afghanistan fosse un bicchiere di latte versato.
Dal 2007, trasmettiamo i nostri canali di intrattenimento e notizie via satellite oltre che terrestre e via cavo, per assicurarci che anche gli afghani oltre Kabul possano accedere ai nostri programmi. Gli afghani, intraprendenti come sempre, trovano il modo di guardare quello che possono. In alcuni quartieri di Kabul, una famiglia compra una parabola satellitare per l’intera strada, e dieci case si collegano con cavi rudimentali. Nelle province, i villaggi usano uno delle centinaia di operatori via cavo locali in tutto il paese. Quelli con accesso a Internet possono scaricare programmi dalla nostra app, che è disponibile grazie alle lezioni a distanza fatte durante la pandemia, e si dice che un quarto della popolazione abbia accesso a Internet tramite il telefono. Nel gennaio del 2024, abbiamo iniziato a trasmettere la programmazione “educational”, sperando per il meglio.
Come ho fatto per vent’anni, e sempre più profondamente dal 2021, vivo con due visioni opposte del futuro dell’Afghanistan. In una, i programmi educativi funzionano, fanno sentire le ragazze afghane meno sole, e i loro genitori meno ansiosi. L’Afghanistan non rimane indietro così precipitosamente come altrimenti farebbe, e quando le cose migliorano i bambini e gli adolescenti afghani riescono a riprendere da dove si erano interrotti. I programmi, che non sono un’alternativa alle scuole, sono un cerotto temporaneo e devono essere usati solo per un breve periodo. Non è difficile per me, che sono ottimista, immaginare che queste cose possano accadere.
Posso altrettanto facilmente immaginare che tutto vada storto e la nostra nuova programmazione danneggi le persone che stiamo cercando di aiutare, mettendo nuova pressione su di loro, gettando luce dove preferirebbero rimanere nascosti. Alcune notti, mentre non riesco a dormire e penso all’Afghanistan, temo che questo scenario sia senza fondo. La vita diventa solo più difficile per milioni di afghani. Ci sono più donne che mendicano nei loro chador blu per le strade, i bambini sdraiati su coperte accanto a loro come prova della loro disperazione. Con depositi di armi e schiere di combattenti esperti che se ne stanno inattivi nelle province senza niente da fare, niente lavoro, niente scuola, niente soldi, niente mogli, l’Afghanistan diventa la Somalia. Il paese va in pezzi. I talebani continuano a diventare più duri e violenti nella loro lotta per mantenere il potere. L’Afghanistan è di nuovo una nazione di rifugiati, molti dei quali non vedranno mai più la loro casa. Cerco di non lasciare che la mia mente vada lì.
Dal 29 settembre il regime dei talebani ha imposto un blackout totale di internet.
Questo testo è un adattamento per Il Foglio Europeo di “Free Radio Afghanistan: A Twenty-Year Odyssey for an Independent Voice in Kabul”, pubblicato da William Collins.