Sull’insegna sbiadita c’è scritto “Disco”, sta sopra una porta di Varosha, il quartiere abbandonato a sud di Famagosta, a Cipro. Un tempo Varosha era un raffinato ritrovo nel Mediterraneo, ci venivano Brigitte Bardot ed Elizabeth Taylor, ma è oggi un cimitero di cemento. Quando la guerra divise l’isola nel 1974 e le forze turche presero il controllo della città, i greco-ciprioti fuggirono e il quartiere venne sigillato. Il conflitto ebbe inizio dopo un colpo di stato appoggiato dalla Grecia che mirava a unire l’isola – ex colonia britannica – ad Atene, provocando un’invasione turca che spaccò Cipro in due: la Repubblica di Cipro, riconosciuta dalla comunità internazionale, a sud, e il nord controllato dalla Turchia, riconosciuto solo da Ankara.
Oggi Varosha, cristallizzata nel tempo, si trova al centro di uno stallo lungo mezzo secolo sul destino di Cipro. I suoi un tempo grandiosi hotel in Art Déco degli anni Cinquanta e Sessanta ora si sgretolano sotto le viti mentre gli alberi crescono attraverso i tetti. Con l’appoggio di Ankara, i turco-ciprioti sono sempre più disposti a scardinare lo stallo, e la riapertura di Varosha fa parte di questo sforzo volto. “Lo definisco un conflitto comodo”, dice Ahmet Sözen, direttore del dipartimento di Scienze politiche della Eastern Mediterranean University di Famagosta: “Non è un’emergenza, nessuno si sta ammazzando”.
Per raggiungere Varosha, che in turco significa sobborgo, si attraversa un checkpoint che divide la Repubblica di Cipro dal nord controllato dai turchi. La strada è fiancheggiata da filo spinato e cartelli con su scritto: “Zona vietata”, costeggiata da file di case abbandonate inghiottite dalle erbacce. Nelle vicinanze si trova una delle due basi militari turche dell’isola, nel nord ci sono circa 40 mila soldati turchi. “Varosha ospitava metà della capacità turistica di Cipro, c’erano molti capitali stranieri e proprietà”, dice Sözen, “la Turchia ha tenuto Varosha come carta vincente nei negoziati, ma poi il problema cipriota è rimasto irrisolto ed eccoci qui”. Dopo 46 anni di chiusura sotto controllo militare turco, la città è stata parzialmente riaperta ai visitatori nell’ottobre del 2020. La mossa, sostenuta da Ankara e guidata dalle autorità turco-cipriote, è stata condannata dalla Repubblica di Cipro, dall’Unione europea e dall’Onu come violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza che chiedevano di affidare Varosha all’amministrazione dell’Onu e restituirla ai suoi legittimi abitanti. “La logica turca era: creiamo un po’ di disagio per smuovere i greco-ciprioti dalla loro comfort zone”, dice Sertac Sonan, professore dell’Università internazionale di Cipro. In un bar a Ledra Palace, il posto di frontiera controllato dall’Onu a Nicosia, l’analista turco-cipriota Mete Hatay definisce la riapertura un gesto dall’ironia cupa: “Questo è il museo più stupido che si possa vedere: di solito i musei denunciano i colpevoli, ma qui i colpevoli si denunciano da soli. Perché lo fanno? Stupidità”.
Su una strada appena asfaltata, una jeep dell’Onu passa davanti a hotel fatiscenti e muri ricoperti d’edera. Solo una sezione ristretta della città è aperta, circondata da rovine di cemento: sembra il set cinematografico di una guerra che non è mai finita, sorvegliato da peacekeeper senza più nulla da proteggere. “Questa è una delle missioni di peacekeeping più antiche, dura da sessant’anni. E per cosa? Il nostro ministero degli Esteri chiama i peacekeeper dell’Onu ‘i guardiani della spiaggia’”, dice Sonan. Oggi la zona riaperta, solo il 2 per cento dell’intero quartiere, vuota e silenziosa, è diventata qualcosa a metà tra una meta di turismo dark e un messaggio politico. “Varosha ha un effetto psicologico: nessuno deve andarsene perché tu possa tornare”, dice l’analista greco-cipriota Sotiris Themistokleous del Center for Social Innovation con sede a Cipro: “La Turchia sta dicendo che se non troviamo una soluzione, porteremo gente a viverci, ed è finita”. Per ora è solo una minaccia. Sulla spiaggia un tempo esclusiva di Varosha, i turisti turchi ora nuotano e prendono il sole in acque intatte da decenni, sotto una skyline apocalittico di grattacieli vuoti.
Secondo le autorità turco-cipriote, più di 2 milioni di persone hanno visitato il luogo dalla riapertura. I visitatori possono noleggiare biciclette o scooter per passare davanti a quello che era un concessionario Toyota, un atelier di sartoria, una libreria. Le vetrine sono infrante, i balconi in decomposizione, le facciate si sfaldano sotto il sole. Le autorità turco-cipriote, con il sostegno di Ankara, continuano a rifiutare un accordo federale in favore di una soluzione a due stati che riconoscerebbe il nord come entità sovrana separata, Varosha inclusa. La posizione si è irrigidita negli ultimi anni, riflettendo la crescente influenza della Turchia e l’assenza di negoziati significativi.
Il nord gestisce la Commissione per la Proprietà immobiliare, che si occupa di restituzione e risarcimento per i proprietari greco-ciprioti sfollati. Le autorità affermano di aver ricevuto oltre 8 mila domande, di averne gestite 2 mila e di aver pagato circa 670 milioni di dollari, incluse circa 600 richieste legate a Varosha. Sostengono che il processo sia in linea con il diritto internazionale, mentre i funzionari del sud e all’estero lo respingono come una minaccia agli sforzi di pace. Al ministero degli Esteri turco-cipriota a Nicosia, Aysan Mullahasan, direttrice per gli Affari politici, descrive la riapertura come pragmatica: “Varosha è sempre stata una merce di scambio, ma non ci sono più negoziati, quindi abbiamo pensato: cosa possiamo farne?”. Indica la Commissione come la soluzione, ma risarcire i proprietari greco-ciprioti non è un compito da poco, alcune stime parlano di 20 miliardi di euro – una somma che sarebbe finanziariamente e politicamente difficile da sostenere, persino per la Turchia. “Gradualmente, ci aspettiamo che l’area si sviluppi e contribuisca alla nostra economia e anche ai greco-ciprioti, che hanno la possibilità di venire a vivere qui”, dice. Ma per molti greco-ciprioti sfollati, queste offerte suonano vuote.
Tra loro c’è Alexandros Lordos, che fuggì quando le truppe turche entrarono a Famagosta. In seguito portò il suo caso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ordinò alla Turchia di pagare 20 milioni di euro di danni, una sentenza che Ankara ha ignorato. Decenni dopo, nel 2022, Lordos tornò a ciò che restava della casa della sua infanzia, sgattaiolando oltre le recinzioni con moglie e figli. “Il desiderio di entrare era più forte della paura”, racconta. All’interno, la casa era in rovina, con graffiti sui muri. “Erano rimasti solo libri sul pavimento, e solo libri in greco, perché anche quelli in inglese erano stati presi e venduti al mercato nero”. Uscendo, un poliziotto turco-cipriota lo fermò. “Mi chiese: da dove vieni?, per poterlo scrivere nel suo rapporto. Dissi: da qui, e indicai la casa. Lui voleva che io dicessi: vengo dal sud. Poi chiese: come ti chiami?, e mia moglie indicò il palazzo: vede il suo nome? E’ sul muro – Lordos”.
Varosha ha un peso emotivo profondo per molte famiglie sfollate, e un peso politico per i funzionari di Nicosia che insistono sul fatto che qualsiasi accordo debba includere la sua restituzione. Nel suo ufficio nella Nicosia centrale, vicino alle fortificazioni militari che ancora segnano la divisione della città, il negoziatore greco-cipriota Menelaos Menelaou definisce Varosha un “incentivo primario” per la riunificazione. Alla domanda se le azioni del nord fossero intese a fare pressione sul suo governo, fa una pausa prima di rispondere: “Forse è per dare un colpo finale alla prospettiva di una soluzione, perché sanno quanto sarebbe dannoso se ricostruissero”. La guerra di parole, le battaglie legali e le manovre diplomatiche continuano. Eppure alcuni diplomatici intravedono barlumi di contenimento. Un alto inviato coinvolto nei colloqui su Cipro dice che, nonostante la retorica, il nord ha evitato passi irreversibili: “Dal 2020 dicono che svilupperanno Varosha, costruiranno hotel, ma non hanno fatto assolutamente nulla. Hanno asfaltato qualche strada, messo alcuni cartelli, ombrelloni sulla spiaggia, chioschi di hot dog, niente che non possa essere annullato”.
Nel nord, l’elezione a ottobre di Tufan Erhürman, favorevole alla soluzione, che ha sostituito il suo predecessore della linea dura, potrebbe segnalare una nuova apertura ai colloqui, un cauto cambiamento dopo anni di stallo. Ma da queste parti l’ottimismo scarseggia. “Nessuno è contento dello status quo – dice Lordos – Ma la maggior parte delle persone la speranza non ce l’ha più”.
Nella versione precedente di questo articolo una citazione di Sertac Sonan era attribuita erroneamente a Giorgios Kentas.