Scordatevi gli Elkann, dimenticate i Del Vecchio, mettete da parte i Benetton. La “Succession” senza scossoni e senza risse non avviene in Italia ma nella civile Svezia dove la dinastia dei Wallenberg (pronuncia: Vallenberg) ha appena varato un piano di ricambio generazionale senza strepiti. Essendo svedesi, questi Wallenberg sono semisconosciuti, almeno a noi.
Tengono un profilo bassissimo, non girano in Lambo anzi probabilmente in Volvo scassate. Il motto di famiglia è infatti “Esse non videri” (essere, non apparire) e pur essendo su piazza dall’Ottocento, la prima volta che arrivarono alla ribalta internazionale fu nel 1996 quando un articolo del New York Times li scoprì definendoli “la dinastia timida” ma anche “la risposta svedese ai Rockefeller” (che tanto timidi non parevano, boh). Ma sono comunque ricchissimi, basta pensare che controllano un impero su cui non tramonta mai il sole (che in Svezia tramonta parecchio) e che comprende quote negli elettrodomestici della Electrolux, i motori aerei della Saab, i telefoni della Ericsson, la compagnia aerea di bandiera Sas, il leggendario Grand Hotel di Stoccolma, e la meno nota banca Seb, che però è la più grande del paese. In totale si stima che la famigliona controlli il 35 per cento del valore di Borsa di Stoccolma.
Attualmente il clan, che consta di trenta membri, è capitanato da tre esponenti della quinta generazione, i cugini Jacob, Peter, e Marcus, che però stanno diventando vecchietti, andando verso i 70 anni, così hanno pensato di passare la mano a una nuova infornata di Wallenberg: sei eredi, maschi e femmine, selezionati tra i rampolli che entreranno così nel cerchio più stretto della Wallenbergsfaren, o la “sfera Wallenberg”, come viene chiamata in Svezia. I sei dovranno sottostare a un codice di comportamento stabilito da un protocollo di famiglia sette anni fa. Sono tenuti a incontrarsi civilmente una volta all’anno, in maggio, in una delle case di famiglia in un’isola svedese, e ogni sei settimane a incontrare tre dei trenta eredi, a rotazione. E lì questi 24 eredi non al comando si presume che non trameranno alle loro spalle, né li trascineranno in tribunale come si fa normalmente tra capitalisti; se in generale, e in Italia, il passaggio generazionale sembra la stagione finale di “Dynasty”, in Svezia è un consiglio di classe. Un sistema civilissimo che per restare al cinema sembra un crossover tra “Quo vado”, il film dove Checco Zalone a un certo punto emigra nell’Europa del nord scoprendo la civiltà, e “Succession”, col capitalismo gentile delle albe nordiche, così diverso da quello a cui siamo abituati.
E del resto esiste pure una miniserie su di loro, che si chiama con poca fantasia “Wallenberg” e andò in onda in Svezia nel 2007 (ma senza Zalone). Ma se in Italia siamo appunto adusi ad assistere a faide come quella tra gli eredi dell’impero di Luxottica in guerra da anni tra di loro (e ora chissà che succederà con l’inchiesta aperta sulla scalata voluta dal ceo Francesco Milleri su Mediobanca), o al difficile passaggio di consegne tra la generazione di Luciano Benetton e quella di suo figlio, o alla telenovela infinita degli Agnelli, tra testamenti, voli segreti, e ora pure opere d’arte forse false, i Wallenberg con la loro noiosa rettitudine sembrano un miraggio.
Le origini delle fortune familiari risalgono a metà Ottocento, quando tre fratelli, André, Jacob e Marcus Wallenberg, dopo un viaggio in America, decidono di fondare una banca. Ovviamente una banca svedese, per cui sarà la prima al mondo ad avere impiegate femmine e la pensione per i dipendenti. Ma la grande svolta arriva verso la fine del secolo, quando a seguito della grande crisi economica molte aziende svedesi in difficoltà si rivolsero a loro, che in cambio di quote azionarie finanziarono tutti. Alla fine della crisi, la banca Wallenberg si ritrovò padrona di mezza Svezia.
Come siano arrivati fino a oggi senza fallire o scannarsi è il vero mistero: secondo l’Economist è merito di un marchingegno diabolico, la Knut and Alice Wallenberg Foundation (Kaw), prima e più grande delle 16 fondazioni di famiglia che, dal 1917, tengono la famiglia al riparo dalle micidiali tasse di successione. Ufficialmente infatti i Wallenberg non possiedono nulla, tutti i loro averi sono in capo a queste fondazioni no profit che pure elargiscono grandi contributi in beneficenza (300 milioni di dollari l’anno scorso) ma almeno altrettanti gliene fanno risparmiare di balzelli.
Hanno anche loro i loro guai, comunque, va detto. Un erede Wallenberg, Mark, che doveva essere il leader designato, si è ammazzato nel 1971, pare per l’insopportabile pressione di guidare l’impero familiare. Si ammazzò con un fucile da caccia nel mezzo dei negoziati che dovevano portare alla fusione tra la banca di famiglia e la più grossa Skandinaviska Banken. Trovato senza vita il 19 novembre 1971 vicino a un lago, la sera prima era stato a un ricevimento all’ambasciata italiana.
Oltre al suicidio, tra gli aspetti dark della dinastia c’è anche il sospetto di aver fatto affari col nazismo durante la Seconda Guerra mondiale (ma chi non), e però hanno avuto pure un eroe antinazista. Raoul Wallenberg era una specie di Perlasca: diplomatico a Budapest, ha salvato migliaia di ebrei ungheresi dando loro passaporti svedesi ed evitando loro di finire nei campi di concentramento. Ma poi è stato rapito e ucciso dai sovietici nel 1945.
Ma oltre alla spiacevole coincidenza del suicidio il giorno dopo un party nella nostra sede diplomatica (il buffet o la conversazione erano così tremendi?) i rapporti dei Wallenberg con l’Italia sono molteplici e variegati da sempre: non si capisce se il Mark suicida o un altro Marcus (si chiamano tutti Marcus o Mark o Marc con la c, forse è un altro segreto della famiglia per confondere le acque) era amico di Gianni Agnelli. Stesso destino, con l’erede Edoardo che si toglie la vita. E con l’Avvocato questo Wallenberg condivideva anche la passione per le regate. E a un certo punto ci fu pure l’alleanza industriale tra Saab auto (poi venduta) e Fiat, che si concretizzò nel modello della 9000, che condivideva il telaio della Fiat Croma e della Lancia Thema di cui era un po’ la variante “arty” e hipster della berlina per i cumenda degli anni Ottanta. Poi i Wallenberg tramite Electrolux rilevarono la Zanussi. I punti di contatto terminano qui: adesso, mentre la sesta generazione dei capitalisti svedesi discuterà civilmente coi cugini sull’isolotto, magari mangiando trota, i loro omologhi italiani staranno presumibilmente sognando di avvelenare i parenti.