Nel dicembre del 1998, mentre il presidente serbo Slobodan Milosevic conduceva una brutale guerra in Kosovo, il premier britannico Tony Blair e il presidente francese Jacques Chirac si incontrarono a Saint-Malo e fecero una dichiarazione congiunta che avrebbe plasmato la Politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione europea. La dichiarazione si apriva con un’affermazione chiara: “L’Unione europea deve essere in grado di svolgere pienamente il proprio ruolo sulla scena internazionale”. Poi andava oltre, sostenendo che l’Ue deve avere una capacità di azione autonoma, forze militari credibili e la volontà politica di utilizzarle in risposta alle crisi internazionali.
Le guerre che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia furono centrali per questa consapevolezza, in quanto esposero due debolezze fondamentali dell’Ue dell’epoca. In primo luogo, la sua incapacità di parlare con una sola voce, una sfida persistente, e, in secondo luogo, la sua mancanza di capacità di agire in modo decisivo. Senza questi due elementi, l’influenza dell’Ue nella gestione o risoluzione delle crisi nel proprio continente si ridusse drasticamente. Negli anni Novanta, l’Ue fu spesso spettatrice mentre altri attori determinavano gli esiti nel suo cortile.
La guerra in Bosnia ed Erzegovina, culminata nel genocidio di Srebrenica, finì solo dopo l’intervento diretto degli Stati Uniti e gli accordi di Dayton. Ma il Kosovo seguì una traiettoria diversa. I colloqui di Rambouillet, in Francia, dovevano segnalare che l’Ue stava iniziando ad assumersi la responsabilità dei conflitti sul suo territorio. La lezione tratta dalle guerre della dissoluzione della Jugoslavia era chiara: la frammentazione all’interno dell’Ue crea vulnerabilità strategica, e l’appeasement non funziona con leader autoritari disposti a usare la forza.
Eppure, come vediamo oggi, queste lezioni sono state gradualmente diluite. Il ritorno dell’Ue a una politica introversa e a ristretti interessi nazionali è costato caro, in modo più evidente in Ucraina. L’Ue ha frainteso le intenzioni russe per anni. La portata di questo fallimento è forse illustrata in modo preciso dal capo del servizio di intelligence tedesco che ha dovuto essere evacuato da Kyiv dalle forze speciali quando la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala: non credeva che la Russia avrebbe invaso. Prima del febbraio del 2022, l’attenzione nei Balcani occidentali era già focalizzata sul rischio di rinnovata instabilità in Bosnia ed Erzegovina.
L’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia ha creato un nuovo slancio verso l’allargamento dell’Ue e ha salvato i Balcani occidentali. Quello che era stato un processo stagnante fu improvvisamente ridefinito come una necessità geopolitica, con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel che esortava l’Ue e i paesi candidati a essere “pronti entro il 2030” ad accogliere i nuovi membri. Nei Balcani occidentali, questa finestra di opportunità è stata utilizzata nel modo più efficace da Albania e Montenegro, che mirano a concludere i negoziati di adesione, almeno tecnicamente, entro il 2026 e il 2027, con speranze di adesione legate alla fine del decennio.
Ma questo slancio rimane ancora fragile. Mentre le istituzioni dell’Ue parlano apertamente di allargamento entro il 2030, è molto meno chiaro se tutti gli stati membri condividano lo stesso impegno. Nei Balcani occidentali, abbiamo iniziato a sentire parlare di “adesione di seconda classe”, con diritti di voto limitati, nessun commissario, o limitazioni transitorie che minano la logica politica dell’adesione. Berlino è uno dei più forti sostenitori dell’allargamento, ma l’entusiasmo è irregolare tra le altre capitali.
L’erosione del centro politico dell’Ue è forse il colpevole, e questa non è soltanto una questione interna all’Ue. Come hanno dimostrato analisi recenti, i partiti mainstream fanno sempre più affidamento sul sostegno dell’estrema destra per governare. Questo indebolisce la coesione all’interno dell’Ue e può inviare segnali ambigui ai paesi candidati. Di conseguenza, l’idea di un’adesione di seconda classe riguarda anche come aggirare potenziali referendum o voti nei Parlamenti degli stati dell’Ue sull’accettazione di nuovi membri.
La Russia è quella che guadagna di più da un processo di allargamento bloccato o diluito. E’ già profondamente radicata nel settore della sicurezza serbo e nella Republika Srpska in Bosnia ed Erzegovina. Ciò che unisce Mosca, Pechino e i movimenti di estrema destra in parti dell’Ue è un interesse condiviso nell’indebolire l’integrazione europea. Nei Balcani occidentali, una prospettiva europea in dissolvenza si traduce direttamente in una maggiore influenza russa e cinese e in un nazionalismo estremo con rinnovate idee sul ridisegno dei confini.
L’attacco di Banjska del settembre del 2023, nel nord del Kosovo, illustra questi rischi. Miliziani armati dalla Serbia hanno attaccato la polizia kosovara in quello che sia il Parlamento europeo sia la Commissione europea hanno successivamente descritto come un atto terroristico. L’operazione mirava a innescare una ribellione più ampia tra i serbi del Kosovo e creare condizioni simili all’Ucraina orientale nel 2014 – una crisi localizzata che potrebbe giustificare un intervento esterno. La Serbia successivamente ammassò truppe vicino al confine con il Kosovo, e ci volle la pressione pubblica del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti perché il presidente Aleksandar Vucic facesse un passo indietro. Successive rivelazioni di alcuni funzionari americani confermarono serie preoccupazioni su una possibile incursione militare.
Il Kosovo è formalmente sotto protezione della Nato, tuttavia l’episodio di Banjska ha esposto potenziali lacune nella deterrenza. I miliziani si sentivano abbastanza sicuri da agire, e la Serbia era disposta a testare i limiti. Ancora oggi, il leader dell’attacco di Banjska, nonostante ne abbia accettato pubblicamente la responsabilità, è un cittadino libero. La dottrina di sicurezza serba continua a inquadrare il Kosovo come territorio occupato, e le opzioni militari non sono esplicitamente escluse. I piani per rafforzare le forze per operazioni speciali aggiungono preoccupazione in tutta la regione. La guerra della Russia in Ucraina ha ulteriormente radicalizzato la situazione.
Centinaia di serbi sono andati in Ucraina per combattere dalla parte della Russia, guidati da narrazioni che ritraggono Mosca come futuro garante delle ambizioni territoriali serbe, incluso il Kosovo. Veterani delle precedenti guerre balcaniche reclutano attivamente combattenti più giovani attraverso i social media, glorificando la violenza e rafforzando miti nazionalisti. Agenti dell’intelligence russa con un’esperienza che viene dalle guerre jugoslave avrebbero facilitato il reclutamento attraverso società di copertura, mentre le imprese di proprietà russa in Serbia e Bosnia ed Erzegovina forniscono incentivi economici. Queste attività spesso beneficiano di tolleranza politica, se non di copertura diretta, da parte delle autorità locali.
Oltre al reclutamento di combattenti, i Balcani occidentali sono sempre più utilizzati come piattaforma per operazioni ibride russe. In Moldavia, le autorità hanno recentemente smantellato una rete collegata a Mosca che era coinvolta in campagne di disinformazione, acquisto di voti e piani per organizzare disordini di massa per far deragliare l’integrazione europea. Alcuni operativi sarebbero stati addestrati in Serbia, evidenziando come l’instabilità regionale possa essere sfruttata sia contro l’Ue sia contro i paesi candidati.
La presenza mediatica russa nei Balcani occidentali rafforza queste dinamiche. Sputnik Srbija e RT Balkan operano apertamente dalla Serbia, producendo contenuti in lingua serba che circolano in tutta la regione. Gli studi mostrano una promozione sistematica di narrazioni che ritraggono i Balcani come intrinsecamente instabili e come campo di battaglia tra est e ovest. L’Ue è inquadrata come ipocrita e inaffidabile, la Nato come aggressiva e divisa, e l’allargamento come una promessa infranta. L’obiettivo non è soltanto la persuasione, ma l’erosione della fiducia e la normalizzazione dell’instabilità.
Questo ambiente informativo sostenuto mina la riforma democratica e indebolisce il sostegno pubblico per l’integrazione euroatlantica. Amplifica anche il ruolo della Serbia come spoiler regionale. Mentre le recenti proteste studentesche contro la governance autoritaria in Serbia suggeriscono un potenziale per il rinnovamento democratico, i loro messaggi sul Kosovo rimangono ambigui. Le grandi proteste non sono mai ideologicamente uniformi, e la democratizzazione e un pieno allineamento della Serbia con la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue è senza dubbio nell’interesse dell’intera regione e dovrebbe essere sostenuto. Sotto il presidente Vucic tuttavia, la Serbia continua a stare in equilibrio tra Bruxelles, Pechino e Mosca beneficiando delle concessioni dell’Ue.
I Balcani occidentali sono cambiati dalle guerre degli anni Novanta, eppure l’impegno dell’Ue del 2003 a Salonicco di integrare la regione ha gradualmente perso credibilità. La compiacenza ha creato spazio per il ritorno della politica etno-nazionalista. La Macedonia del nord è un esempio. Dopo aver cambiato il nome del paese per unirsi alla Nato, ha visto il suo percorso europeo ripetutamente bloccato, e così le forze politiche pro compromesso si sono indebolite, rilanciando lo scontro basato sull’identità. Oggi, anche questo paese si sta muovendo verso l’etnopolitica.
L’allargamento dell’Ue è sempre stato un processo politico, non tecnocratico. L’Ue è più forte oggi perché ha preso difficili decisioni politiche nei precedenti round di allargamento. I Balcani occidentali chiedono obiettivi prevedibili, la fine di parametri in continuo cambiamento e una leadership disposta ad affrontare attori destabilizzanti, senza ambiguità e con determinazione.
Da nessuna parte questo è più evidente che nel dialogo di normalizzazione Kosovo-Serbia – l’unico processo in cui le istituzioni dell’Ue detengono un chiaro mandato per guidare la mediazione. Dal 2011, i progressi sono stati reali ma minati dall’incapacità dell’Ue di parlare con una sola voce, specialmente nel fissare obiettivi chiari del processo (per esempio il riconoscimento reciproco), che è chiaramente specificato dagli Stati Uniti. Se l’Ue non riesce a ottenere risultati qui, la sua credibilità ne soffrirà pesantemente. Per attori come Cina e Russia, il fallimento nelle relazioni Kosovo-Serbia stabilirebbe un utile precedente. Per i Balcani occidentali, stabilità e integrazione euro-atlantica sono inseparabili.