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Guardie e ladri

La rapina al Louvre e il negoziato fallito sul darknet per recuperare i gioielli

Persone radunate intorno alla Gioconda il 4 febbraio 1914 a Parigi, dopo che il quadro era stato rubato dal Louvre dall’italiano Vincenzo Perugia nel 1911 (Foto di Roger-Viollet/Getty Images)

All’indomani del clamoroso furto del Louvre, messo a segno lo scorso 19 ottobre da quattro banditi vestiti da operai, le autorità francesi decisero di mobilitare un centinaio di investigatori per ritrovare i preziosissimi gioielli della Corona di Francia: una sessantina provenienti dalla Brigade de répression du banditisme, unità speciale della Polizia che si occupa di furti importanti, fra cui quelli di opere d’arte, e trentaquattro dall’Ufficio centrale per la lotta contro il traffico di beni culturali, che ha il compito di coordinarsi con le polizie europee per estendere le ricerche a livello internazionale. I quattro autori del “colpo del secolo”, come è stato ribattezzato dalla stampa francese, sono stati arrestati. I gioielli dal valore finanziario stimato in 88 milioni di euro e dal valore patrimoniale e simbolico inestimabile, invece, non sono ancora stati trovati. Lo scorso ottobre, il sito israeliano CTech rivelò che Parigi aveva chiesto l’aiuto della società israeliana Cgi Group nel quadro delle indagini. Presieduta dall’ex capo dello Shin Bet (l’intelligence interna dello stato ebraico) Yaakov Peri, la società, che opera nei settori della business intelligence, cybersecurity e consulenza strategica, ha tra i suoi clienti il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu e l’ex presidente della Georgia Salomé Zourabichvili. Ma è nel 2019 che attira su di sé i riflettori internazionali, per il ruolo svolto nella risoluzione del furto al Museo Grünes Gewölbe di Dresda, dove i ladri rubarono gioielli per un valore di circa 113 milioni di euro. La direzione del Louvre, lo scorso ottobre, ha smentito formalmente il coinvolgimento di Cgi Group rivelato dal sito israeliano CTech, dichiarando all’Afp che “il museo non ha contattato alcuna società israeliana” e che l’indagine rimane sotto l’esclusiva autorità della polizia giudiziaria francese.

Il team di Cgi Group. A sinistra Violetta Sekler, Global Business Development Manager, in centro Zvika Nave, CEO, a destra Oren Ziv, Country Manager Italia

Abbiamo contattato Cgi Group, che ha accettato di rispondere alle nostre domande e ha confermato di essere stata sollecitata dalle autorità francesi per aiutarle a scoprire l’identità delle persone coinvolte e recuperare i gioielli rubati dalla Galleria di Apollo del Louvre. “Il nostro cliente è un soggetto legato e riconducibile al Louvre, con un interesse primario nel recupero dei gioielli. I nostri accordi con i clienti prevedono riservatezza assoluta e obblighi di confidenzialità riguardo ai contratti e alle intese”, dice al Foglio Zvika Nave, fondatore e ceo di Cpi Group: “Poco tempo dopo la rapina al Louvre, nell’ambito dell’indagine, abbiamo accertato che uno dei dipendenti del museo aveva trasferito informazioni a soggetti esterni al Louvre: eravamo in possesso di prove di digital forensics. Lo stesso dipendente da noi indicato è stato successivamente arrestato come sospettato della rapina”. La società israeliana, che lo scorso anno ha aperto una sede operativa a Roma (guidata da Zvika Nave e Oren Ziv) e da poco un’altra in Germania, segnando un ulteriore traguardo nella sua espansione internazionale e rafforzando la propria presenza sul mercato europeo, ha avuto un contatto nel darknet con il presunto rappresentante dei rapinatori del Louvre. “Pochi giorni dopo la rapina, siamo stati contattati tramite il sito internet di Cgi Group da una persona che si è presentata come il rappresentante dei rapinatori. Era a conoscenza del nostro coinvolgimento nell’indagine sulla rapina del 25 novembre 2019 al Museo Grünes Gewölbe, situato all’interno del Castello di Dresda, in seguito alla quale avevamo smascherato una collaborazione interna tra un dipendente della società di sicurezza del museo e i rapinatori e avevamo condotto una negoziazione sul darknet che ha portato all’arresto degli autori del furto e al ritrovamento della maggior parte dei gioielli. La persona che si è presentata come rappresentante dei rapinatori del Louvre ci ha chiesto se fossimo interessati ad avviare colloqui sul darknet per venderci le opere rubate”, racconta Zvika Nave. “Nel corso delle conversazioni, abbiamo richiesto una prova concreta e un segnale di serietà che dimostrasse che il rappresentante dei rapinatori fosse effettivamente in possesso di parte delle suddette opere. Il rappresentante, diversamente da quanto scritto erroneamente da altri media che indicavano come parte della refurtiva e oggetto di trattativa ‘la corona dell’imperatrice Eugenia’ (ritrovata subito dopo il furto, perché abbandonata dai malviventi durante la fuga, ndr), ci ha mostrato un’immagine del diadema di perle e di diamanti della terza moglie di Napoleone, uno degli otto gioielli rubati lo scorso 19 e non ancora ritrovati, corredata da time-stamp con data e ora”, aggiunge il ceo di Cgi Group.

Un’immagine che il Foglio ha potuto consultare, assieme alle conversazioni intercorse tra la società israeliana e la persona che si è presentata come il rappresentante dei rapinatori. Quanto è alto il rischio che l’immagine inviata sia una foto creata dall’intelligenza artificiale? “Abbiamo naturalmente considerato la possibilità di un tentativo di depistaggio. Tuttavia, un esperto di cybersecurity di livello mondiale ha accompagnato e supervisionato l’intero processo. Tutte le comunicazioni sono avvenute tramite Tor Browser, con standard di sicurezza estremamente elevati e rigorosi”, assicura Zvika Nave. Che entra nel dettaglio delle trattative. “Dopo aver definito l’accordo e ottenuto il mandato dal cliente, abbiamo trasmesso immediatamente tutte le informazioni al cliente stesso e alle autorità competenti in Francia. Tuttavia, giochi di ego, ritardi deliberati e soprattutto dinamiche di politica interna hanno impedito la realizzazione dell’operazione”, dice il fondatore di Cgi Group. Nel mese di novembre, la società israeliana è stata nuovamente contattata sul darknet. “Questa volta il rappresentante dei rapinatori ha rivelato di essere in possesso anche di opere sottratte al Museo Jacques Chirac e al Museo di Storia Naturale. Abbiamo concluso un accordo complessivo del valore di 15 milioni di euro in criptovaluta Monero, con uno scambio previsto in Slovacchia, in una località che sarebbe stata comunicata successivamente. Il nostro cliente ha autorizzato l’operazione, ponendo però una condizione fondamentale: la presenza di un esperto del Louvre, del Museo Jacques Chirac e del Museo di Storia Naturale, incaricato di verificare che i gioielli fossero integri e che i diamanti non fossero stati sostituiti con pietre meno preziose. Anche in questo caso non è stato raggiunto un accordo sulla figura dell’esperto e l’operazione non è stata portata a termine”, rivela Zvika Nave.
Quando gli chiediamo se c’è ancora speranza per riportare a Parigi i gioielli, ci risponde così: “Rimaniamo sempre ottimisti: abbiamo una missione e faremo tutto il possibile per riuscirci, come abbiamo sempre fatto”. E conclude: “Come ulteriore aneddoto, nel mese di agosto 2025 sono stato intervistato dal quotidiano Il Tempo e in quell’occasione ho dichiarato che il tema più discusso nei forum del darknet era la possibilità di rubare la Gioconda dal Louvre”.