
L’uomo più ricco di Francia, e talvolta del mondo, ha costruito un impero da duecentocinquanta miliardi con marchi che sembrano un rap di Tony Effe: Dior, Louis Vuitton, Bulgari, Tiffany, Loro Piana, Moët, Hennessy. Tutto molto oro, tutto molto pelle di vitello, ma sotto la vernice monogrammata va in scena una roba antichissima e interclassista: il padre non vuole morire, i figli aspettano, la moglie parla troppo, i generi tramano. I comunicatori comunicano soprattutto tra loro e nessuno osa pronunciare la parola più volgare del capitalismo familiare, successione.
Bernard Arnault, settantasette anni, è da tutti sempre descritto come un maniaco del controllo. L’omino che rappresenta l’1 per cento del pil francese, il primo contribuente, il primo datore di lavoro, il primo qualunque cosa, scutrettola a sorpresa pure nell’ultimo negozio in Madagascar e Papuasia, controllando vetrine, commessi, luci, pieghe dei foulard, disposizione delle borse: un Armani più nevrotico, più finanziario, più cattolico-francese. Pare sia ossessionato dalla morte, terrorizzato dalle malattie, pronto a cambiare discorso appena qualcuno evoca cancri, coccoloni, incidenti, referti, diabeti. Si ciba solo di broccoli, pensa solo a lavurà. Ora è stato eletto all’Académie des Sciences morales et politiques, tecnicamente è diventato “immortel” (soluzione istituzionale al problema biologico, vabbè).
Si dice che odi il mondo intero, “ma ama follemente le groupe e i suoi figli”. Il problema è che i figli sono cinque, da due matrimoni, come i Berlusconi, e ciascuno occupa una provincia dell’impero. Delphine, 51 anni, la più grande e unica femmina, dirige Dior, il gioiello della corona appena affidato al nordirlandese Jonathan Anderson. Antoine, 48 anni, governa giornali del gruppo, comunicazione, immagine e sostenibilità, qualunque cosa voglia dire. Poi ci sono i tre figli del secondo matrimonio con Hélène Mercier, pianista canadese: Alexandre, 33 anni, passato da Tiffany e ora alla divisione alcolici; Frédéric, 31 anni, a Loro Piana; e Jean, 27 anni, il piccolo, responsabile dell’orologeria Vuitton. Fondamentalmente giocano con i marchi dove non possono fare troppi danni.
Però sono tutti bravi, tutti belli, tutti smilzi, educati al pianoforte, alla performance, alla discrezione, al cashmere. Nessun Edoardo Agnelli, nessun Lapo Elkann – almeno per ora, e che si sappia. Non siamo insomma nella dinastia italiana del trauma, bensì nella dinastia francese dell’eccellenza. Una famiglia dove anche la nevrosi sembra uscita dall’École polytechnique.
Una famiglia anche molto caciarona, improvvisamente: addio ai tempi del quiet luxury, il luxury si sa è passato di moda, e dunque lo è, par di capire, pure il quiet. Quando la baracca andava bene, i rampolli erano piccoli e devoti, ma adesso che forse la rivoluzione passerà dal vestirsi Zara e non più Dior, adesso che “lusso”, parola magica per “Ebitda” e fatturati per anni e ora invece radioattiva, saltan fuori tutte le magagne. Lvmh ha perso il 5 per cento di fatturato l’anno scorso, qualcosa come 4 miliardi, e il 25 per cento in Borsa. Si vocifera pure di cessione di marchi come Marc Jacobs, nella più grande ristrutturazione aziendale nella storia dell’azienda. Certo per il boccon di pane non dobbiamo preoccuparci, ma loro, i rampolli, non son per niente contenti.
Antoine e Delphine, i figli del primo matrimonio, insomma Marina e Piersilvio, avevano a lungo fatto capire che la poltrona suprema non li interessava davvero. Troppa fatica, troppa esposizione, chi ce lo fa fare. Poi sono cresciuti i fratellastri, sono entrati nel gruppo, hanno cominciato a scalare marchi e consigli, e improvvisamente anche la modestia è diventata un lusso. Nel gruppo si dice che Alexandre e Frédéric siano i più competitivi, quelli che sognano davvero il trono. Il patriarca, piccolo dettaglio, non ha alcuna intenzione di andarsene. L’anno scorso ha modificato le norme societarie per poter restare al comando fino a 85 anni (prima la soglia era 80). “Avresti dovuto mettere 100”, gli ha consigliato Warren Buffett, altro vecchietto molto liquido, che però alla fine si è fatto da parte. Arnault no. Qualcuno, suggeriscono i giornali francesi, che si sono buttati a tutta callara sulla saga di questa famiglia un tempo riservatissima, ha avanzato l’idea di un capo esterno, un Papa straniero, come dicono sempre nel Pd, ma Arnault non ci pensa proprio, mica è la Schlein, Lvmh deve rimanere un’azienda familiare. E quindi che si fa? Niente. Alla domanda di un azionista su come intenda gestire “le grandi ambizioni dei suoi cinque figli”, ha risposto: “Ne parleremo tra sette o otto anni”. Cioè mai, secondo il calendario degli immortali.
Ma c’è qualcosa peggio di litigare. E’, per queste tribù capitalistiche, parlare. La novità è infatti che la famiglia, sempre così muta, ha cominciato a litigare in pubblico. L’incubo è Hélène. Hélène Mercier-Arnault, pianista, moglie di Bernard dal 1991, madre della seconda nidiata, per trentacinque anni è stata silente come una borsa in vetrina, ora canta: per promuovere il suo disco, ha fatto una sfilza di interviste. Dieci. Tv, giornali, radio. Una tournée lirico-familiare. “Se mio marito fosse davvero un maniaco del controllo, credete che avrebbe sposato una donna come me?”, dice. Domanda in effetti interessante. Lei parla, si commuove, accusa, ride, si pente, ricomincia. Dice che i senzatetto vivono senza tetto “anche per una scelta di vita”. Apriti cielo. Poi torna in tv, tra lacrime e spiegazioni, raccontando della sorella bipolare, oggi morta, che si era innamorata proprio di un clochard. Rivela soprattutto un’immagine agghiacciante, da mettere a letto i pupi, altro che crollo del lusso e Stretto di Hormuz: che il 77enne Bernard la notte dorme nudo, solo con un paio di slip.
Helène è un po’ Veronica Lario, per ora non manda lettere a Repubblica (ma avrebbe tutti i giornali di famiglia a disposizione, da Paris Match, a Les Echos, al Parisien). I figli non sono andati dagli steineriani bensì a un costoso liceo privato (due di loro si son trovati come prof Brigitte Macron, che forse avrà dei rimpianti sul marito prescelto). La pianista dice ai figli che il denaro addormenta tutto, che sono “brainwashés”, prigionieri del sistema. In una casa dove la paura della gauche si tramanda di generazione in generazione, dove la parola “patrimoniale” fa nitrire i cavalli, lei confessa che, messa alle strette tra Bardella (il rampollo lepeniano di estrema destra) e il comunistone Mélenchon, voterebbe quest’ultimo. Sturbi del marito, che teme la sinistra peggio dei nobili russi nel ’17, e che alla vigilia di elezioni fondamentali fugge all’estero (in Québec prima delle legislative del 1978, quando tutti i sondaggi davano vincitori socialisti e comunisti, negli Stati Uniti nel 1981, dopo la vittoria di François Mitterrand, e pure in Belgio, nel 2012, per sfuggire alla Francia di François Hollande, ma poi cambiò idea).
In questo i francesi sono diversi da noi: lì chi minaccia di andarsene, per questioni politiche (o fiscali), se ne va veramente. Da noi non se ne vanno mai, al limite non pagano le tasse. L’altra grande differenza è che la moda da noi resta cosa da signore o signorini, da necrologi commossi quando muore uno stilista centenario con “famiglia allargata”. In Francia il presidente invece va alle sfilate, la première dame veste Vuitton, Brigitte è in prima fila da Dior. Da noi per un politico rende molto di più andare in pellegrinaggio da Padre Pio. Difficile poi immaginare un Bernard Arnault italiano: sarebbe un Diego Della Valle on steroids a pranzo con Mattarella tutti i giorni, una Miuccia Prada con esercito, giornali, champagne, squadre di calcio e linea diretta con Trump (ma forse ce l’ha, boh).
Per dire: qualche tempo fa Macron ha creato Arnault gran croce della Legion d’onore, privilegio riservato a 75 viventi. Alla cerimonia c’erano Elon Musk, Beyoncé, Jay-Z, Rania di Giordania (tipo barzelletta, mancava solo lo scià di Persia). Il presidente ha fatto un discorso proustiano: “Bernard Arnault, voi siete un destino francese e, in fondo, una vita alla ricerca del tempo perduto”. Ha rievocato il 1984 fatale, quando un giovane Bernard acquista Dior, come un momento appena meno importante per la storia di Francia della presa della Bastiglia.
Ma tutte le cerimonie e le medaglie non possono niente contro i problemi di Arnault, un povero cristo che dorme in mutande, con 40 mila dipendenti in Francia, un miliardo investito ogni anno nel paese e tre miliardi di imposte pagate, e lui vorrebbe giustamente almeno un po’ di riconoscenza. Invece sente sempre odore di ghigliottina fiscale, e ora si ritrova pure i figli litigiosi e la moglie chiacchierona. Il nemico di madame la pianista è soprattutto Xavier Niel, compagno di Delphine, padre dei suoi figli, fondatore di Free e Iliad (telefonia e internet), azionista del Monde, imprenditore venuto dal nulla, Obelix del capitalismo francese, uno che dice di voler abolire l’eredità pur avendo scelto la più ricca ereditiera di Francia. E’ l’opposto antropologico di Arnault: hacker contro monarca, felpa contro gessato, adipe contro broccoli. Hélène lo chiama “El Diablo” e teme che, come in “Succession”, alla fine della fiera vincerà il genero, il marito della figlia venuto dal nulla (e chissà con che spirito i ricchi guarderanno, voglio dire i ricchi come gli Arnault, “Succession”. Lente deformante? Documentario? Filmino di famiglia?).
Quando Delphine fu nominata a Dior nel 2023, posto che secondo la matrigna spettava ad Alexandre, Hélène mandò a Niel un sms chilometrico accusandolo di mitomania e gelosia. Il messaggio fece il giro dei figli e pare arrivò perfino sul tavolo di alcuni ministri, sbalorditi dalla violenza di questa famiglia così pettinata. Perché la pianista non solo parla, scrive pure. E’ una gran messaggiatrice, manda sms tipo “io so tutto”, a tutti i membri del clan, poi questi finiscono sui giornali, giornali che praticamente o sono di Arnault o di Niel (che controlla oltre e tramite il Monde il Nouvel Obs, quest’ultimo sta facendo un godurioso reportage a puntate da casa Arnault, tipo romanzo naturalista à la Zola). Antoine ha bloccato il numero della matrigna. Niel non è più il benvenuto ai Natali e ai battesimi. Intanto i comunicatori combattono: Jean-Charles Tréhan, potentissimo direttore delle relazioni esterne, accusato da una parte del clan di lavorare per Antoine; Louis Jublin, ex consigliere di Gabriel Attal, arruolato da Frédéric e poi da Hélène, accusato nei corridoi di Lvmh di aver spinto la signora al grande déballage mediatico. E’ lei che è brainwashée.
E forse perché il lusso non tira più, i giornali di casa sono diventati il teatro di guerra. Le Parisien, quotidiano comprato da Lvmh nel 2015, perde 35 milioni l’anno. Alexandre e Frédéric tipo figli De Benedetti con Repubblica ai tempi spingono per venderlo, si fa avanti non un greco ma il fascistone Bolloré, l’uomo d’affari bretone di Vivendi, fresco fresco di polemica per aver licenziato Olivier Nora, storico direttore della casa editrice Grasset da lui controllata, perché pare si rifiutasse di pubblicare autori fascistoni (causando la ribellione di 170 scrittori). Coi giornali si entra proprio in una “Succession” francese: vendere Le Parisien a Bolloré, a un anno dalle presidenziali, significherebbe consegnare un pezzo di Francia mediatica alla destra reazionaria. Delphine e Antoine come Shiv e Kendall temono il danno reputazionale. Intanto, altre sottostorie che sembrano uscite dalla famiglia Roy: Stéphane Bianchi, numero due di Lvmh, ha riunito Antoine, Alexandre e Frédéric per una specie di terapia collettiva (tipo la puntata 7 della stagione 1 quando il patriarca riunisce tutti nel ranch. Insuccesso nella fiction come nella realtà).
Una partitella per distendere gli animi? Puntata 1, stagione 1. I fratelli Arnault hanno comprato il Paris FC, secondo club della capitale francese, anche per darsi un’immagine popolare, lontana dal lusso, e forse per ricucire legami ormai sottilissimi. Il padre non si è mai presentato allo stadio. “Che posto siete in classifica? Tredicesimi? Io nella mia vita non sono mai stato tredicesimo”, ha detto, sempre carino, promettendo che verrà solo quando il club sarà nei primi tre. Insomma Bernard Arnault, l’uomo che possiede Dior, Vuitton, Bulgari, e champagne, yacht, giornali, presidenti, il suo peso corporeo, l’uomo che controlla tutto, e soprattutto le sue vetrine, non riesce a controllare la propria successione. Né la moglie. Né la morte. Per quella, almeno, ha trovato un ripiego francese: entrare tra gli immortali. Resta da capire chi, tra i mortali, erediterà il negozio (e chi ci entra, ormai, con ’sti chiari di luna, e ’sti prezzi, staremo a vedere, vabbè).