“Attenzione. Tre motorini stanno volando in direzione di Dnipro”. E’ un messaggio dal canale telegram delle notizie locali della città di Dnipro, nella parte sud-orientale dell’Ucraina. Chi non conosce la realtà di questo paese potrebbe pensare che dei veicoli a due ruote stiano avanzando a gran velocità verso la città. In realtà si tratta di un avviso di attacco di droni Shahed.
Fin dal 2022, quando la Russia ha cominciato a impiegare massicciamente i droni iraniani contro l’Ucraina, gli ucraini li hanno soprannominati “motorini”, perché il suono emesso da questi droni in volo assomiglia molto al passaggio di un motorino sulla strada. Dal 2022 è diventato sinonimo di Shahed. Per un certo periodo le persone li hanno chiamati anche “balalaike”, per la somiglianza della forma dello Shahed con lo strumento musicale russo. Ma dopo alcuni anni le “balalaike” sono scomparse dalle conversazioni ucraine con il loro significato di droni. I “motorini”, invece, no, si sono consolidati e sono rimasti.
I droni ucraini a lungo raggio, che volano a bombardare obiettivi militari ed energetici in Russia, vengono invece chiamati affettuosamente “uccellini”. “Gli uccellini si sono spinti in profondità nel territorio della Federazione russa: immagini dei potenti attacchi contro obiettivi russi”: questo è il titolo di un articolo pubblicato il 6 dicembre 2025 sul sito ucraino Glavred. “Qualsiasi esperienza nuova influenza la lingua”, ci spiega Evgenia Kuznetsova, nota scrittrice ucraina: “Per esempio, quando si diventa genitori, si cominciano a usare costruzioni diverse, semplificando il linguaggio per il bambino”. Quando invece si verifica uno sconvolgimento così grave come la guerra, è un enorme trauma sia per chi parla la lingua sia per la lingua stessa. La gente cerca le parole e le espressioni per nominare ciò che vede intorno a sé. “Se sappiamo dare un nome alla realtà, quella realtà è più facile da accettare”, dice lo scrittore e traduttore Ostap Ukrainets.
Negli ultimi quattro anni nella lingua ucraina sono comparsi molti neologismi. Il più delle volte sono legati proprio alla guerra e al campo di battaglia. Ma considerando che l’esercito ucraino conta un numero enorme di persone − circa novecentomila – e che ogni soldato ha familiari e amici, le nuove parole vengono spesso usate anche altrove, non solo al fronte. Nella lingua ucraina penetrano anche termini inglesi che diventano rapidamente comprensibili a tutti e non necessitano di traduzione. Un esempio diffuso è kill zone: così viene chiamata la zona in cui non esiste una linea di contatto netta tra gli avversari ed è interamente esposta ai droni. Ostap Ukrainets non sa chi abbia introdotto per primo questo termine nel contesto della guerra russa contro l’Ucraina, ma ipotizza che molti termini militari siano mutuati dalle dottrine militari americane e persino dalla cultura pop: dai videogiochi shooter e dai film.
Ci sono anche espressioni che sono entrate nella lingua ucraina dallo spazio mediatico russo. Per esempio: “Kyiv in tre giorni”. Sui canali televisivi della propaganda russa nel febbraio 2022, ancora prima dell’inizio dell’invasione su larga scala, conduttori ed esperti facevano la gara sulle previsioni e dicevano che Kyiv sarebbe caduta in pochi giorni. “Nella formulazione russa, era di fatto una traduzione letterale dell’idea del Blitzkrieg”, dice Ukrainets. Dopo che l’esercito russo non riuscì a prendere Kyiv in tre giorni, gli ucraini cominciarono a usare questa frase per illustrare l’irraggiungibilità e l’assurdità delle grandi ambizioni del nemico. Oggi “Kyiv in tre giorni” viene usata in Ucraina in chiave ironica e illustra l’incapacità russa in generale.
Evgenia Kuznetsova sottolinea i cambiamenti linguistici avvenuti anche in Russia, dove è in atto un processo di eufemizzazione: i russi ricorrono a cliché e parlano con cautela, evitando di chiamare le cose con il loro nome. Persino la guerra su larga scala in Russia continua a essere chiamata “operazione militare speciale”. Inoltre, aggiunge Kuznetsova, nei regimi dittatoriali abbondano sempre le espressioni enfatiche e solenni, come: “è caduto per la patria”, “rimarrà per sempre nei nostri cuori”. In Ucraina, al contrario, la lingua diventa sempre più diretta. Sono caduti tutti i tabù sulla morte. Prima della guerra, se moriva qualcuno di caro, si diceva spesso: “non è più con noi”, “è già in un altro mondo”. Negli ultimi quattro anni le morti sono diventate talmente tante che se ne parla non per figure retoriche, ma in modo diretto: “lo ha ucciso un drone”, “è morto sotto i bombardamenti”, “è deceduto per le ferite riportate”.
Al contempo, nella lingua ucraina sono comparse nuove parole per denominare il nemico. “Orchi” viene usato come appellativo dispregiativo per i soldati russi, per analogia con i mostri umanoidi del romanzo fantastico di John Ronald Reuel Tolkien Il Signore degli Anelli. Oppure “ruscisti”, cioè persone che sostengono il “ruscismo” (così vengono chiamate in Ucraina l’ideologia e le pratiche criminali dell’attuale governo russo). Esistono anche espressioni oscene rivolte agli occupanti. Deridere il nemico è uno degli strumenti per non aver così paura di affrontarlo, spiega Kuznetsova: “Perché è una cosa dire che sull’Ucraina si stanno avventando orchi mal addestrati, un’altra è dire che a muovere la guerra contro di noi è uno stato nucleare”.
Il turpiloquio si espande, diventa più fantasioso, compaiono nuovi meme e barzellette. “La capacità di ridere di una minaccia ci dà su di essa un potere simbolico”, dice Ostap Ukrainets. L’umorismo nero, a suo avviso, è un meccanismo di difesa e permette agli ucraini di confrontarsi psicologicamente con temi molto pesanti in modo molto più leggero. Lo usano ampiamente i soldati, i medici da combattimento e i civili.
La guerra comprende una grande quantità di esperienze negative, e la lingua cerca nuovi modi per esprimere le emozioni negative che vive la popolazione. Per questo, tra l’altro, compaiono nuove parole che descrivono i problemi legati ai processi interni della società ucraina. “Busyfikatsiya” è il termine usato sui social per la mobilitazione forzata degli uomini per le strade, dopo la quale vengono trasportati agli uffici di leva con dei minibus (busy in ucraino). E “ukhilyant”, renitente, è il termine colloquiale per chi si sottrae al servizio militare. Ci sono anche espressioni straniere usate prevalentemente all’estero per parlare di questa guerra e per descrivere la reazione dei partner occidentali a ogni nuovo bombardamento: peace deal, deeply concerned. Ma in Ucraina vengono spesso percepite con ironia, perché la diplomazia non sta avvicinando la fine della guerra.
Anche la parola “resilienza” suscita reazioni diverse, a volte piuttosto critiche, in Ucraina, sebbene sia ripetuta molto spesso dai media stranieri: è però usata anche nelle comunicazioni ufficiali ucraine, il governo ha chiamato “punti di resilienza” i centri di assistenza dove ricaricare il telefono e ripararsi dal freddo.
Più a lungo dura la guerra, più nuove parole compariranno, sono certi gli esperti. “Abbiamo bisogno di imparare a nominare le cose nuove per appropriarcene, padroneggiarle e sentirci con loro più a nostro agio”, dice Ukrainets.