Ci sono tante dinastie litigiose in Europa e nel mondo, ma quello che magari rimane un sogno di tanti, ammazzare un parente ricco, appunto quasi sempre rimane un sogno. Tranne in alcuni casi, come quello della famiglia Andic, proprietari della catena di abbigliamento spagnola Mango. Il fondatore, infatti, il settantunenne Isak Andic, era stato ritrovato morto a fine 2024 in un dirupo dopo un hiking.
Parola intraducibile che spesso è una scampagnata e talvolta una vera scalata o una via di mezzo, questo hiking era sui monti della Catalogna, e lui era con il suo primogenito Jonathan Andic. Fin lì, costernazione e dolore aziendale, finché il figliolo, che è anche vicepresidente dell’azienda, è stato arrestato nei giorni scorsi dalla polizia di Barcellona: il sospetto è che sia stato lui a buttare nel dirupo il povero papà. Scandalo, choc, con l’erede di una delle più importanti dinastie spagnole in manette. Lui si proclama innocente, pure le sue sorelle e lo zio dicono che non c’entra niente, ma come in tutti i gialli che si rispettino spunta una matrigna, la compagna del padre, la ex golfista Estefania Knuth, che avrebbe invece dei sospetti. Pare che le cose andassero male da tempo tra fondatore e rampollo: la polizia lo sospetta perché nei vari interrogatori le versioni da lui rilasciate sarebbero incoerenti, inoltre dal gps e dai dati incrociati, telecamere stradali ecc. (ormai pare impossibile il delitto perfetto), sembra che il figlio avesse compiuto vari sopralluoghi tra rocce e dirupo nei giorni precedenti la fatale caduta. Inoltre analizzando i messaggi tra i due pare che l’erede fosse assatanato di soldi, e che volesse la sua parte di eredità subito, e non, letteralmente, “a babbo morto”. La questione ereditaria era da tempo problematica, con l’ultimo testamento siglato nel 2023 che lasciava l’azienda in parti uguali ai tre figli, Jonathan e le due sorelle, e un lascito di 5 milioni alla golfista, che però non era contenta, e dopo varie trattative era arrivata a 30. Ma, colpo di scena, secondo gli investigatori il giovane Andic sarebbe stato furibondo ora nello scoprire che il babbo stava invece per cambiare le sue volontà, e aprire una fondazione di beneficenza (un po’ se l’è andata a cercare, insomma, diciamolo). Il figlio si difende: non c’era nessun problema tra loro, anzi la passeggiata-scalata doveva servire proprio a riconciliarsi (ma le due cose sono un po’ contraddittorie) e poi il padre soffriva di gonartrosi bilaterale a entrambe le ginocchia, una forma di usura cronica della cartilagine che provoca rigidità e compromette i movimenti, insomma era tutto incriccato, ecco perché il volo – di cento metri – del papà sarebbe stato particolarmente lineare, come contestato dagli inquirenti (che contestano oltre alla dinamica della caduta anche che sul luogo dell’atterraggio ci fossero impronte di scarpe, forse riconducibili al figlio).
Il povero gonartritico volante Andic era nato a Istanbul nel 1953 in una famiglia ebraico-sefardita. Era emigrato a Barcellona negli anni Sessanta e nel 1984 fondò Mango insieme a un fratello, creando in quarant’anni un colosso da 4 miliardi di fatturato annuo, rivale di catene di moda economica ma carina tipo Zara. Era riuscito a diventare il primo uomo più ricco della Catalogna, il secondo della Turchia, nonché il trentaduesimo ebreo più ricco del mondo, a chi piacciono queste statistiche, vabbè.
Del resto il tema delle beghe ereditarie, con o senza delitto, è antico ma sempre attuale: da noi impazzano i Del Vecchio, la dinastia degli occhiali, ricca di colpi di scena, prima un fratello che compra le quote degli altri, poi una mamma che cede una quota ma poi si pente, poi un altro fratello che fa causa, insomma meglio di Beautiful. Ma prima c’erano già i Caprotti di Esselunga, e ancora i De Benedetti col fondatore che regalava i giornali ai figli e poi li rivoleva indietro; e naturalmente gli Elkann con la guerra tra Margherita Agnelli e i figli (e pure i collaterali Caracciolo con i testamenti misteriosi e i molteplici eredi); in America ha fatto scuola la famiglia Murdoch con così tanti colpi di scena che ne è stata tratta una delle serie televisive più belle di sempre, “Succession”, ispirata anche un po’ a un’altra interessante famigliola, i Maxwell dell’editore di giornali inglese Robert, poi morto anche lui in circostanze misteriose, cadendo da una barca dopo che si scoprì che aveva rubato tutti i fondi pensione dei suoi dipendenti. Si diceva che fosse (come spesso si dice per dare un po’ di colore alla faccenda) un agente del Mossad, e che il suo fu un assassinio, mentre il figlio qualche tempo fa ha detto che papà aveva piuttosto quella brutta abitudine di far pipì in mare, e si era sporto troppo dal ponte. La figlioletta Ghislaine, invece, non dice niente, essendo in carcere in quanto suprema badante e trovaospiti di Jeffrey Epstein: e forse, se il daddy non moriva e falliva e rubava i soldi dei suoi dipendenti, le cose sarebbero andate meglio per tutti, anche per lei. A volte infatti certe persone non sono proprio portate per il lavoro. Meglio sterminare i parenti. Come nel caso di Patrizia Reggiani Gucci, la leggendaria moglie dell’erede della casa di moda fiorentina, che aveva fatto sparare al marito nel 1995, e che, trascorsi 17 anni a San Vittore, adesso avrà comunque il ricco vitalizio di 1 milione di franchi svizzeri l’anno, frutto di un accordo col defunto assassinato marito. La Corte europea dei diritti dell’uomo infatti ha dato torto alle figlie, sentenziando ultimamente che gli accordi pre omicidio rimangono validi, e così le rampolle ora oltre ad avere la mamma assassina dovranno darle pure la paghetta. Ma Patrizia Gucci rimane comunque una icona da quando le fu proposta, nel 2011, la semilibertà, con la possibilità di uscire dal carcere dandosi a qualche lavoretto. E lì lei per tutta risposta disse che non ci pensava proprio: non aveva mai lavorato, perché cominciare adesso, annunciò, preferendo rimanere dietro le sbarre. Forse adesso le figlie mediteranno di ammazzare lei. Perché magari i soldi non fanno la felicità, ma il delitto, talvolta, sì.