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Il cuore a nord

Il popolo che rende la Groenlandia tanto speciale

Bambini tirano slitte nella neve accanto a edifici residenziali e a un murale che raffigura una donna Inuit con la mano su un orso polare, il 18 gennaio 2026 vicino a Nuuk, in Groenlandia. (Foto di Sean Gallup/Getty Images)

Il 22 settembre 2026 Donald Trump, insieme ai leader di Danimarca e Groenlandia, ha firmato un accordo per rafforzare la sicurezza in Groenlandia e nella regione dell’Artico e del Nord Atlantico. Pochi giorni prima, il 18 settembre, Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avevano raggiunto un’intesa con Danimarca e Groenlandia che, a suo dire, garantisce agli Stati Uniti il “controllo permanente” sulla sicurezza e sulle altre esigenze dell’isola.
L’annuncio è arrivato dopo mesi di tensioni sull’importanza strategica della Groenlandia e su chi abbia il diritto di decidere il suo futuro. I governi danese e groenlandese hanno sottolineato che l’accordo rispetta la sovranità e l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, oltre al diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese.
Prima di analizzare che cosa significhi questo accordo, ritengo importante riconoscere i meriti della leadership politica groenlandese. La Groenlandia è stata sottoposta a una pressione internazionale enorme, eppure i suoi rappresentanti hanno continuato a difendere gli interessi dell’isola e il diritto del suo popolo all’autodeterminazione. Muoversi in queste circostanze ha richiesto diplomazia, pazienza e la capacità di restare nei negoziati anche quando la pressione era fortissima. Credo che questo impegno debba essere riconosciuto.
Ma quanto accaduto aggiunge una dimensione nuova e importante a una questione che ha già messo alla prova l’Europa, il Regno di Danimarca, la Nato e, soprattutto, la Groenlandia stessa. Nonostante tutto, un accordo è stato comunque raggiunto. Resta così sospesa una domanda complessa: come può un paese che per mesi ha fatto pressione sulla Groenlandia e ha messo apertamente in dubbio il suo diritto a decidere del proprio futuro diventare ora il paese a cui ne viene affidata la sicurezza permanente? Come conciliare queste due realtà? E che cosa significa che la stessa potenza che ha spinto la Groenlandia a dubitare delle sue intenzioni venga oggi presentata come parte della soluzione per proteggerla?
La Groenlandia è diventata una questione geopolitica per la sua posizione geografica, ma è diventata una questione umana per la sua gente. La recente crisi ha costretto l’Europa a guardare verso nord e, forse per la prima volta dopo molto tempo, a considerare seriamente la Groenlandia: non soltanto come un territorio del Regno di Danimarca, ma come un popolo con una storia, un’identità e il diritto a determinare il proprio futuro.
La Groenlandia non può essere ridotta a semplice “territorio europeo” né a risorsa strategica americana.
Geograficamente la Groenlandia fa parte del Nord America, mentre politicamente appartiene al Regno di Danimarca, con un ampio grado di autogoverno. E’ proprio questa posizione unica a renderla tanto importante. Si trova tra l’Europa e il Nord America, tra le due sponde dell’Atlantico, legate non solo dagli oceani ma anche dalla storia, dalla sicurezza e dalle alleanze.
La sua posizione geografica l’ha resa strategicamente rilevante per generazioni. Ma l’importanza della Groenlandia non dovrebbe essere discussa soltanto dal punto di vista della sicurezza europea o della Nato. C’è un’altra dimensione che non si può separare dal discorso: le persone che vivono su questa terra da migliaia di anni.
Gli inuit sono il popolo indigeno della Groenlandia. Siamo il popolo che è stato custode e protettore di alcuni dei paesaggi e degli ecosistemi più straordinari della terra. Siamo sopravvissuti per migliaia di anni in uno degli ambienti più duri del pianeta e siamo riusciti comunque a prosperare come popolo, tramandando di generazione in generazione storie d’amore, di coraggio, di famiglia e di sopravvivenza.
Un tempo eravamo un unico popolo, ma i confini coloniali e le strutture politiche ci hanno divisi.
Per tanto tempo, molte delle nostre storie sono state raccontate attraverso lo sguardo dei paesi coloniali anziché da chi le ha vissute. Il nostro modo di vivere, la nostra cultura e le nostre tradizioni sono stati spesso misurati in base a quanto somigliassero alla civiltà occidentale.
Per questo la questione della Groenlandia non riguarda soltanto la geografia.
Riguarda anche la sovranità.
La sovranità, in fondo, è il diritto di un popolo di determinare il proprio futuro. La Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca, ma gode di un ampio autogoverno, istituito prima con l’autonomia (Home Rule) nel 1979 e poi ampliato con la Legge sull’autogoverno del 2009. La politica estera e di sicurezza restano competenza del Regno, mentre la Groenlandia gestisce autonomamente molti ambiti degli affari interni.
Questo rende la discussione sulla Groenlandia particolarmente complessa.
L’Europa parla continuamente di sovranità, democrazia e diritto internazionale. Eppure la Groenlandia mostra quanto questi princìpi possano diventare complicati quando si intrecciano geografia, storia coloniale, interessi di sicurezza e potenza americana.
La domanda non può essere semplicemente: chi controlla la Groenlandia? Deve essere anche: che cosa vuole la Groenlandia stessa, e come rispettiamo le persone che ci vivono?
Per molti anni la Groenlandia non ha ricevuto la stessa attenzione internazionale di cui gode oggi. Ma la crisi recente ha creato un’eco in tutta Europa. Molti paesi europei hanno cominciato a mostrare maggiore interesse per la Groenlandia, non solo per la sua posizione strategica, ma per l’opportunità di costruire legami più forti tra l’isola e il resto d’Europa, rafforzando i rapporti tra culture, tradizioni e persone al di là dei confini.
Per molti groenlandesi ha anche aperto uno spazio di dialogo sul rapporto tra Groenlandia e Danimarca, sulla storia, sull’identità, sul futuro ma anche sul passato. Paesi che prima sapevano pochissimo della Groenlandia hanno improvvisamente cominciato a guardare a nord e a farsi domande. Chi è questa gente? Qual è la storia della Groenlandia? Che cosa può imparare l’Europa dalla Groenlandia? E come si possono costruire relazioni fondate non solo su interessi strategici, ma anche sul rispetto reciproco?
Questa è stata forse una delle cose più belle che, a mio avviso, sono nate da questa situazione difficile. Ha creato spazio. Uno spazio che non sempre era stato concesso agli inuit. Per la prima volta molte persone hanno provato curiosità per chi siamo, non semplicemente come abitanti dell’estremo nord, ma come un popolo con una propria cultura, tradizioni, storia e identità.
Naturalmente è un tema delicato. Attorno alla Groenlandia e alla Danimarca ci sono molte storie, opinioni e posizioni politiche diverse. Io scelgo di concentrarmi su ciò che può farci andare avanti. Credo che la forza stia nell’amore, nel coraggio e nella responsabilità, e che per guarire dobbiamo pensare alle generazioni future e concentrarci su di esse. Non possiamo cambiare il passato facendo pagare alle persone di oggi colpe che non hanno commesso personalmente. Ma assumersi la responsabilità della storia e rispondere delle sue conseguenze è necessario, se vogliamo guarire.
Nemmeno la vergogna, il dolore e l’odio rivolti a persone che sono semplicemente il prodotto della storia del Regno di Danimarca possono essere la risposta. Credo che per molto tempo si sia cercato qualcuno da incolpare. E le persone che provengono da entrambi i mondi diventano spesso o un ponte o un peso: un simbolo vivente di una storia che è realmente accaduta. Come questa storia venga elaborata dipende dal singolo individuo.
Ma credo che essere un ponte possa anche essere una forza.

Trump e la questione dell’Europa e della NATO

Nel dicembre del 2024, Donald Trump ha reso inequivocabile il suo rinnovato interesse per la Groenlandia. Il 22 dicembre ha dichiarato che la “proprietà e il controllo della Groenlandia” da parte americana erano importanti per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il primo ministro groenlandese Múte B. Egede ha risposto che la Groenlandia non è in vendita e non lo sarà mai.
Personalmente credo che sia anche un messaggio forte, che dice: “Pensate di poter comprare tutto con i vostri dollari americani, prendere e fare ciò che volete senza conseguenze”, ma non ve lo permetteremo. Non si può comprare una terra. Non si può comprare un popolo.
Guardando la situazione evolversi, e vedendo la possibilità che la Groenlandia venisse trattata soprattutto come un possedimento strategico anziché come la casa di un popolo, ho cominciato a temere il peggio.

La guerra

Per inquadrare la Groenlandia: è una società pacifica, priva di un proprio esercito convenzionale. Difesa e sicurezza sono gestite a livello del Regno di Danimarca. La Groenlandia è comunque coperta dalla Nato attraverso l’appartenenza della Danimarca all’Alleanza. Ed è qui che la Groenlandia è diventata una questione europea.
Quando Donald Trump ha messo in discussione lo status quo attorno alla Groenlandia, il dibattito non riguardava più soltanto la Groenlandia e la Danimarca. Sollevava anche interrogativi su sovranità, integrità territoriale, diritto internazionale e sui princìpi che sostengono l’alleanza transatlantica.
La Nato si fonda sul principio della difesa collettiva. L’articolo 5 stabilisce che un attacco armato contro un membro è considerato un attacco contro tutti e che gli alleati si impegnano a prestarsi assistenza reciproca. Anche l’importanza strategica della Groenlandia per la Nato è concreta. La Nato descrive l’Artico e il Grande Nord come sempre più importanti per la sicurezza collettiva dell’Alleanza: sette degli otto stati artici sono infatti alleati della Nato.
Ma credo che qui ci sia qualcosa di più profondo della strategia militare. La sicurezza dell’Europa non consiste soltanto nel proteggere il territorio. Consiste anche nel proteggere i princìpi su cui è stata costruita la cooperazione europea: sovranità, democrazia, diritti umani, stato di diritto, solidarietà e diritto dei popoli di determinare il proprio futuro.
Per me è questo che ha reso così significativa la solidarietà mostrata verso la Groenlandia. Non era una questione che riguardava semplicemente un pezzo di terra su una mappa: serviva ad affermare che il futuro di un popolo non può essere deciso semplicemente da qualcun altro.
E forse questa è una delle lezioni più importanti che la Groenlandia può offrire all’Europa. La geografia può rendere la Groenlandia strategicamente importante. La Nato può inserirla in un’architettura di sicurezza più ampia. Ma niente di tutto questo dovrebbe rendere la Groenlandia invisibile come popolo.
La terra non è separata da chi la chiama casa.
L’Artico non è uno spazio vuoto.
La Groenlandia non è soltanto una risorsa strategica.
E’ una casa.
E il suo popolo merita che la sua voce venga ascoltata quando il mondo discute del suo futuro.

La mia storia personale

Essere “groenlandese” in Danimarca, quando ero bambina, non aveva un significato particolarmente positivo.
Venivo da una famiglia affettuosa e solidale, dove nessuno mi ha mai fatto sentire “a metà” di qualcosa. Ero semplicemente una persona intera.
Ma fuori dalla famiglia il mondo non era sempre così.
Essere al tempo stesso groenlandese e danese mi ha reso un tema politico fin dal primo respiro.
Crescendo tra due paesi e adattandomi a due mondi, ho capito a poco a poco quanto il razzismo e gli stereotipi verso gli inuit, e in contesto danese verso i groenlandesi, possano incidere sulla vita delle persone.
Stare nel mezzo può essere difficile, perché a volte ti dicono che la tua voce vale meno di quella di chi è “davvero” una cosa o l’altra.
Ma io continuavo a pensare: e le persone come me? Dobbiamo essere in tanti. Dove sono?
Sono sempre stata molto spirituale. Amo la natura e l’oceano, e la cultura inuit mi scorre nelle vene. Mi ha dato pace e conforto per tutta la vita, perché la natura non ti giudica. Vive in armonia con te quando la rispetti.
Il razzismo non mi ha spaventata.
Al contrario, mi ha dato la voglia di raccontare a più persone la bellezza della vita nel nord e di smontare gli stereotipi che avevano sugli inuit.
Quando vivevo a Nuuk, da dove viene la mia famiglia, fui intervistata da un giornale. Durante l’intervista la giornalista, a un certo punto, mi chiese: “Hai mai pensato di partecipare a Miss Groenlandia?”. Avevo 16 anni e mi ricordo di aver pensato: che cos’è? Lei mi spiegò che cos’era un concorso di bellezza. Non avevo mai sentito né visto niente di simile. Ma non ho mai dimenticato quella conversazione.
Tornata in Danimarca, ho sentito subito di nuovo che una come me non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere. La gente avrebbe riso. La gente avrebbe usato insulti razzisti. E all’improvviso è diventata una missione.
Io posso farcela.
Possiamo farcela.
Perché no?
E’ lì che questa fase della mia vita è davvero cominciata. Ho iniziato a promuovere la cultura, la moda, la bellezza e le tradizioni inuit. Mi sono rifiutata di lasciare che fossero le percezioni altrui a decidere il nostro destino. Volevo sfidare l’ignoranza in cui mi imbattevo spesso, e volevo proteggere e rappresentare il mio paese e il mio popolo: mi chiedevo perché nessuno sapesse niente della Groenlandia o degli inuit in generale.
Quando sono entrata nel mondo dei concorsi di bellezza, la mia è diventata anche una dichiarazione politica. Ma non mi ha spaventata.
Ognuno di noi ha le proprie ragioni personali per le strade che sceglie nella vita. La mia era, senza alcun dubbio, dimostrare che gli inuit sono capaci quanto qualsiasi altro popolo al mondo.
Ho cominciato un viaggio senza sapere dove mi avrebbe portata. Non conoscevo nessuno che facesse quello che facevo io. Era tutto spaventoso e imprevedibile. Le persone avevano opinioni molto diverse sul modo in cui avevo scelto di farlo. Ma io volevo farlo a modo mio. Essere me stessa. Fare qualcosa che sentissi davvero giusto nel cuore.
E’il sentimento a cui mi sono sempre aggrappata: “Sii fedele a te stessa. Alla gente piacerà, oppure no”. Ma le persone che capiscono che cosa stai cercando di fare ti troveranno. E ti sosterranno.
Perché non si tratta solo di me.
Si tratta di prendersi spazio.
Si tratta di rappresentare.
Si tratta di sfidare le percezioni della gente.
E si tratta di fare la differenza.
Ed è questo che mi ha fatto andare avanti: in quante vite posso avere un impatto positivo? Quante persone posso ispirare a essere coraggiose e a usare la voce che hanno ricevuto?
Sono valori che scelgo di vivere, sia a livello personale sia a livello politico.
Sono orgogliosa di aver avuto l’opportunità di rappresentare la Groenlandia e di parlare di questi temi in Europa: non ho paura di usare la voce che mi è stata data. Continuerò a lottare per ciò che credo sia giusto.
Perché il mio impegno non è cominciato con Trump. E’ cominciato molto prima, con una bambina a cui fu chiesto se avesse mai pensato di diventare Miss Groenlandia.
E’ cominciato chiedendomi se una come me avesse un posto nel dibattito pubblico.
E oggi mi rendo conto che forse la risposta non riguardava mai il fatto di appartenere o no a quello spazio. Riguardava il crearlo.
Per la Groenlandia.
Per il popolo inuit.
Per le persone che vengono da più di un mondo.
E per le generazioni che verranno dopo di noi.

Naja Mathilde Rosing, incoronata Miss Grand Groenlandia 2024, è entrata nella storia come prima rappresentante in assoluto del paese a Miss Grand International. Rosing sarà ospite della Festa dell’ottimismo del Foglio, il 10 ottobre.