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Conversazione con Peter Pomerantsev

Come si combatte, e magari si vince, la guerra delle bugie

Il presidente russo Vladimir Putin partecipa alla tradizionale sessione televisiva annuale di domande e risposte e alla conferenza stampa di fine anno, in programma presso il centro fieristico ed espositivo Gostiny Dvor, a Mosca, in Russia, il 19 dicembre 2025. (Foto di Sefa Karacan / Anadolu via Getty Images)

Se le trattative dovessero naufragare, il Cremlino vuole che la colpa – e la pressione – ricadano su Kyiv. L’accusa fornisce questa copertura al Cremlino e a chi lo sostiene.Pomerantsev, ricercatore senior presso l’Agora Institute della Johns Hopkins University, studia la propaganda moderna e la guerra politica. La sua tesi centrale è che questi tentativi di disinformazione funzionano perché confermano ciò che il pubblico già crede. “La più grande bugia che le persone raccontano è di voler conoscere la verità”, dice Pomerantsev, ma in realtà, “sia per pigrizia sia per pregiudizio, le persone cercheranno la disinformazione che fa loro comodo”. L’offerta – bot, troll, piattaforme – conta, osserva Pomerantsev, ma “molto più importante è la domanda. E un buon propagandista fornirà storie che il pubblico desidera”. La quantità fa il resto. “Semplicemente con un volume enorme di materiale”, la Russia confonde il pubblico, “lo travolge, facendolo sentire impotente e scoraggiato”.

Quando i carri armati russi attraversarono il confine ucraino, Putin disse al mondo che l’Ucraina è uno stato artificiale, governato da nazisti, e presentò la guerra come una missione per proteggere i russofoni. Erano menzogne. Ma per Mosca era “una false flag per giustificare l’attacco”, spiega Pomerantsev, che fa risalire questa tattica alle guerre precedenti: in Georgia nel 2008, in Crimea e nell’Ucraina orientale nel 2014. Tuttavia, Putin non è un pioniere, è uno studioso della storia. La disinformazione è un elemento di quelle che i sovietici chiamavano “misure attive”, oggi spesso raggruppate sotto il termine “guerra ibrida”.

Negli ultimi anni i governi occidentali hanno segnalato un aumento di presunti attacchi incendiari legati alla Russia, sabotaggi alle infrastrutture, intrusioni informatiche e presunti tentativi di omicidio in tutta Europa, spesso eseguiti tramite intermediari non rintracciabili. I casi includono l’attacco incendiario del 2024 a un negozio Ikea a Vilnius, l’incendio che ha distrutto il centro commerciale Marywilska 44 di Varsavia e un complotto sventato in Germania che prendeva di mira il capo del produttore di armi Rheinmetall. “Tutte queste azioni cinetiche hanno un effetto comunicativo”, dice Pomerantsev: la Russia sta seminando paura e testando se l’Europa risponde unita o si frammenta.

E a volte ci riesce. La sua efficacia risiede nella capacità di adattare messaggi diversi a pubblici diversi. “La Russia è sempre stata maestra nel modificare le proprie narrazioni per adattarle ai propri pubblici”, spiega Pomerantsev. Per l’estrema destra, Mosca si presenta come un difensore dei valori tradizionali e della civiltà cristiana, diffondendo l’idea che l’Ucraina stesse promuovendo leggi Lgbtq e che “la Russia dovesse intervenire per fermare questa terribile perversione”. Per l’estrema sinistra il racconto si capovolge: la Russia diventa una potenza anti imperialista che resiste all’aggressione americana, con la guerra reinterpretata come un’espansione della Nato che minaccia la sicurezza russa. I messaggi si contraddicono a vicenda, ma entrambi funzionano.

Per tutti gli altri, la Russia ha diffuso messaggi secondo cui l’Ucraina è irrimediabilmente corrotta, che gli aiuti militari occidentali arricchiscono le élite mentre la gente comune soffre, e che Kyiv sta perdendo la guerra quindi non ha senso aiutarla. Queste narrazioni hanno guadagnato una presa reale tra alcuni politici e personaggi dei media occidentali, creando gravi divisioni sul sostegno all’Ucraina negli Stati Uniti e in Europa. Pomerantsev cita la controversia sulla Chiesa ortodossa ucraina come esempio perfetto. L’Ucraina si è mossa per limitare la chiesa legata a Mosca per motivi di sicurezza dopo l’invasione russa. Il clero aveva agito come braccio dell’intelligence russa, raccogliendo informazioni e diffondendo narrazioni del Cremlino: “E’ chiamata la chiesa del Kgb per una ragione”, dice Pomerantsev. Ma la propaganda russa ha raccontato che l’Ucraina stava perseguitando i cristiani. La narrazione si è diffusa attraverso i media statali russi, poi all’estero e si è amplificata attraverso figure influenti come Tucker Carlson, inserendosi perfettamente in quel che si raccontava nella guerra culturale conservatrice negli Stati Uniti e in Europa. “In realtà è la Russia che perseguita i cristiani nei territori occupati, specialmente gli evangelici”, chiarisce Pomerantsev: “L’Ucraina è uno dei paesi più cristiani d’Europa”. Ma una volta che una storia ha attecchito, i fatti faticano a emergere.

La domanda allora è: si può combattere questa inondazione di bugie russe sui nostri schermi? Il problema, risponde Pomerantsev, è che “i regimi autoritari sono davvero bravi in questo gioco mentre le democrazie liberali non sono nemmeno in partita. Abbiamo degli ottimi media in occidente. Ma non parlano alle persone che la Russia sta prendendo di mira. Il New York Times non coinvolge questo pubblico e quindi qualcuno deve andare a parlarci, con queste persone”. La disinformazione prospera dove esistono già sfiducia e alienazione politica: “Le persone soffrono di una mancanza di potere d’azione, di sfiducia cronica nelle istituzioni”. Cercare semplicemente di smentire le falsità, dice Pomerantsev, “è una soluzione a brevissimo termine”. Finché le democrazie non riusciranno ad affrontare il risentimento di fondo e a coinvolgere questa tipologia di pubblico, la Russia continuerà a vincere la guerra dell’informazione.

Peter Pomerantsev è ricercatore senior presso l’Agora Institute della Johns Hopkins University. E’ un esperto di disinformazione.