Cerca

Conversazione con Lea Ypi

Come si misura il capitale umano perduto nel divorzio inglese

La politologa, filosofa e scrittrice albanese Lea Ypi durante la presentazione del suo libro Indignity (in italiano è pubblicato da Feltrinelli con il titolo “Dignità”) a Barcellona, in Catalogna, Spagna. (Foto di Lorena Sopena/Europa Press via Getty Images)

Vivevo a Londra dal 2010, dice Lea Ypi, ma nel 2016 “non ero ancora cittadina britannica, non ero cittadina europea, ero soltanto cittadina albanese e per la prima volta l’ambizione di essere semplicemente una cittadina del mondo si è infranta: devo prendere la cittadinanza qui prima che sia tardi, mi sono detta”. Ypi insegna alla London School of Economics e scrive libri che mescolano la sua storia personale a quella di pezzi d’Europa.

Il permesso di lavoro, nel Regno Unito che fu prima della Brexit, era sufficiente, ma poi tra il 2015 e il 2016 inizia la retorica del “take back control”, il divorzio dall’Ue vince al referendum e gli stranieri non si sentono più sicuri, “in quei mesi erano iniziate le procedure di regolarizzazione e ne ho approfittato – dice Lea Ypi – con quel revival sovranista tutto il mio cosmopolitismo non serviva più a niente”. Sorride quando dice che ci sono stati momenti bizzarri, per lei che è albanese, che viene da un paese che farebbe carte false per entrare nell’Unione europea (l’ingresso non è più lontano): “Anche altri hanno scoperto che la cittadinanza europea può voler dire esclusione. Gli inglesi mi dicevano: adesso dovremo fare la fila fuori da quella dell’Ue e io pensavo: Welcome to my world  – dice con un luccichìo che le passa tanto spesso nello sguardo che pare abitare lì –  Noi abbiamo sempre fatto l’altra fila! E anche gli europei che abitavano nel Regno mi dicevano: ora noi saremo esclusi, e io di nuovo: benvenuti nel mio mondo. Molti, come noi albanesi, sperimentano questa esclusione da decenni, e con il referendum anche gli inglesi e gli europei sono entrati nella realtà in cui noi viviamo da sempre”. Ypi è convinta che la cittadinanza democratica non sia sinonimo di inclusione, è attenta a chi è stato tralasciato, lasciato fuori, lasciato indietro più che a chi gestisce il potere, perché il sistema o funziona per tutti o non funziona, le file sbagliate non dovrebbero proprio esistere.

E’ il capitale umano che mi interessa: sono dieci anni che valutiamo i costi della Brexit per i britannici e per gli europei, è sempre un calcolo con dei meno davanti, magari c’è stata qualche compensazione, però questo divorzio non è stato un buon affare per nessuno. Ma come si misura il fatto che ci si frequenta di meno, si lavora insieme di meno, ci si scambiano meno idee, insomma non si vive più nella stessa squinternata famiglia?  Una risposta precisa non c’è, si possono mettere insieme aneddoti decennali sulla perdita della consuetudine, che è poi mancanza di comunicazioni, di incontri, di chiacchiere inattese, ma la nostalgia si mescola con la capacità di abituarsi a tutto, anche alle separazioni stupide. Lea Ypi una misura la trova, è l’impoverimento delle università, “non la mia – dice – che è ricca, come lo sono Oxford o Cambridge, da noi gli studenti arrivano e noi continuiamo ad avere il nostro posto di lavoro. Ma altrove, negli ultimi due, tre anni, ci sono stati tanti licenziamenti. Penso all’Università dell’Essex,  che è pubblica e rinomata, un centro di eccellenza: in un dipartimento, di recente, sono stati licenziati otto docenti su dodici. Questo vuol dire smantellare non soltanto la vita delle singole persone, ma un tessuto sociale che difficilmente si riuscirà a ricostituire”.  Quindi è andata così, che la Brexit voleva scrollare di dosso la zavorra burocratica tipica di Bruxelles e ha fatto l’esatto contrario – si parla solo di moduli da compilare alla dogana, di richieste di trattamenti speciali per alcuni prodotti, di eccezioni via carta bollata; voleva dare voce al popolo contro le élite, il grande scossone all’establishment, e finisce che “la classe dirigente è formata soprattutto dall’élite economica al potere – dice Ypi – Non c’è più la mobilità sociale che c’era prima: chi vive nelle periferie in senso ampio è sempre più condannato a rimanere nelle periferie, e chi aveva già mezzi e accessibilità ne ha ancora di più”. Stiamo importando i difetti dell’America, insomma, e sì che le intemperanze trumpiane con gli stranieri, anche con gli europei, avrebbero dovuto creare un nuovo spazio di libertà e sapere in Europa,  ma il Regno Unito aveva iniziato presto, e prima, con la sua chiusura nazionalista, “c’è stato un brain drain enorme, soprattutto di  europei che sono tornati a casa – dice Ypi – perché fino al referendum pochissimi europei avevano chiesto la cittadinanza britannica: a loro non serviva, erano comunque tutti europei. Poi invece si è reso necessario e molti hanno preferito andare via, tanto che si sono creati enormi buchi sul mercato del lavoro: le piccole cose, i simboli, contano”, se non ti senti più ben accetto, te ne vai. Così si è sfilacciata la società britannica, “non si genera più il sapere che serve per trasformare un paese” e aumentano le divergenze, i dissapori, le distanze.

Dev’essere per questo che Nigel Farage, dieci anni dopo il referendum, ambisce addirittura a diventare primo ministro del Regno: “Farage è antisistema – dice Ypi – anche quando è lui stesso il sistema, perché il suo movimento si fonda sul trovare un responsabile, un colpevole. Prima la colpa era dell’Europa, poi non s’è risolto nulla e allora la colpa era degli immigrati irregolari, poi abbiamo costruito muri e centri di detenzione e non s’è risolto nulla di nuovo e allora la colpa è di chi non è ancora cittadino o di chi è mezzo inglese e mezzo straniero e via così, di colpa in colpa: lo abbiamo già visto durante la Seconda guerra mondiale, dagli ebrei che ci rubano il lavoro ad Auschwitz”. Bisogna cambiare tutto, dice Ypi, “bisogna cambiare l’analisi della realtà, offrire un’alternativa vera a questo discorso egemonico, non semplicemente aggiustarlo, adattarlo, ammansirlo: bisogna ribaltarlo”. E quindi come sarà il Regno Unito tra cinque anni, più vicino o più lontano dall’Europa? “Intanto non so se ci sarà ancora l’Unione europea – conclude Lea Ypi – Se continuano a vincere partiti antisistema all’interno dell’Europa, finiranno per smantellare l’Ue, perché vogliono ‘rendere grande’ i loro paesi e fregarsene di tutto il resto. Ci ha provato a lungo Viktor Orbán in Ungheria, ma non è certo l’unico. Se tutti gli stati europei pensano a loro stessi, se il nazionalismo prevale, il progetto europeo non può sopravvivere: per stare qui dentro qualche sacrificio lo devi fare”. Ecco, i sacrifici, quelli che gli inglesi non hanno più voluto fare, finendo per rinunciare anche ai benefici, agli scambi, alle idee: soli sì, ma mica felici.