Cerca

La bottiglia buona

Come una vigna può salvarci dagli incendi. La storia di Fire Wine

Una piccola azienda vinicola a produzione familiare in DO Pla de Bages, Catalogna dove si può notare la grande continuità forestale, con pini e terre abbandonate (Foto di Soazig Darnay)

In queste settimane abbiamo imparato il lessico tecnico e spaventoso degli incendi, come la tempesta di fuoco, i fuochi zombie, i pirocumulonembi. Le condizioni climatiche sono più estreme e gli incendi aumentano: solo in Spagna e Francia sono bruciati nel 2026 oltre 300 mila ettari, una superficie pari a due volte il comune di Roma. Prendiamo Les Landes, in Gironda, nel sud ovest della Francia: un inverno piovoso ha fatto crescere abbondante vegetazione, una primavera senza pioggia e un’estate torrida l’hanno seccata e resa il combustibile perfetto.
L’Europa è il continente che si sta scaldando più velocemente e, di fronte a foreste ridotte a polveriere, ecosistemi distrutti, centinaia di migliaia di persone evacuate, la disperazione dei pompieri stremati, non dobbiamo chiederci come estinguere il fuoco più in fretta – è diventato evidente che i protocolli sono obsoleti di fronte a incendi di questa estensione – ma come cambiare l’approccio alla gestione forestale. Servono più zone di protezione intorno alle aree abitate e fasce rompifuoco nei boschi. Secondo Arthur Guérin-Turcq, geografo della Sorbonne esperto degli incendi in Gironda del 2022, è fondamentale interrompere la continuità della foresta, diversificare l’uso della terra, e quindi rompere il tabù della monocultura. Les Landes è la più grande foresta commerciale dell’Europa occidentale, una distesa di pini marittimi coltivati intensivamente per legname e carta (e cartone per gli imballaggi, gli ecoló la chiamano foresta Amazon). Anziché ripiantare frettolosamente pini, per il geografo bisogna rispettare la rotazione delle colture e diversificare con latifoglie, che trattengono più umidità, pascoli e agricoltura. Il punto è che i paesi europei non possono più agire solo in modo riparativo durante le emergenze, ma devono sviluppare una strategia lungimirante di prevenzione e adattamento. In cui un ruolo chiave può interpretarlo il vino, o meglio, la viticoltura. Una vigna ben curata funziona infatti come corridoio rompifuoco: le viti verdi bruciano più lentamente, lo spazio tra i filari (e più pulito è meglio è) rallenta o blocca le fiamme, e i filari stessi diventano corridoi strategici per il transito e l’accesso all’acqua.
Queste ricerche sono portate avanti da Fire Wine, progetto avviato in Catalogna dal Centre de Ciència i Tecnologia Forestal de Catalunya (Ctfc) nell’ambito dell’iniziativa europea FIRE-RES, che sviluppa una strategia integrata di gestione degli incendi boschivi in Europa. Oggi è esteso in Galizia, Canarie, Francia, Portogallo e Italia, e studia come i vigneti riducono il rischio di incendi, come coinvolgere i produttori, individuare zone strategiche, offrire formazione e finanziamenti per recuperare terreni abbandonati, e disegnare un paesaggio “a mosaico” dove le vigne si alternano alle foreste, ai pascoli e altre colture.
Nel 2025 Fire Wine è diventato un marchio: le cantine che puliscono la vegetazione tra e intorno i filari e fanno manutenzione delle fasce cuscinetto possono ottenere le certificazioni “Fire Wine Resilient Landscape” e “Fire Product Resilient Landscape”. Soazig Darnay, architetta paesaggista del Ctfc e responsabile del progetto, racconta al Foglio Europeo che oggi sono coinvolti oltre 40 produttori, tra accordi individuali, partnership con associazioni di produttori, un consorzio e una Dop. Il progetto è ancora giovane per una documentazione precisa sull’impatto – solo in Catalogna sono state mappate le aree prioritarie – ma è riconosciuto che il mantenimento delle attività rurali abbia un effetto positivo sulla gestione del rischio. La ricerca si basa sulla densità della biomassa per ettaro, spiega Darnay: “Appezzamenti ben mantenuti e coltivati possono modificare il comportamento del fuoco rispetto ad aree forestali continue con carichi di combustibile più elevati”. Cita come esempio l’associazione di viticoltori sostenibili Mes 500, a Pla de Manlleu, che ha collaborato con i servizi antincendio locali per integrare gli appezzamenti agricoli nelle strategie.
Perché i produttori la richiedano, l’etichetta deve però essere vantaggiosa. Darnay spiega che si tratta innanzitutto di una questione di riconoscimento: “Molti produttori si ritrovano oggi isolati di fronte a un rischio schiacciante, senza sufficiente sostegno istituzionale, con la sensazione che la loro realtà sul campo non sia pienamente compresa. Riunirsi va oltre fare rete: è un passaggio dalla vulnerabilità individuale al riconoscimento collettivo, perché la condivisione delle esperienze aiuta a superare gli ostacoli pratici e rende visibili sfide comuni ancora largamente sottovalutate. La certificazione contribuisce a legittimare il ruolo centrale degli agricoltori nella prevenzione e il fatto che sia guidata dal Ctfc porta autorevolezza scientifica e tecnica, sfidando la tradizionale divisione tra agricoltura e foresta”. Ogni singolo produttore che aderisce può creare un effetto a catena su un territorio, per questo si cerca di mobilitare attori locali già influenti. In Galizia per esempio, duramente colpita dagli incendi della scorsa estate, è stato firmato un accordo con la cooperativa Martín Códax, nella Val do Salnés, che riflette i sistemi di gestione collettiva della regione e riunisce oltre 500 famiglie che coltivano soprattutto Albariño, varietà autoctona che cresce su terreni granitici esposti al vento salato dell’Atlantico. La collaborazione è interessante perché il modello della cooperativa è incentrato su produzioni all’interno di “poligoni agroforestali”, territori in cui si combinano in modo integrato sullo stesso appezzamento di terreno colture agricole, alberi da frutto o legna, e pascoli alberati. In Catalogna, invece, nella DO Pla de Bages, molti vigneti sono inseriti in foreste dominate dal pino d’Aleppo, molto vulnerabile agli incendi. Tra questi c’è la tenuta Abadal, già caso studio per come aveva rallentato gli incendi del 2017 e prima azienda di Fire Wine. E’ presto per valutare l’impatto commerciale dell’etichetta, ma Fire Wine sarà alla prossima Barcelona Wine Week, segno che il tema ha tracimato dai circoli tecnici. E anche, in realtà, dalla viticoltura: il modello infatti può essere adattato a diversi sistemi agricoli, a seconda del contesto territoriale. Un articolo del New York Times di giugno racconta il coinvolgimento di un produttore di tartufi, e Darnay aggiunge all’elenco apicoltori, cooperative olearie e, in fase sperimentale, produttori di ciliegie. Lo stile di vita europeo: bere e mangiare bene, e intanto rallentare gli incendi.