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Cosa farebbe l’Europa senza la Norvegia

Centro spaziale di Andøya

Il centro spaziale di Andøya si trova nell’arcipelago Vesterali, sopra al Circolo polare artico, nella Norvegia settentrionale. In questo estremo nord, che attira i turisti del sole a mezzanotte e dell’aurora boreale in mezzo a una natura incontaminata, dagli anni Sessanta c’è un cosmodromo di proprietà del ministero norvegese per il Commercio e l’Industria (il dieci per cento è della compagnia privata Kongsberg Defence & Aerospace), da cui sono stati lanciati circa milleduecento razzi-sonda a partire dal 1962, e che divenne famoso – famigerato – a metà degli anni Novanta quando fu lanciato in orbita un razzo per scopi scientifici che le forze missilistiche russe presero come un possibile attacco nucleare da parte degli Stati Uniti. Il 25 gennaio del 1995, un gruppo di scienziati norvegesi e statunitensi lanciò un Black Brant che trasportava materiale per studiare l’aurora boreale sulle Isole Svalbard: era diretto verso nord, percorrendo un corridoio aereo che si estende dalle postazioni di lancio dei Minuteman-III nel North Dakota fino a Mosca, raggiungendo un’altitudine di 1.453 chilometri. Il razzo fu rilevato dai radar russi installati a Olenegorsk e poiché aveva una struttura e una velocità molto simili a quelle dei missili nucleari lanciati dai sottomarini, scattò l’allarme. Le forze missilistiche russe si sarebbero presto accorte che il razzo non andava verso il loro paese ma verso il mare, ma in queste situazioni – come abbiamo visto di recente in “A House of Dynamite” – il tempo per decidere se e come reagire è pochissimo: in quel caso era di una decina di minuti. Così la notifica del possibile attacco arrivò veloce fino all’allora presidente Boris Eltsin che, secondo quanto raccontato in seguito, ricevette il Ceget, la valigetta nucleare, e per la prima volta da quando si era dissolta l’Unione sovietica attivò le cosiddette chiavi nucleari e diede ordine ai sottomarini di mettersi in assetto da combattimento. Il razzo cadde a terra vicino all’isola di Spitsbergen ventiquattro minuti dopo il lancio, come era previsto fin dall’inizio, e l’allarme rientrò. Il popolo russo fu informato di quel malinteso una settimana dopo: come sappiamo dallo scoppio dentro la centrale di Chernobyl, in Ucraina, nel 1986, le autorità russe non hanno mai avuto né fretta né trasparenza nello spiegarsi al loro popolo.

 

La corsa dei satelliti

Il 21 gennaio scorso, era previsto il lancio di un satellite dal centro spaziale di Andøya: è stato rimandato per ragioni tecniche, ma ci sarà perché l’Europa ha un disperato bisogno di infilarsi nella corsa ai satelliti in cui tutte le altre grandi potenze sono straordinariamente in vantaggio. Come ha scritto di recente l’Economist: “Uno sguardo al campo di battaglia in Ucraina spiega il perché di questa urgenza. Starlink, la costellazione di satelliti di Elon Musk, è stata fondamentale per le Forze armate ucraine. Ma affidarsi a un’azienda gestita da un odiatore dell’Europa per la difesa sarebbe imprudente ed è costoso. L’autonomia spaziale è un imperativo geostrategico per l’Europa”. Per lanciare satelliti con i propri razzi, l’Europa attualmente li trasporta per seimila chilometri fino alla Guyana francese, in Sud America. Lo spazioporto dell’European Space Agency (Esa) a Kourou è adatto perché la sua bassa latitudine sfrutta il fatto che la Terra ruota più velocemente all’equatore, dando ai razzi una spinta verso la velocità orbitale e risparmiando carburante e denaro. Ma un solo spazioporto non basta: dei 324 lanci orbitali che ci sono stati nel 2025, soltanto 8 erano europei. L’America ne ha gestiti 193, la Cina 93 e la Russia 17. Per i lanci dal territorio europeo ci sono tre centri in particolare: Andøya in Norvegia, Esrange in Svezia e SaxaVord nelle isole Shetland, in Scozia. I lanci ad alta latitudine sono più efficienti in termini di consumo di carburante per le orbite polari ed eliosincrone che passano ogni giorno sugli stessi punti della Terra alla stessa ora locale: questi satelliti Sso mantengono la stessa angolazione verso il sole, quindi l’illuminazione rimane costante nelle immagini che trasmettono: sono perfetti per monitorare i movimenti delle truppe, le nuove costruzioni o il ritiro dei ghiacciai. Il centro spaziale norvegese di Andøya al momento è il più sviluppato, e un’intera piattaforma di lancio – quella che era pronta il 21 gennaio – è dedicata ai satelliti prodotti da una start up tedesca, Isar Aerospace, fondata nel 2018 da un gruppo di studenti bavaresi, che ha già tentato un lancio orbitale nel marzo dello scorso anno, poi fallito. Ma studi e preparativi continuano: l’Europa deve entrare nel business dei satelliti, e la Norvegia è un trampolino fondamentale. Non solo per lo spazio, a dire il vero.

 

Un mare di risorse

Il premier norvegese Jonas Gahr Støre, laburista, milionario ed ex militare, è finito nel mirino di Donald Trump, e quindi sulle prime pagine dei giornali a gennaio per via di una lettera. Il mittente era per l’appunto il presidente americano che gli ha scritto: “Considerando che il tuo paese ha deciso di non assegnarmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre plus, non sento più l’obbligo di pensare esclusivamente alla Pace”, e quindi posso tranquillamente annettermi la Groenlandia. Questo avveniva prima del World Economic Forum di Davos, durante il quale Trump ha detto che non userà la forza militare per conquistare la Groenlandia e ha ritirato la minaccia di dazi ai paesi europei della Nato che avevano inviato dei soldati in Groenlandia per rafforzare la presenza dell’Alleanza (di cui naturalmente fa parte anche l’America), ma il premier Støre si è ritrovato comunque nella situazione di dover spiegare a Trump che non è lui che decide a chi viene assegnato il Nobel per la Pace, ma un comitato indipendente, e per rafforzare la sua posizione ha mandato un messaggio con il presidente finlandese, Alexander Stubb, che è nelle grazie di Trump avendoci giocato a golf insieme, dicendo che “dovremmo tutti impegnarci per porre fine a questa situazione e allentare la tensione: intorno a noi stanno succedendo così tante cose che dobbiamo restare uniti”. Ma l’attacco trumpiano a Støre non è motivato soltanto dal capriccio di Trump sul Nobel: la Norvegia, che non fa parte dell’Ue, è il maggiore fornitore di gas del blocco europeo e rappresenta circa il 30 per cento delle importazioni. Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Ue ha dovuto ridisegnare la sua catena di approvvigionamento energetico (cosa che sta ancora facendo: la dipendenza dalla Russia soprattutto per quel che riguarda il gas c’è ancora, seppure in misura straordinariamente inferiore rispetto a prima del 2022, e dovrebbe finire entro il 2027) e la Norvegia si è rivelata cruciale. Se si guardano le importazioni di gas liquefatto e attraverso i gasdotti, si vede che nel 2021 l’Europa importava 151 miliardi di metri cubi da gas dalla Russia, 79 dalla Norvegia e 21 dagli Stati Uniti. Nel 2025 la situazione è questa: 37 miliardi di metri cubi dalla Russia, 89 dalla Norvegia e 81 dagli Stati Uniti. Di fatto la dipendenza dalla Russia è stata sostituita da quella dall’America e se fino a un anno fa questa sembrava una strategia solida (per quanto costosa) ora che c’è Trump non lo sembra più. Anzi, in Europa molti sono già preoccupati – terrorizzati – dal fatto che Trump possa trasformare la sua posizione forte nell’industria del petrolio e del gas in un’arma commerciale coercitiva nei confronti degli europei. Di fatto è già successo: nell’accordo sui dazi siglato lo scorso anno da Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (quello che viene messo ogni giorno in discussione, ora pure dal Parlamento europeo), gli Stati Uniti hanno previsto un aumento delle esportazioni di gas liquefatto (Lng) verso l’Europa. Nel 2025, i flussi di Lng dagli Stati Uniti ai paesi dell’Ue sono aumentati di circa il 60 per cento rispetto all’anno precedente. Il terrore deriva dal fatto che non ci sono molte alternative per l’Ue – l’unica è la Norvegia, e questo spiega, accanto alla fissazione per il Nobel mancato, perché questo paese è entrato nella retorica ostile di Trump.

 

L’aiuto all’Ucraina

A metà gennaio, quando si è capito che questo inverno è tra i più freddi di sempre in Ucraina e che Vladimir Putin ha deciso di approfittare anche del meteo per devastare con buio, freddo e assenza di acqua corrente il popolo ucraino, il governo di Oslo ha stanziato 340 milioni di euro in fondi di emergenza per sostenere il settore energetico ucraino e aiutare Kyiv a mantenere i servizi essenziali, come parte di un programma di aiuti più ampio nel corso del 2026. Alla fine dell’anno scorso, il Parlamento norvegese ha stanziato 85 miliardi di corone (circa 7,5 miliardi di euro) in aiuti all’Ucraina, di cui 70 destinati al sostegno militare e 15 agli aiuti civili e umanitari, in particolare per il settore energetico, la ricostruzione e anche lo sviluppo imprenditoriale. A fine gennaio, un gruppo di dipendenti del ministero della Difesa ucraino è arrivato in Norvegia per partecipare al programma “Train the trainer”, un corso di formazione guidato da esperti dell’industria della difesa norvegesi e britannici: alla fine del corso, i partecipanti torneranno a Kyiv e a loro volta faranno formazione ad altri – è una catena virtuosa di conoscenza. Di recente, la Norvegia ha fornito all’Ucraina un numero significativo di missili per i sistemi di difesa aerea Nasams, all’interno del programma Purl, l’iniziativa creata dai paesi europei della Nato e gli Stati Uniti per garantire l’assistenza militare all’esercito ucraino (gli alleati europei acquistano armi dall’America e le inviano a Kyiv). Il 22 gennaio, il ministro della Difesa norvegese, il laburista Tore Sandvik, ha incontrato per la prima volta il nuovo ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, uno dei politici più brillanti e visionari, oltre che giovanissimo (Fedorov incarna alla perfezione lo spirito ucraino del guardare sempre avanti e dell’ingegno: non si sta fermi ad aspettare che qualcuno arrivi in aiuto, non ci si lamenta, si resiste inventando nuovi modi per difendersi dalla ferocia russa). Oltre a discutere delle consegne tramite il Purl, Fedorov ha proposto al governo di Oslo di partecipare a un progetto su larga scala per il supporto delle unità dell’esercito ucraino al fronte con vari tipi di droni e offrendo alla Norvegia l’accesso ai dati Delta, il software sviluppato dall’Ucraina (grazie anche allo stesso Fedorov, nel 2022, quando era ministro per il Digitale, assieme a ingegneri americani) che integra dati in tempo reale da droni, satelliti, sensori, intelligence umana e permette di monitorare i movimenti dei russi. Questa collaborazione permette anche alla Norvegia di rafforzare i propri sistemi di difesa: è di fatto il grande e continuativo corso di formazione alla guerra moderna che l’Ucraina offre ai paesi della Nato (per questo diciamo spesso che le garanzie di sicurezza sarà Kyiv a darle agli europei).

 

La spinta europeista

Dalla fine della Seconda guerra mondiale la politica estera e di sicurezza della Norvegia si basa sulle relazioni con gli Stati Uniti e l’adesione alla Nato. Ma la questione groenlandese ha mostrato che persino un paese come la Danimarca, che è nella Nato e anche nell’Ue a differenza della Norvegia, non può più sentirsi al sicuro soltanto fidandosi delle relazioni storiche esistenti con gli americani. La Norvegia ha scelto l’integrazione più stretta possibile con l’Ue: la maggior parte della sua regolamentazione, del suo commercio e della sua politica estera è allineata con l’Ue, aderisce alle sanzioni introdotte dall’Ue e partecipa al bilancio europeo per i i programmi e le agenzie in cui è coinvolta. Ma nel gennaio dello scorso anno, una disputa sull’adozione di norme energetiche dell’Ue aveva portato al collasso dello governo norvegese, riaccendendo la questione europea all’interno del paese. La dipendenza dal gas norvegese fornisce al governo di Oslo una posizione contrattuale molto solida, ma comunque è un anno che la Norvegia cerca di schivare il fuoco incrociato sui dazi tra Ue e Stati Uniti. Al Parlamento norvegese la maggioranza dei partiti è contraria a un’adesione completa all’Unione europea, ma tra i norvegesi l’umore sta cambiando. Nel 2023, soltanto il 27 per cento dei cittadini era a favore di un referendum sull’adesione, mentre lo scorso anno la percentuale era oltre il 40 per cento. Si tratta ancora di un azzardo politico schierarsi a favore dell’Ue in Norvegia, ma lo stravolgimento trumpiano sta cambiando – e in qualche modo accelerando – anche questo calcolo.
La squadra norvegese sarà tra le più osservate alle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina. Non soltanto perché sono anni che si studia il modello di successo di questo piccolo paese che ammassa medaglie – loro dicono che il segreto sono passione e disciplina, assieme a un grande investimento sui giovani, anzi giovanissimi: i norvegesi escono dalla pancia della mamma con su gli sci – ma anche perché è stata al centro di uno scandalo sulle tute dello ski jumping, con sospensioni di allenatori e atleti. La campagna di restaurazione della reputazione norvegese è iniziata da tempo e, competizione sportiva a parte, gli europei sono stati i primi a farsi riconquistare: c’è tanto bisogno di Norvegia, dalle nostre parti