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Così l’Europa può colmare il ritardo sull’AI e non soccombere alle superpotenze

Illustrazione di Paolo Beghini

Il mondo sta assistendo alla nascita violenta di una nuova epoca segnata dall’ascesa di forze nazionaliste e imperialiste scatenate. La fase aperta dal crollo del Muro di Berlino, un tempo di straordinaria espansione della globalizzazione, di progresso democratico, di costruzione di nuove istituzioni internazionali, è finita. Nella nuova fase, l’Europa corre il rischio di essere soggiogata da grandi potenze che, senza scrupoli, cercano di riconfigurare l’ordine globale e affermare i loro interessi in un nuovo scenario. La Russia attacca da oriente, gli Stati Uniti hanno dichiarato esplicitamente la volontà di coltivare la resistenza contro il progetto di integrazione europea, che è l’unico strumento a disposizione dei popoli del continente per garantire la loro indipendenza, e la Cina, sebbene non abbia sferrato attacchi fisici o verbali, ha anch’essa un interesse a indebolire l’Ue, e anche per questo offre ossigeno alla Russia che sfianca l’Europa, e la distrae, ostacolando il cammino verso la competitività.

In questo scenario, a ragione, il dibattito pubblico europeo si occupa molto della sfida della costruzione di capacità difensive proprie, visto che nessuno più ha piena fiducia nella protezione degli Stati Uniti. L’Europa è ancora un protettorato militare statunitense e deve coseguire una forza propria realmente dissuasoria. In questo contesto è ovvio che la dipendenza tecnologica, con il ritardo accumulato in settori strategici, è una minaccia di prim’ordine che raddoppia il rischio per gli europei di affossarsi nella condizione di vassalli. Come segnala lo slogan della tenebrosa compagnia tecnologica Palantir, l’hard power del tempo moderno si fonda sul software, e l’arma di dissuasione di questo secolo è l’intelligenza artificiale.

Gli Stati Uniti e la Cina primeggiano nella corsa per il dominio di questa tecnologia. Si tratta di una corsa composta da un insieme di diversi segmenti di concorrenza, ben analizzati dal recente AI Index Report dell’Università di Stanford. Gli Stati Uniti hanno la meglio in aspetti chiave come l’innovazione, la massa degli investimenti, la dimensione del settore privato, il numero di data center; la Cina sembra avanti in quanto a numero di brevetti e pubblicazioni e a implementazione nell’economia reale. Gli europei sono indietro. Primeggiano nella dimensione normativa e dispongono di capitale umano d’alto livello. Ma, nel complesso, il ritardo è grave, e abbondano gli elementi che inducono a temere una grave dipendenza.

La trascendenza della questione è fuor di dubbio, non solo per la dimensione militare. L’impatto economico è incalcolabile, come lo è quello nella lotta per il controllo delle menti. La battaglia per la configurazione del nuovo tempo ha nel fronte cognitivo uno degli aspetti decisivi. Perché l’assalto lanciato contro l’ordine multilaterale fondato su regole, contro i diritti umani e contro la democrazia è un’azione revanscista che si appoggia su fondamenta emotive: risentimento e voglia di rivincita. Da oriente, quelli della Russia umiliata dal crollo dell’Urss, o della Cina, che vuole riappropriarsi del suo ruolo di Impero di mezzo dopo il cosiddetto secolo dell’umiliazione. Da occidente, quelli dei settori popolari che si sono sentiti abbandonati nella globalizzazione e cercano ora di recuperare terreno portando al potere forze nazionaliste. Il controllo dei meccanismi capaci di generare i sentimenti desiderati per ottener appoggio e per indebolire le forze che invece sostengono proposte liberaldemocratiche è una contesa di importanza esistenziale. La propaganda esiste dalla notte dei tempi, ma la capacità quantitativa e qualitativa odierna è luciferina.

A fronte di questo, il lavoro da fare in Europa è immenso. E’ necessario completare il mercato unico nel settore dei capitali, come indica Enrico Letta, per renderlo davvero integrato, profondo, liquido e per far sì che i risparmi europei non viaggino in massa verso gli Stati Uniti, ma vengano investiti nell’ambito produttivo europeo. Al contempo, è necessario un cambio di mentalità d’investimenti che accetti un maggior rischio in favore dell’innovazione.

E’ altresì imprescindibile avanzare nella costruzione di un mercato energetico resiliente e competitivo, che consenta di disporre di energia a buon prezzo, un fattore essenziale se si considerano gli immensi consumi per far funzionare certe attività computazionali. E’ poi fondamentale riflettere sugli asset pubblici dell’ambito digitale necessari per difendere il modello democratico nel tempo dei revanscisti. Connessioni, centri di dati, capacità industriale, satelliti: di cosa hanno bisogno gli europei? L’autarchia è un miraggio stupido. Non cercare elementi di protezione e di indipendenza è però un suicidio. E’ improbabile che l’Europa possa appaiarsi alle due superpotenze nel settore degli Llm. Tuttavia, il futuro è incerto, nuove vie possono aprirsi, e per esempio nel segmento delle applicazioni della AI è possibile immaginare un cammino europeo di successo.

Il tempo che muore non è stato idilliaco. Sono stati commessi terribili abusi, dal genocidio in Ruanda all’invasione dell’Iraq. Ma ha offerto, grazie al processo di integrazione globale, anche grandi risultati, primo tra tutti l’aver tirato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone. Nel nuovo tempo, tuttavia, l’interdipendenza è uno strumento coercitivo, usata senza scrupoli da potenze che cercano di soddisfare i loro interessi. L’Europa deve riuscire a ridurre il perimetro delle dipendenze cruciali, e dotarsi di capacità di rappresaglia. L’ambito dell’AI è fondamentale in questa missione. Non partiamo da zero: per esempio, l’impresa olandese Asml ha una posizione sostanzialmente monopolistica nella fabbricazione di macchine essenziali per la produzione dei microchip più avanzati, decisivi per lo sviluppo dell’AI. Ma è necessario ben altro per non essere soggiogati.

L’Ue è nata come progetto per garantire la pace tra i suoi membri; si è poi sviluppata come strumento per permettere loro di prosperare nel tempo della globalizzazione; ora deve riuscire ad adattarsi all’epoca dell’assalto dei revanscisti. La sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria apre un’opportunità per fare un nuovo passo in avanti nel progetto di integrazione europea. Occorre abbandonare miopi interessi nazionali e meschini interessi di parte. Potrebbe essere l’ultimo treno prima della notte.

 

Andrea Rizzi è corrispondente per gli Affari globali di El País, dove cura una rubrica settimanale dedicata all’Europa. Nel 2026 ha pubblicato L’assalto dei revanscisti (Feltrinelli).