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Conversazione con Oleg Orlov

Dalla “scatola di pietra” ai crimini di Putin in Ucraina. Il futuro inizia dalla memoria

© Getty

Oleg Orlov racconta la sua vita come se volesse mostrartela, passo dopo passo, istante dopo istante. Sembra che, da un momento all’altro, potrebbe estrarre un album di fotografie o una linea del tempo, su cui fissare date storiche e personali, sempre così intrecciate in una vita come la sua. Eppure in ogni pausa, mentre racconta, sembra dover custodire un segreto: c’è quello che non può dire per proteggere chi della sua famiglia è rimasto in Russia; ci sono i pensieri torvi di uno dei più convinti costruttori della democrazia russa che non ha mai smesso di credere nella democrazia, ma oggi sembra terrorizzato dall’idea di perdere la Russia, il suo paese, l’unico in cui vorrebbe vivere, quello in cui non può tornare.

Oleg Orlov, biologo, dissidente, cofondatore dell’organizzazione Memorial, nel 2022 era stato condannato a due anni e mezzo di detenzione in una colonia penale per essersi espresso contro l’aggressione di Mosca all’Ucraina. Lo aveva fatto in un articolo, in cui scriveva che la Russia è governata da un regime fascista. Sapeva bene a cosa stava andando incontro, ma non poteva scegliere il silenzio. Ha scelto la detenzione, fu accusato di aver screditato le Forze armate russe. In una delle prime udienze, portò in aula “La fine del regime”, un volume di Aleksandr Baunov, in cui si parla di Russia senza mai nominarla, ma offrendo l’esempio di tre regimi del passato per mostrare che ogni dittatura arriva a un punto di autoimplosione. Orlov è stato liberato la scorsa estate, durante l’ultimo grande scambio di prigionieri negoziato dall’Amministrazione Biden. E’ stato portato fuori dalla Russia, non può tornarci, lavora dall’Europa, soprattutto da Berlino, per cercare di accelerare l’implosione di quel regime che definì fascista.

La sua espressione è preoccupata, ogni tanto negli occhi irrompe un lampo ironico, che sembra colorargli il volto, ringiovanirlo.  “Capii che qualcosa stava per succedere da piccoli segnali, gentilezze”, racconta al Foglio, rivivendo i suoi ultimi giorni di prigionia nel carcere di Syzran’, in attesa di essere portato in una colonia penale. “Alcuni funzionari vennero a prendermi in cella e mi dissero: ‘Venga per favore, dobbiamo andare a parlare’. ‘Per favore’ non è un’espressione ricorrente con i detenuti. Non sapevo cosa pensare. Tanto meno sapevo cosa pensare quando, davanti al direttore del carcere, lo sentii rivolgersi a me con il patronimico e non con il mio cognome. Mi disse: ‘Oleg Petrovich’. Ero sbalordito”. Non era più Orlov, era diventato Oleg Petrovich e lo stupore gli riemerge ancora sul volto durante il racconto, gli spunta un sorriso, e sembra impossibile sia riuscito a trattenerne uno uguale di fronte a quel direttore che gli propose di scrivere una domanda di grazia al presidente Vladimir Putin per essere liberato: “‘Abbiamo un’offerta’, mi disse. Rifiutai”. Gli diedero venti minuti per pensarci su, lo riportarono nella cella che condivideva con un altro detenuto. Venti minuti dopo, il foglio che avrebbe dovuto compilare con la richiesta di grazia era bianco, intonso. Di nuovo, sempre con le stesse inusuali maniere gentili, lo portarono dal direttore. “Spiegai che non ero colpevole, che ero stato incarcerato per aver esercitato il mio diritto di parlare liberamente. Quindi non avrei mai potuto chiedere la grazia. Mi sono ritrovato a parlare con il direttore del carcere di libertà di espressione, Costituzione, dei diritti umani, delle condizioni del carcere. Ascoltava. Alla fine mi rimandò in cella”. Sbattè la porta dietro le sue spalle mentre si chiudeva, e Orlov pensò che il prossimo passo verso l’esterno sarebbe stato la colonia penale.

Vennero a prelevarlo una mattina, molto presto, gli dissero di mettere tutto nel suo zaino e da lì iniziò il viaggio verso la libertà. Ma non gli venne comunicato subito. Prese due aerei, sempre ignaro della sua destinazione. Quando ormai si trovava a Mosca, capì che sarebbe stato portato al carcere di Lefortovo,  poteva voler dire soltanto una cosa: un nuovo processo, tutto da capo. Lefortovo è una prigione molto conosciuta, vengono rinchiusi al suo interno i detenuti accusati di spionaggio, la detenzione è durissima, al suo interno circolano leggende macabre, i codici spaventosi inventati dai secondini e tramandati nel tempo scandiscono i ritmi delle giornate. “E’ una scatola di pietra senza tempo, non hai niente con te. Ero convinto che non avrei retto”. Ci rimase cinque giorni, poi accadde l’impensabile e il momento in cui la porta di una cella si apre, per un ex detenuto, dura per sempre. Orlov lo ricorda: “Mi dissero: questo è il foglio della sua scarcerazione, è stato graziato per volere del presidente. Non avevo chiesto nessuna grazia, non volevo firmare il foglio che mi stava porgendo. Mi dissero di vestirmi, mi tolsi la tuta di Lefortovo”. E poi, una volta uscito dalla scatola di pietra si trovò davanti un autobus. Entrò, ebbe tutto chiaro: “All’interno mi aspettavano Andrej Pivovarov e Sasa Skochilenko. Capii, ci stavano scambiando con qualche criminale detenuto in occidente. Ci salutammo, ci abbracciammo, le guardie ci urlarono di stare sedute. Ma ormai a chi importavano le urla delle guardie e degli uomini dell’Fsb che ci scortavano”. Poi iniziò il computo: Orlov, l’attivista Pivovarov, l’artista Skochilenko, arrestata per aver diffuso messaggi contro la guerra, si misero a contare chi altri, oltre a loro, avrebbe potuto far parte dello scambio: troppi sono rimasti prigionieri del regime.

Orlov ha scelto di vivere a Berlino, la capitale tedesca sta diventando il centro della dissidenza, di una nuova Russia in costruzione che vuole mostrare di poter essere l’alternativa al regime. Orlov rimane pragmatico, non esagera mai quando parla della fine del regime di Putin. Sa quanto sia radicato in Russia, quanto poco forte sia l’opposizione all’estero, quanto peso abbiano le liti tra gli oppositori che spesso fanno più rumore della comune missione di abbattere il dittatore. Orlov ha le idee molto più chiare, non è un politico, non ha aspirazioni da leader di qualche corrente. E’ andato incontro alla prigione, ha visto la sua organizzazione Memorial messa al bando e vede una strada sola per guarire la Russia, è a senso unico e passa per l’Ucraina, dove Orlov è stato per fare il lavoro di cui Memorial si è sempre occupata: indagare i crimini commessi dall’esercito russo e raccoglierne le prove. “Non eravamo soli, durante il viaggio venivamo introdotti dal Gruppo di protezione dei diritti umani di Kharkiv. Nessuno, tra le persone che ho incontrato, si è mai rifiutato di parlarmi in quanto russo. Raccontavo la mia storia, c’era attenzione e voglia di dire, di mostrare. Spesso le conversazioni erano bilingue, io in russo e loro in ucraino. Non posso non capire chi mi ha detto che non perdonerà mai la Russia, ma gli ucraini sono lucidi. Ho incontrato persone torturate dai soldati russi, con la sofferenza addosso, con un rapporto con la morte che li aveva segnati, tuttavia, nessuno mi ha trattato da nemico. Ci tornerò, c’è molto da fare”.

È lì il suo lavoro. Dall’Ucraina possono ripartire la storia e la costruzione del futuro della Russia. Memorial, come organizzazione fondata nel 1989, aveva capito la strada giusta per guarire Mosca: mostrare i crimini del regime sovietico per fare in modo che non si ripetessero. Quei crimini sono stati sfumati, nascosti dal Cremlino. “Abbiamo visto in Cecenia i crimini commessi dall’esercito russo. Li abbiamo riconosciuti in Ucraina. Non sono casi isolati, singoli soldati sadici o battaglioni violenti. No, è un metodo”. Oggi la Russia si racconta in Ucraina, Orlov ne è consapevole. Sembra voler trascrivere tutto il male che vede. E’ convinto di una cosa: il futuro parte dalla memoria.