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Da Parigi

Fare l’Europa alla francese, ma senza i francesi

La Francia ha l’idea giusta per trasformare l’Ue in una potenza. Ma per renderla realtà ci vorrebbe un pizzico in meno di arroganza
di Étienne Gernelle, direttore del settimanale francese Le Point

Abbiamo tutti un amico loquace e un po’ perentorio, che si lancia in grandi esibizioni, che stabilisce le sue verità, e che in generale ci stordisce. Il problema è che può capitare all’arrogante di avere per un giorno ragione.

Questo amico è la Francia. La piccola mania francese che consiste nel voler avere sempre ragione irrita tutta l’Europa, e la pretesa dei suoi dirigenti di giocare a fare i capi l’esaspera ancora più. Salvo che oggi, bisogna ammetterlo, quei pretenziosi di francesi avevano ragione almeno su un punto: l’Europa deve diventare una potenza. Non ha scelta, il mondo è diventato più brutale, dominato dai rapporti di forza. Un mondo in cui la storia si è rimessa in moto.

In occasione del suo famoso rapporto dello scorso settembre, Mario Draghi ha evocato un “rischio esistenziale” per l’Europa se quest’ultima non si dotasse dei mezzi per competere con la Cina e gli Stati Uniti. Ma c’è una posta in gioco ancora più urticante del rischio di un arretramento economico e tecnologico: la violenza di stato è tornata. Malheur aux faibles! 

La minaccia più immediata ci viene naturalmente dalla Russia. Bisogna essere pazzi o ignoranti per pensare che Vladimir Putin si fermerà da solo, sazio del pezzo di Ucraina che ha già mangiato. E poi il pianeta è oggi pieno di autocrati disinibiti che prendono esempio dai loro simili impuniti: a Pechino, Mosca, Ankara, Baku e altrove, si fa di tutto.

Questo non è un secolo per i teneri, tanto più che il paese che ci protegge da settant’anni, l’America, guarda altrove. Bisogna essere davvero ingenui per credere che ciò dipenda soltanto da Donald Trump, e che basti aspettare che il tonante signor Maga perda le elezioni di metà mandato perché le cose tornino alla normalità – e noi quindi possiamo ricadere in un dolce sonno. Il “pivot” asiatico degli Stati Uniti è iniziato con Barack Obama, è proseguito con Joe Biden, e non c’è dubbio che sarebbe continuato con Kamala Harris. Certo, ogni cosa sarebbe stata più educata, più gentile, meno ruvida, ma la realtà non cambia: Washington ha gli occhi puntati verso il Pacifico, ci volta le spalle e ha buone ragioni per farlo. Ne basta una: la Cina.

La concezione dell’Europa che ha prevalso fino a ora sul continente era, forzando un po’, quella di una grande Confederazione elvetica, uno spazio di pace con una discreta prosperità. In realtà è un paragone ingiusto nei confronti della Svizzera, che ha sempre fatto di tutto per difendersi da sola. In ogni caso, bisogna scegliere tra l’affermazione di sé e la sottomissione. L’idea di un’Europa-potenza, finora essenzialmente difesa a Parigi, e senza dubbio ancor più da Emmanuel Macron, comincia a imporsi.

Il presidente francese, bisogna riconoscergli la costanza, ha sempre sostenuto una “sovranità europea”. Prima ancora che nel suo celebre discorso alla Sorbona, lo aveva detto scrivendo sul Point, nell’agosto del 2017: “Credo che l’Europa sia il livello appropriato per riconquistare la nostra piena sovranità in settori che non rientrano più nel solo campo nazionale, perché voglio un’Europa che sia un continente con le dimensioni della potenza americana e di quella cinese”.

La constatazione è giusta, ma l’uso dell’“io” in questa frase tradisce la piccola arroganza che nuoce alla realizzazione del suo desiderio: nessuno farà l’Europa per compiacerlo. Negli anni successivi, Macron ha ribadito il suo concetto di “autonomia strategica”. Nel vuoto, per la maggior parte del tempo. L’Europa non credeva o non voleva vedere che l’America si stava allontanando. E si sospettava sempre che la Francia concepisse l’Europa come una grande Francia. E certo la storia non è utile per fugare il sospetto: Napoleone, con le mani insanguinate dei popoli europei, osò nel 1807 presentare così le sue conquiste al Corpo legislativo, una specie di sottoparlamento dell’epoca: “La Francia è unita ai popoli della Germania dalle leggi della Confederazione del Reno, a quelli della Spagna, dell’Olanda, della Svizzera e dell’Italia dalle leggi del nostro sistema federativo”. Da allora, l’Europa ha perdonato la Francia – sono stati commessi altri orrori – ma non si può impedire completamente agli europei di rabbrividire quando un francese evoca un “sistema federativo” o qualsiasi altra formula simile…

L’altra ragione per cui la Francia non è stata ascoltata è che Emmanuel Macron non ha smesso di contraddire le sue ambizioni facendo crescere il deficit pubblico francese al punto che molti membri dell’Unione hanno subodorato – e non si può dare loro torto – che i disegni federalisti, se realizzati, avrebbero come conseguenza uno svuotamento delle loro finanze. Un miliardo di euro di debito in più in sette anni: il bilancio finanziario di Emmanuel Macron è senz’appello. Chi vorrebbe affidargli i suoi risparmi? I suoi predecessori, da François Mitterrand in poi, non hanno fatto molto meglio, ma lui ha seppellito per un certo tempo la reputazione finanziaria della Francia.

Macron parla molto bene per l’Europa, ma poi agisce poco. E gli altri? Sono pronti al sussulto? E’ questa la domanda che ci inquieta. La rinuncia, nel Vecchio continente, non è mai un’ipotesi remota. Lo scrittore rumeno Emil Cioran, il “papa” del pessimismo, rifugiato – guarda caso! – in Francia, aveva, nel 1956, dipinto in modo particolarmente crudele questo stato d’animo disfattista in un saggio intitolato “La tentazione di esistere”. Ecco ciò che scriveva: “In mezzo alle sue perplessità e alle sue vanità, l’Europa conserva tuttavia una convinzione, una sola, alla quale non rinuncerebbe mai: quella di avere un futuro di vittima, di sacrificata”. Un po’ più avanti, aggiungeva: “Refrattaria a ogni forma di eccesso, a ogni forma di vita, essa delibera, delibererà sempre, anche dopo aver cessato di esistere: non fa già l’effetto di una conciliabolo di spettri?”.

Visto da Mosca, il “conciliabolo di spettri” è più di un’opinione: è una constatazione. Che cosa è stato fatto nel 2014, quando Vladimir Putin ha annesso la Crimea e invaso il Donbas con la sua operazione “ibrida”? Conciliaboli. Fino all’invasione del 2022, l’Europa non aveva preso la misura della rottura storica che si stava risvegliando a est.

Il grande filosofo tedesco Peter Sloterdjik, forse il pensatore contemporaneo più ricco di spunti, già nel 2003 aveva, in un libro intitolato “Se l’Europa si risveglia”, sondato il futuro di un continente segnato da questa translatio imperii o “meccanismo di trasferimento dell’impero”, con cui “rigioca” ogni volta a fare l’Impero romano. Ma possiamo essere una potenza senza essere un impero? Lo stesso Sloterdijk, sul Point nel 2018, indicava l’ampiezza di questa sfida: “E’ comunque, diciamocelo, un’associazione di nazioni di perdenti! Un club che ha lasciato entrare solo imperi umiliati, nazioni sconfitte! Nel 1945, non toccava, come si crede, soltanto alla Germania di assumersi la responsabilità della sua catastrofe: l’intera ’famiglia’ delle nazioni europee è stata, in fondo, negli anni successivi, colpita dal fallimento. Guardiamo da ovest a est: Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Austria, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito, una decina di imperi-nazione condannati alla perdita delle loro colonie”.

Sloterdijk vedeva nell’Europa “una specie di centro di riabilitazione, un centro di riabilitazione dove si insegna a 500 milioni di perdenti come vivere, esistere, riprendersi in un mondo post imperiale, post eroico, post idiota”. Solo che il mondo imperiale, da allora, s’è ripreso i propri diritti.

Cioran non ha del tutto ragione: l’Europa è uscita parzialmente dal suo “centro di riabilitazione” di fronte a Putin nel 2022, e più recentemente, davanti alle vessazioni dei dazi di Trump. Il continente dei “perdenti” comincia a ritrovare un po’ di autostima. Abbiamo sentito Friedrich Merz, che è sempre stato un feroce atlantista, affermare all’indomani della sua vittoria elettorale in Germania che bisognava “rendere l’Europa indipendente dagli Stati Uniti”. La stessa Polonia, che giurava solo sull’America, cambia tono, con le parole del suo ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski, parla dell’Unione come di un “entità geopolitica”. E non sono solo parole, poiché le spese militari, quasi ovunque nel continente, aumentano.

Nel 1949, all’inizio della Guerra fredda, Raymond Aron aveva posto il problema in modo molto semplice: “L’Europa riprenderà veramente fiducia in sé stessa solo quando sarà nuovamente in grado di difendersi”. Oggi, nel cuore di questa nuova forma di Guerra fredda, o piuttosto tiepida, il desiderio di Aron potrebbe finalmente realizzarsi, settantasei anni dopo.

Ma come proseguire? I grandi sviluppi riguardo le istituzioni europee provocano in genere dei grandi sbadigli. Allora facciamola breve, e limitiamo le proposte a due: al Consiglio europeo, le decisioni a maggioranza qualificata devono diventare la regola, quelle all’unanimità l’eccezione; e il Parlamento deve – finalmente! – eleggere una parte significativa dei suoi membri su liste transnazionali. Questo ridurrà (un po’) l’inquinamento del dibattito da parte delle questioni di politica interna. Ma la vera politica, alla fine, sono gli uomini e le donne, i respiri, i temperamenti. All’Europa non mancano. Non sempre vengono scelti i personaggi più affermati: a Parigi e a Berlino, in particolare, non si apprezza molto l’idea di vedere nella Commissione o nel Consiglio europeo figure che potrebbero fare loro ombra. Soprattutto a Parigi, dove non si dimentica che Bruxelles fu, dal 1795 al 1815, il capoluogo di un dipartimento che era francese quello della Dyle.

Una cosa è certa: se si vuole che l’Europa alzi la testa, meglio evitare di lasciare troppo la mano alla Francia. Come il Regno Unito, è vittima di un’illusione: quella di essere ancora uno dei grandi di questo mondo.

Il genio politico del generale De Gaulle ha permesso alla Francia di figurare tra i vincitori della Seconda guerra mondiale, con anche una zona di occupazione in Germania. Un posto permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e, alcuni anni più tardi lo sviluppo della bomba atomica, gli hanno permesso di prolungare questo dolce sogno. Valery Giscard d’Estaing aveva dato scandalo quando aveva dichiarato che la Francia era soltanto una “grande potenza media”, cosa che dice molto su questa negazione della realtà.

Questa propensione francese a considerarsi più grande di quanto non sia è stata mantenuta naturalmente da una tradizione monarchica che la decapitazione di Luigi XVI nel 1793 non ha cancellato. Il protocollo che circonda il presidente della Repubblica è più impressionante di quello che accompagna la maggior parte dei monarchi europei. Basta aver preso un aereo una volta con un presidente francese per saperlo. L’autore di queste righe ricorda un piccolo viaggio fatto assieme con Emmanuel Macron durante la campagna elettorale del 2022. Tutto inizia con un convoglio di nove auto che arrivano a sirene spiegate e con una schiera di motociclisti all’aeroporto militare di Villacoublay, vicino a Parigi. Nel Falcon 7X, un militare di alto rango chiede al presidente se vuole il wifi sull’aereo. E’ davvero per questo che si raggiunge il grado di alto ufficiale? Durante il volo, gli ultimi dieci minuti sono dedicati alla domanda: quale dei dignitari locali avrà l’onore di sedersi nell’auto presidenziale tra l’aeroporto e il luogo dell’incontro? Fatta eccezione per i progressi tecnologici, Luigi XIV non si sarebbe sentito spaesato.

Emmanuel Macron, a sua discolpa, è soltanto l’erede di questa V Repubblica monarchica. In un luminoso libro pubblicato nel 1992, intitolato “L’absolutisme inefficace”, Jean-François Revel deride le derive autoritarie, centralizzatrici e talvolta comiche di ciò che definiva la “presidentocrazia”. All’epoca di questo libro, l’ospite dell’Eliseo si chiamava François Mitterrand. Revel non lo aveva molto a cuore, ma gli concedeva delle attenuanti: non è veramente colpa sua, ma dell’“assolutismo” francese. Mitterrand, grande critico della V Repubblica, che aveva vituperato in un pamphlet, “Il colpo di stato permanente”, si era adattato molto bene al trono lasciato da De Gaulle.

L’arroganza francese non è certamente dovuta solo al protocollo. La Francia, a differenza di tutto il resto del continente – il Regno Unito è ormai separato – ha mantenuto un esercito dotato di mezzi di protezione, ma anche e soprattutto di una forza d’attacco nucleare. Questo lusinga l’orgoglio nazionale, ma siamo onesti, è anche una grande risorsa per l’Europa, soprattutto da quando l’ombrello americano vacilla. La deterrenza francese non è mai stata del resto concepita come strettamente nazionale. Già nel 1964, il generale De Gaulle aveva lasciato intendere che se la sicurezza della Germania e del Belgio era minacciata, lo erano anche gli interessi vitali della Francia. Un’estensione più formale di questa garanzia all’est sarebbe ovviamente utile e la Germania, per esempio, ora lo dice. Questo è solo un altro motivo per non dare troppa importanza alla Francia mentre si costruirà l’Europa nei prossimi anni: l’ego già non manca, inutile aggiungerne altro.

Étienne Gernelle, direttore del settimanale francese Le Point