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Dopo il carcere

Fino a che l’ultimo prigioniero non sarà fuori, la Bielorussa non sarà libera

Sviatlana Tsikhanouskaya e Siarhei Tsikhanouski, recentemente liberato, partecipano a una manifestazione a Varsavia, in Polonia, per mostrare il loro sostegno ai numerosi prigionieri politici ancora detenuti in Bielorussia sotto il regime autoritario di Alexander Lukashenko ©Getty

Il 21 giugno ci siamo abbracciati per la prima volta dopo cinque anni. Dopo anni di isolamento totale, senza lettere, telefonate o notizie dal mondo esterno, Siarhei è stato tutt’a un tratto rilasciato da una prigione bielorussa e portato oltre il confine, in Lituania – assieme ad altri prigionieri politici.

Quando nostra figlia di nove anni ha visto suo padre, non lo ha riconosciuto. Aveva perso metà del suo peso. L’uomo che un tempo la portava sulle spalle ora era un estraneo. Ha esitato – finché non ha parlato. Allora è corsa da lui, e abbiamo pianto tutti.

Siarhei ha trascorso quasi cinque anni in isolamento. Io li ho vissuti in esilio. Le sue lettere non ci sono mai arrivate. Le nostre non gli sono mai state consegnate. Non sapevamo nemmeno se fosse vivo.

Ritrovarci è stato travolgente – ma non ha segnato la fine della nostra lotta. Ci ha ricordato quanto ancora abbiamo da fare.

La liberazione di Siarhei è stata possibile grazie alla pressione internazionale, a una diplomazia determinata e un attivismo instancabile. Siamo particolarmente grati al presidente Donald Trump, all’Amministrazione americana e ai nostri alleati europei per il loro impegno e il loro sostegno. L’Italia è uno dei nostri alleati più vicini e siamo profondamente grati per tutto il vostro supporto. Non solo da parte del governo italiano, ma anche dei membri del Parlamento che hanno aderito al Gruppo di amicizia per una Bielorussia democratica, della società civile, dei giornalisti e dei sindaci – la vostra solidarietà ci ha toccati nel profondo. Siamo particolarmente riconoscenti alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, ai senatori Giulio Terzi di Sant’Agata e Filippo Sensi, ai deputati Lia Quartapelle, Benedetto Della Vedova e Debora Bergamini. Il vostro impegno per i diritti umani e la libertà in Bielorussia è un vero esempio di leadership democratica. Ci avete ricordato che l’Europa non ha dimenticato la Bielorussia.

Siamo profondamente grati a tutti coloro che hanno alzato la voce – chi ha fatto il nome di Siarhei nei colloqui, ha scritto lettere, si è presentato davanti alle ambasciate, e ha rifiutato di lasciar cadere la sua storia nell’oblio.

Ma conosciamo anche la verità: la liberazione di Siarhei è un’eccezione, non una soluzione. Oggi, oltre 1.100 prigionieri politici si trovano ancora nelle carceri bielorusse. Alcuni sono stati arrestati per aver partecipato a proteste pacifiche. Altri per aver scritto articoli. Altri ancora semplicemente per aver parlato in bielorusso, o per aver appiccicato l’adesivo sbagliato sul computer. Tra i detenuti ci sono il premio Nobel per la Pace Ales Bialiatski, Maria Kalesnikava, Maksim Znak, Ihar Losik e centinaia di altri.

Molti soffrono in condizioni disumane.

Siarhei ha trascorso la maggior parte della sua condanna in isolamento. Non per ragioni disciplinari: è un metodo per fare pressione e per tenere i prigionieri lontani da tutto. Gli è stata negata l’assistenza medica. Ha sofferto il freddo, la fame, le malattie che non sono state curate. Le guardie gli ripetevano continuamente: “Morirai qui. Sei stato dimenticato.”

Ma lui sapeva di non essere stato dimenticato. Ha resistito, perché era certo che i bielorussi non si sarebbero rassegnati.

La sua storia non è unica. Maltrattamenti, torture psicologiche e negligenza da parte dei medici sono diffusi nelle carceri bielorusse, soprattutto per i detenuti politici. La morte del leader dell’opposizione russa Alexei Navalny, avvenuta in prigione nel 2024, ha rappresentato un avvertimento per il regime di Minsk: le conseguenze internazionali di un’altra morte in prigione potrebbero essere troppo gravi. Crediamo che sia per questo che Siarhei e altri sono stati tenuti in vita.

Questo della Bielorussia non è un sistema di giustizia. E’ un sistema di paura.

Non ci illudiamo sulle ragioni per cui il regime ha deciso di liberare Siarhei proprio ora: non è stato un atto di compassione, è stato un calcolo politico – un tentativo di tastare il terreno con l’occidente. Negli ultimi mesi, il regime ha concesso la grazia a diverse centinaia di prigionieri. Tuttavia, questi singoli casi non possono oscurare il quadro generale: la repressione continua. I media indipendenti sono ancora banditi. I gruppi per i diritti umani sono stati smantellati. E il regime continua ad arrestare e intimidire.

Alcuni osservatori suggeriscono che la liberazione di Siarhei possa portare a rivalità o tensioni all’interno del movimento democratico: non è così. Siamo uniti, come famiglia e come alleati politici. Condividiamo un obiettivo: una Bielorussia libera e democratica. Niente è più importante di questo.

Siamo anche consapevoli del fatto che la Bielorussia non è isolata, il destino del nostro paese è intrecciato con quello dell’Ucraina e con la lotta più ampia per la democrazia nella regione. Dal 2022, Aljaksandr Lukashenka ha trasformato la Bielorussia in una base per l’aggressione russa. Il suo regime ha facilitato l’invasione dell’Ucraina, permettendo il lancio di truppe e missili russi dal territorio bielorusso. Sta trasformando il nostro paese in una fabbrica di armi per la Russia e aiutando ad aggirare le sanzioni. Lukashenka sopravvive oggi solo grazie al sostegno politico ed economico del Cremlino: se non fosse per Vladimir Putin, il popolo bielorusso sarebbe già libero.

Per questo motivo, la comunità internazionale non deve trattare la Bielorussia come un problema separato o secondario. Sostenere l’Ucraina e stare al fianco della Bielorussia fanno parte della stessa lotta.

Cosa si può fare?

Primo, mantenere la pressione sul regime. Le sanzioni devono rimanere in vigore e vanno estese, se necessario, in particolare a chi finanzia la repressione. L’élite del regime e i suoi complici non devono poter viaggiare, investire o ripulire la propria reputazione all’estero mentre continuano a violare i diritti umani in patria.

Secondo, legare qualsiasi normalizzazione delle relazioni a progressi tangibili, a partire dal rilascio pieno e incondizionato di tutti i prigionieri politici. Non alcuni. Non i più noti. Tutti.

Terzo, sostenere la società civile bielorussa, i media indipendenti e le istituzioni democratiche in esilio. Nonostante enormi difficoltà, un movimento resiliente per il cambiamento continua a operare dall’estero: ha bisogno di risorse, protezione e riconoscimento politico.

Infine, riconoscere l’importanza della giustizia: l’impunità incoraggia solo ulteriori crimini. Continuiamo a sostenere la creazione di meccanismi internazionali perché siano riconosciute le responsabilità di chi ha vessato popoli e prigionieri. Le vittime bielorusse meritano la verità, la giustizia e, un giorno, la riconciliazione.

Sappiamo che il cambiamento non arriverà dall’oggi al domani. Ma sappiamo anche che è possaibile. Se la liberazione di Siarhei ci ha ricordato qualcosa, è che la pressione funziona, la perseveranza conta, la solidarietà fa la differenza.

Alle famiglie di coloro che sono ancora detenuti, vogliamo dire: condividiamo il vostro dolore, continueremo a lottare per i vostri cari come altri hanno lottato per Siarhei.

Ai prigionieri politici: il vostro coraggio è la nostra ispirazione, non siete soli, non ci fermeremo finché non sarete liberi.

E alla comunità internazionale: questo è un momento di opportunità, ma anche un banco di prova per la vostra determinazione. La Bielorussia non può essere stabilizzata attraverso l’appeasement. Può essere trasformata solo attraverso un impegno costante per i valori democratici.

Ci auguriamo che questo nostro ritrovarci non sia soltanto un punto di svolta per la nostra famiglia, ma anche per il nostro paese.

Finché l’ultimo prigioniero non sarà libero, la Bielorussia non sarà libera.