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In Spagna

I bikini che hanno tirato giù il regime di Franco, e le dittature di oggi

di Gerard DeGroot, storico
Vacanzieri partecipano ad attività di animazione in spiaggia, in Spagna alla fine degli anni 70 (Foto di Walter Rudolph/United Archives/Universal Images Group via Getty Images)

In un momento imprecisato del luglio 1959, una giovane donna inglese di nome Judith Roberts fu arrestata in un bar sulla spiaggia di Benidorm per il crimine di indossare un bikini. Secondo la legge locale, il suo abbigliamento era consentito sulla sabbia, ma non nel bar.

Quando un poliziotto le ordinò di coprirsi, lei si rifiutò. Alimentata dall’alcol, la lite degenerò rapidamente. Il poliziotto le disse di andarsene, lei non lo fece, lui la afferrò, lei lo schiaffeggiò, lui la trascinò via. Nel giro di pochi giorni, la notizia dell’incidente fece il giro del mondo. Non era una bella pubblicità per la nascente industria turistica spagnola.

La Spagna degli anni Cinquanta incarnava il perbenismo. Il paese rifletteva i valori morali del suo dittatore, il Generalissimo Francisco Franco, che governava dalla fine della guerra civile nel 1939. Franco, un uomo basso, rotondo e piuttosto brutto, era impacciato con le donne, non aveva senso dell’umorismo, nessun apprezzamento per la cultura ed era tremendamente noioso. Aveva un’opinione enormemente alta di sé stesso e una bassa opinione del suo popolo. Per due decenni aveva imposto il suo carattere al paese, incoraggiando gli spagnoli a condividere le sue paure febbrili nei confronti di ebrei, massoni, socialisti, denaro straniero, donne competenti, persone interessanti e sesso. Disprezzava quasi tutte le donne tranne sua moglie, sua figlia e la Vergine Maria, il che spiega perché lavorò con metodo per limitare i diritti femminili.

Franco voleva rendere la Spagna di nuovo grande, ma fino a quel momento era riuscito solo a mandare in bancarotta la sua nazione e a distruggere la sua posizione internazionale. La sua soluzione ai grandi problemi economici della Spagna fu creare un’autarchia isolata dal resto del mondo. Eppure la Spagna non era mai stata abbastanza forte da esistere isolata. Per la maggior parte della dittatura, fu il paese più povero dell’Europa occidentale. Solo alla fine degli anni Cinquanta la Spagna tornò agli standard di vita che erano esistiti prima della guerra civile.

Improvvisamente, intorno al 1955, la situazione migliorò, e Franco si attribuì il merito di quel successo. In verità, le ragioni del boom inaspettato erano antitetiche alla sua politica mal concepita. Il principale motore della crescita economica erano i turisti che accorrevano sulle spiagge spagnole, in particolare a Benidorm. In tutta Europa, la prosperità del Dopoguerra aveva reso le gite al Mediterraneo accessibili anche alla classe operaia. Le vacanze al sole erano diventate estremamente popolari.

Il fragile boom economico della Spagna era però tenuto insieme dalle sottili spalline del bikini. Per i conservatori spagnoli, sembravano l’opera del diavolo, eppure se i bikini fossero stati vietati, i turisti sarebbero andati nella più liberale Italia o Francia. Consapevole che criminalizzare il bikini avrebbe messo a repentaglio la fragile ripresa economica della Spagna, il giovane sindaco di Benidorm, Francisco Zaragoza Orts, ordinò in modo unilaterale che potessero essere indossati sulla sua spiaggia.

Sebbene fosse un devoto sostenitore di Franco, Zaragoza credeva che il fascismo non potesse sopravvivere se la Spagna fosse rimasta povera. Capiva anche che il bikini era essenziale per la prosperità. La sua permissività attrasse comunque critiche diffuse. Il vescovo locale minacciò di mettere cartelli fuori Benidorm proclamandola “El Infierno” (l’inferno) e l’arcivescovo di Valencia, Marcelino Olaechea, minacciò Zaragoza di scomunica.

Un rapporto ufficiale del governo nel 1957 riportava iperboli spregevoli su una fantomatica epidemia di sesso sulla spiaggia. “Ci è stato detto che quest’anno c’è un numero straordinario di turisti svedesi, finlandesi, tedeschi e britannici a Benidorm e che il loro comportamento scandaloso e spudorato ha trasformato quella spiaggia in un bordello”.  Si faceva anche menzione di “numerosi omosessuali” che si pavoneggiavano sulla spiaggia, spaventando la gente perbene. Gli scandinavi furono presi di mira. “Le turiste nordiche sono caratterizzate dal loro erotismo e dalla caccia al maschio, inseguono soprattutto adolescenti spagnoli e producendo lo spettacolo più abietto sulla spiaggia di notte, vicino ai piccoli hotel, sotto i camion, ecc.” (sì, anche a me incuriosisce l’idea del sesso sotto un camion).

Temendo che il perbenismo avrebbe distrutto la prosperità di Benidorm, Zaragoza chiese udienza al Generalissimo. Non è del tutto chiaro quando ciò sia accaduto, dato che Zaragoza è un narratore inaffidabile, incline ad abbellire le sue storie. Secondo la sua versione, saltò sulla sua Vespa e viaggiò per nove ore fino a Madrid per dare a Franco una lezione sui bikini. Sosteneva che il Generalissimo non avesse familiarità con il fenomeno e che gli dovesse essere spiegato. Comunque stiano le cose, Zaragoza si rivelò persuasivo. Nonostante i seri dubbi morali, Franco arrivò a comprendere i benefici di un’industria turistica fiorente. Diede il suo sostegno a Zaragoza e tolse la proibizione sui bikini – purché fossero confinati alla spiaggia. E’ questa distinzione che portò all’arresto della povera Judith Roberts.

Grazie al bikini, Benidorm fu rapidamente trasformata da piccolo villaggio di pescatori in una brutta cittadina con centinaia di proprietà turistiche dentro a palazzoni. L’effetto fu duplicato lungo tutta la costa spagnola, con resort economici che si diffusero come funghi. Gli investimenti stranieri in hotel, bar e ristoranti crebbero esponenzialmente. Le entrate turistiche  passarono da 125 milioni di dollari nel 1959 a 3,1 miliardi di dollari nel 1973.

Né Zaragoza né Franco compresero le implicazioni a lungo termine del bikini. Quei minuscoli pezzi di stoffa incapsulavano perfettamente le aspirazioni del popolo spagnolo verso la modernità, la liberazione e la prosperità. I piani di Franco per la Spagna erano sempre dipesi dal fatto che il suo popolo rimanesse ignorante, isolato e povero. La ricchezza, tuttavia, li rese ribelli e ambiziosi. Aspiravano a essere come quegli scandinavi che avevano invaso le loro spiagge. Il denaro del turismo permise agli spagnoli di acquistare televisori, automobili e vestiti, tutti elementi liberatori. Nel 1960, solo l’uno per cento delle famiglie aveva accesso a un televisore. Nel 1970, il novanta per cento. Franco aveva inavvertitamente creato un paese di consumatori, impossibile da controllare.

Il ruolo del bikini nel minare il fascismo è intrigante ma non unico. Il legame tra moda e liberalismo è ben noto tra gli storici; il consumismo è un riconosciuto motore di cambiamento politico. In epoca medievale, la Via della Seta era, prima di tutto, una rotta commerciale, ma serviva anche da canale per idee politiche e sociali che alla fine avrebbero minato l’autocrazia. Più di recente, il comunismo in Europa e Asia fu distrutto non dalle bombe e dai proiettili ma dai Levi’s e dalla Coca-Cola – i regimi totalitari non potevano competere con l’impero delle cose. Resta da vedere se qualcosa di simile all’effetto bikini rovescerà i regimi illiberali di oggi. Ciò che è certo è che probabilmente non è una buona idea costringere la classe operaia all’austerità per rendere i miliardari ancora più ricchi.

Il fascismo in Spagna si disintegrò rapidamente dopo la morte di Franco il 20 novembre 1975. Era sempre dipeso dal fatto che gli spagnoli rimanessero poveri e ignoranti, eppure nessuna delle due cose fu possibile dopo l’invasione dei bikini. Oggi, Zaragoza, morto nel 2008, è celebrato come l’uomo che portò il bikini – e la prosperità – in Spagna. Gli viene riconosciuto il merito di aver minato il fascismo: ironia della sorte, visto che lui intendeva fare proprio il contrario.