La storia non concede sconti, nessuno, che sia eccezionale o ordinario, politicizzato o disinteressato, sfugge al tumulto del suo tempo. Vale anche per il grande pittore Chaim Soutine, che trascorse i suoi anni d’oro nell’epicentro culturale del mondo nel periodo di più fervente eccitazione artistica dell’epoca moderna – e li trascorse da gigante.
Eppure morì in una povertà non dissimile da quella in cui era nato. Il suo contributo all’arte e all’arricchimento dell’umanità sono unici: nessuno aveva mai dipinto come lui prima, e nessuno lo farà mai più, anche se molti pittori, poeti e chiunque abbia appetito per la bellezza e l’eccellenza si sono nutriti delle sue tele. Soutine ebbe la sfortuna di nascere ebreo in Europa alle soglie del Ventesimo secolo, e un ebreo con una dipendenza insaziabile dalla ricchezza pittorica che l’Europa custodisce. Forse fu questa la ragione per cui non lasciò la Francia nemmeno dopo che fu chiaro che da quella scelta dipendeva la sua sopravvivenza fisica. Soutine consacrò la sua vita interamente alla sua arte, e quella monomania produsse un’opera degna di reverenza e ammirazione, anche se la sua dedizione ossessiva lo escluse dai ritmi ordinari della vita umana – ebbe pochi amici, poche amanti e nessun legame familiare. La sua fanatica devozione all’arte diede significato alla sua vita ma non poté proteggerla dai parossismi dei periodi che attraversò, e dagli sconvolgimenti politici che portarono alla sua morte.
Soutine nacque tre volte. La prima fu nel 1893 [1], decimo di quelli che presto sarebbero diventati undici figli generati da un povero rammendatore a Smilovichi, un villaggio a circa cinquanta chilometri da Minsk, nell’odierna Bielorussia. Da bambino fu denutrito (la malnutrizione lo menomò e alla fine contribuì alla sua morte prematura) e oppresso dal provincialismo, caratteristica perenne della vita nei piccoli villaggi religiosi. Lì, miracolosamente, Soutine scoprì il suo interesse per l’arte, nonostante l’arretratezza culturale color seppia in cui si trovava: raschiava una barretta di carbone contro un muro o usava un bastone per tracciare figure nel fango. Questi furono i primi fremiti della sua fissazione. A vent’anni iniziò la sua seconda vita infilandosi nello sciame di artisti che si riversarono a Parigi nella prima metà del Ventesimo secolo, carichi di sogni stranieri. Soutine visse accanto a Chagall, Modigliani, Pascin e Leger. Frequentò gli stessi caffè di Picasso, e strinse amicizia con artisti che studiavano con Matisse. Dopo un decennio di indigenza bohémien, affascinante col senno di poi anche se all’epoca puzzava di sudore e sporcizia ed era tormentato dai morsi della pancia vuota, Soutine fu bruscamente sottratto alla povertà nel 1923, quando un ricco collezionista d’arte americano comprò una cinquantina dei suoi dipinti e lo consegnò agli annali della storia dell’arte – finalmente un artista rispettato. Questo è il Soutine che fu sepolto nel cimitero di Montparnasse vent’anni dopo, il Soutine le cui opere sono appese alle pareti dei musei d’arte moderna in tutto il mondo.
Queste, come tutte le nascite, furono nascite di circostanza, prodotti di forze esterne su cui Soutine aveva poco controllo. Ma Soutine si rifece con ogni pennellata. Il suo sviluppo artistico fu una saga di autocreazione. Due forze attraversano la sua vita: la storia, che lo manipolò come una spatola schiaccia e raschia il colore su una tela, e Soutine stesso, la cui lotta per l’autocontrollo, per la disciplina e l’abilità di comunicare l’energia della vita è registrata nelle raschiature e negli schiacciamenti rigonfi di colori che ribollono sulle tele che ha lasciato. La sua biografia è spinta da questi due meccanismi che esercitarono la loro influenza insieme ma senza mai toccarsi. C’è la storia, ed ebbe la grande sfortuna di vivere attraverso frenesie storiche sovrapposte – i tempi non lasciavano in pace il pover’uomo – e c’è l’arte. Gli capitò di inciampare nelle tane di movimenti politici e artistici e si ritrovò all’interno di varie comunità, ma non fu membro di alcun gruppo e non si legò ad amici. Il colore era ciò che lo occupava, non ideologie o politica o cultura – il colore, le sue richieste, le sue capacità. A differenza di Matisse e Picasso, Soutine non si mise a rivoluzionare l’arte – era, in modo sorprendente, intellettualmente indipendente dal suo contesto, e così contribuì alla rivoluzione moderna senza esserne in balìa. Poiché era un genio misantropo, goffo, semisocializzato, e poiché, a suo stesso giudizio, il suo lavoro era primario e le sue relazioni personali nemmeno paragonabili, queste due storie insieme coprono più o meno l’intera vita dell’artista.
Per questo è esasperante sentire molti che dicono che Soutine non ha lasciato quasi nessuna lettera, nessun diario, nessuna traccia sostanziale dei suoi pensieri, e quindi, scusateci, ma l’uomo è terribilmente difficile da conoscere. Non ha lasciato traccia di sé? Ma è lì, proprio davanti ai nostri occhi: Soutine era la sua arte, e i suoi dipinti urlano dai muri su cui sono appesi. Come notò Hilton Kramer, in una delle rare valutazioni accurate di Soutine: “In un certo senso, Soutine non aveva biografia al di fuori della sua arte; si potrebbe persino dire che la sua arte fu un sostituto di una biografia.”[2] Sì, non lasciò quasi nulla di valore tranne l’arte alla quale consacrò il suo corpo malaticcio e la sua mente colossale e muscolare. Se avesse imbalsamato la sua anima e l’avesse messa sotto vetro, gli spettatori difficilmente potrebbero ottenere una maggiore prossimità all’uomo di quella che ottengono nelle gallerie che custodiscono la sua opera.
In ogni artista, infuria ininterrotto il dolore cavernoso di giustificare la propria arte, di rassicurare sé stesso con ogni nuova opera, di essere capace di intelligenza e onestà e originalità vivificanti. La compiacenza è un suicidio spirituale, e la sicurezza può stabilirsi come il rigor mortis, calcificando persino il genio. Di fronte alla tela (o al microfono, o alla tastiera) si è, ogni volta, ogni minuto, sotto processo. Gli studiosi di Soutine riconoscono che lui era in preda a una sinistra tortura psichica, ma troppo spesso diagnosticano male il dolore: credono che i suoi tormenti fossero storici. I suoi dipinti non erano crivellati dalle ansie e dai terrori dell’ebreo nel Ventesimo secolo, come una volta disse Elie Wiesel. I cosacchi e poi i nazisti lo braccarono fino a una morte prematura, ma non avevano autorità dentro la sua testa, e non ve n’è traccia nel suo lavoro. Lì resistevano soltanto i suoi demoni interiori. A causa del suo stile turbolento, è spesso chiamato espressionista, ma Soutine dipingeva ciò che vedeva, non ciò che sentiva; e ciò che vedeva, ciò che notava e studiava, era l’energia: non l’ansia, non l’alienazione, non l’intensità del sentimento, ma l’energia, la vitalità estrema, come la rilevava nel mondo intorno a lui. La studiò, e poi si sforzò di sigillarla nel colore. La profondità di quel compito è ciò che lo tormentava. Si raschiava contro i suoi stessi standard elevati, e le lacerazioni che ne derivavano riempivano la sua opera.
[1] Il 1893 è l’anno che Soutine fornì alla prefettura di polizia riguardo alla sua nascita, ma disse agli amici di essere nato nel 1894. Restellini cita la corrispondenza tra Alfred Barnes e Pierre Loeb in cui Barnes chiede a Loeb di scoprire la data di nascita di Soutine e Loeb risponde: “Lo stesso Soutine non è sicuro della data reale della sua nascita. Ricorda di essere nato nel 1894 ma non conosce i dettagli precisi.” Restellini, M. Soutine, Le Fou de Smilovitchi. Soutine. Ed. M. Restellini. Paris: Pinacotheque de Paris, 2007: 9-10
[2] Hilton Kramer “Soutine and the Problem of Expressionism” Artforum summer 1968