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Questione di classe

I ricchi americani hanno le invenzioni, quelli europei i testamenti (e le sorprese)

Jean Arnault, Bernard Arnault e Frédéric Arnault seguono il 2024 French Open al Roland Garros di Parigi (©Stephane Cardinale - Corbis/Corbis via Getty Images)

“I molto ricchi sono diversi da me e te”: “Sì, hanno più soldi”, dice una delle citazioni più abusate in assoluto, quella che usiamo in alternativa a quella sulle famiglie felici. Citazione spuria, oltretutto, che riporterebbe un dialogo di Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway. Due scrittori che conoscevano bene i ricchi americani e i ricchi europei.

Hanno raccontato questi due mondi assai diversi, seppur con qualche punto di contatto, la Costa Azzurra, Montecarlo, Venezia, coi ricchi americani che allora come oggi compivano il loro grand tour, e qualche europeo che (più raramente) si spingeva in America, più per vedere magari come funzionava uno stabilimento da copiare che per ammirarne le bellezze naturali.

Ma oggi esiste ancora qualche differenza tra i ricchi delle due sponde? Non ci sono studi in proposito tranne uno della Brown University – ateneo peraltro amato dai ricchi italiani che vi mandano i figli – secondo cui i ricchi americani vivono più a lungo dei loro connazionali poveri, ma non più degli europei poveri, e dunque meno degli europei ricchi. Per il resto la ricchezza si è talmente espansa negli ultimi anni che straborda: da una parte assistiamo a una grande celebrazione dei ricchi americani: in versione storica (The Gilded Age); catastrofica-turistica (The White Lotus e i suoi derivati); psicanalitica (Succession), con tutto un filone che ha un nome, “eat the rich”, e che consiste nel mettere dei ricchi in situazioni spiacevoli per vedere come ne escono (ma ai nostri tempi c’era già “Anche i ricchi piangono”). Dall’altra la celebrazione dei ricchi europei è sempre più nostalgica, una delle parole d’ordine della scemo-sfera di Instagram e TikTok è “old money” per cui qualunque cafone del Wisconsin si compri un vecchio orologio d’oro o una vecchia Land Rover ritiene di sembrare in tutto e per tutto un ex studente di  Eton.

Ancora funziona il sogno della vecchia Europa (come immaginata dagli americani): col boom dei treni a bassa velocità e ad alto lusso, i vari Orient Express che ormai non collegano soltanto la vecchia rotta Parigi-Costantinopoli, ma quasi tutti i punti cardinali del turismo mediterraneo, per permettere alla megera dell’Ohio di sentirsi subito Lauren Bacall alle prese con Poirot. Il clash però si vede invece sull’alta velocità, quando gli americani irrompono con i loro millemila trolley, sedendosi in posti regolarmente sbagliati, e ponendo i suddetti trolley nel corridoio, impedendo il passaggio di chiunque (che poi, che ci metteranno mai in quei trolley, se poi per quindici giorni stanno sempre e solo in short e canottiera?).

Intanto i ricchi sono sempre più ricchi. I 400 più abbienti americani valgono ormai  6,6 trilioni di dollari, 1,2 trilioni in più solo di un anno fa, certifica la solita rivista Forbes; non ci sono dati su quelli europei, perché naturalmente il vecchio continente ha una nticchia di riservatezza in più – di soldi e di estremità a tavola non si parla; o almeno non si parlava. Sarebbe meglio anche non farli, i soldi, ma ereditarli. Così i grandi ricchi europei fanno notizia spesso per storie magari di testamenti, che potrebbero essere uscite da un romanzo ottocentesco: a parte la telenovela Agnelli Elkann coi nuovi sviluppi dei quadri forse falsificati e delle volontà dell’Avvocato forse nascoste; e poi l’erede Hermès che vuole lasciare i suoi averi al giardiniere. Se l’America ha dovuto coniare una parola, “nepo-babies”, per definire chi eredita soldi, potere e status, da noi servirebbe una parola per chi se li crea da solo. Sarebbe una parola brutta, perché in Europa, i soldi nuovi sono  sempre una cafonata. La mobilità sociale evoca sudore e altre cose imbarazzanti. Uno studio in cui mi ero imbattuto qualche tempo fa certificava che le cinque famiglie più ricche e potenti di Firenze oggi sono le stesse del Cinquecento, quando l’America era stata appena scoperta; e però oggi se è vero che quasi tutti i ricchi europei non sono di prima generazione (i Quandt della Bmw, i Ferrero della Nutella, e la bombastica Françoise Bettencourt-Meyers, erede della padrona di L’Oréal, altra storia di donazioni e testamenti, con notevole documentario),  tranne il più ricco di tutti, Bernard Arnault, una nuova generazione sta emergendo, come i nuovi ricchi dei bitcoin che ogni tanto spuntano nelle classifiche generando clamorose invidie in noi poveri: un conto infatti essere figli della Bmw o della Nutella o degli shampoo L’Oréal, ma come si fa a diventare ricchissimi in una generazione? Eppure ci sono, pure da noi, come il Giancarlo Devasini ex chirurgo plastico detentore di un patrimonio di 9,2 miliardi che lo rende il 270esimo uomo più ricco del mondo e quarto d’Italia in quanto inventore di Tether, criptovaluta anzi “stablecoin” che è l’ultima moda di questa strano mondo criptovalutario. O Andrea Pignataro, altro riccone italiano, 26 miliardi di patrimonio, costruito sull’analisi dei dati.

Sono due miliardari italiani che potrebbero essere americani. Due mondi, di nuovo, che un tempo erano diversi: di solito, gli americani complessati sposavano dei casati europei squattrinati per ripulirsi. Adesso hanno perso ogni complesso, e le due sponde dell’Atlantico hanno usi e costumi simili; e si ritrovano non più alle stagioni d’opera a Parigi o Londra per la gioia di romanziere alla Edith Wharton o sceneggiatori come Julian Fellowes, ma a matrimoni indiani di ricconi impresentabili, e lì tra ciabatte magari Balenciaga e orologioni da maranza globali, distinguere magnati del Wisconsin e di Varese diventa impossibile.

Ma tornando al punto iniziale, forse un punto su cui gli americani sono diversi è che vogliono vivere di più, anzi per sempre. Ossessionati dalla “longevity”, puntano a sconfiggere la morte. Specialmente i “tech bro”: uno dei primi è stato Peter Thiel, primo in molte cose, anche ad appoggiare Trump già dieci anni fa quando non si portava: ha tutti dei rituali di semi, diete paleo e crioterapie che gli faranno fare una vitaccia per almeno 120 anni. Ma anche la nuova leva dei siliconvallici non scherza: Sam Altman, il ragazzo prodigio che ha creato ChatGPT, è uno dei pochi che non ha accettato il rituale “pranzo col Financial Times”, in cui il giornale inglese invita al ristorante delle personalità per intervistarle. Ha preferito cucinare lui per la giornalista di turno, per essere sicuro di mangiare giusto (poi è stato molto criticato per la sua cucina). Ecco, in questo gli europei sembrano più moderati. Difficile immaginarsi un Bernard Arnault che mangia semi, o una Françoise Bettencourt-Meyers che fa la crioterapia (poi magari lo fanno, eh: ma forse perché il vecchio continente è talmente vecchio che è durato abbastanza, ne abbiamo già viste tante, siamo un po’ stufi, forse anche i ricchi, vabbè).