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Conversazione con il direttore Raymond

Il centro di Yale che rintraccia i bambini ucraini deportati in Russia rischia di chiudere

Manifestazione in favore dei bambini ucraini rapiti dalla Russia a Londra, il 1 giugno 2025. La marcia è stata organizzata dall’Ukraine Solidarietà Campaign. Si presume che siano almeno 20 mila i bambini rapiti (foto di Mike Kemp/In Pictures via Getty Images)

Al centro di ricerca dell’Università di Yale che monitora da anni gli allontanamenti forzati e le deportazioni di bambini ucraini da parte della Russia la saracinesca potrebbe calare durante uno qualunque di questi giorni, “a meno che non riceviamo ulteriori donazioni individuali o l’Europa non si faccia finalmente avanti”, dice al Foglio Europeo Nathaniel Raymond, direttore esecutivo dello Humanitarian Research Lab (Hrl) di Yale.

Nel febbraio del 2025, l’Amministrazione Trump ha tagliato i fondi per questo programma di ricerca che documenta ciò che sta avvenendo a migliaia di bambini ucraini, allontanati con la forza dal proprio paese e dalle proprie famiglie, sottoposti a programmi di rieducazione e in alcuni casi di addestramento militare. I dati raccolti dal centro di ricerca diretto da Raymond servono a provare un crimine per il quale dal marzo 2023 la Corte penale internazionale ha spiccato dei mandati d’arresto per Vladimir Putin e per la commissaria russa per i Diritti dei bambini Maria Lvova-Belova. Nel caso il centro chiudesse, il suo poderoso archivio potrebbe essere trasferito all’Europol, l’agenzia europea per le attività di indagine.

Su quanti siano i minori allontanati con la forza dall’Ucraina si possono avanzare soltanto delle stime. La più recente del centro di Yale è di circa 35 mila minorenni, che quasi raddoppia il numero, circa 19 mila, che le autorità di Kyiv avevano precedentemente diffuso. Per aumentare il grado di certezza nei confronti di questa cifra – o di una addirittura superiore – allo Humanitarian Research Lab avrebbero bisogno di continuare a essere operativi. Da quando non sono più finanziati dal governo americano sono andati avanti con le donazioni online da parte di privati cittadini – signore anziane di origini ucraine, a volte – che però non coprono i costi necessari a restare aperti. Allora si sono rivolti all’Europa. Lo scorso novembre il Parlamento europeo ha approvato un documento nel quale “si rammarica della sospensione dei fondi federali statunitensi per la rinomata indagine dello Yale Humanitarian Research Lab” e invita l’Ue e gli stati membri a “garantire che questa ricerca cruciale e la raccolta di dati continuino”, ma si trattava di una mozione, non di un testo giuridicamente vincolante. Raymond ribadisce che la posta in gioco non è un laboratorio di ricerca a Yale ma “la capacità dell’Ucraina di sapere quanti dei suoi bambini sono stati portati via, dove si trovano, chi sono e di facilitare il loro ritorno”.

Su richiesta del dipartimento di stato americano, dall’estate del 2022 lo Humanitarian Research Lab ha iniziato a indagare con mezzi open source – soprattutto immagini satellitari ad altissima risoluzione e conferme incrociate da almeno cinque fonti indipendenti – l’esistenza in Russia e nei territori occupati di strutture dove sono stati condotti i minori ucraini. Secondo il loro ultimo rapporto, le strutture coinvolte sono almeno 210 tra ospedali, orfanotrofi, chiese, monasteri, campi estivi, basi militari e altre. In più della metà delle strutture sono condotti programmi di rieducazione culturale, patriottica o militare allineati con la narrazione russa degli eventi e della guerra. Nel 18,6 per cento del totale delle strutture esaminate si portano avanti programmi di addestramento militare, nei quali i giovani ucraini vengono indottrinati e iniziati anche ad attività come la produzione di equipaggiamento per la guerra, l’assemblaggio di droni oppure istruiti per le parate cerimoniali. Molte strutture si sono espanse o si stanno espandendo – sono state per esempio costruite recentemente due nuove scuole per cadetti – e il governo russo gestisce direttamente almeno la metà di questi luoghi, probabilmente anche di più. “L’Humanitarian Research Lab può concludere – si legge nel report – che la Russia sta gestendo un sistema potenzialmente senza precedenti di rieducazione su larga scala, addestramento militare e residenziale in grado di ospitare decine di migliaia di bambini ucraini per lunghi periodi di tempo”.

L’esperto di Yale spiega che i minorenni ucraini inseriti in questa rete di strutture possono essere presi in analisi distinguendo quattro gruppi. Il primo gruppo è composto dai bambini deportati nei campi estivi per una rieducazione filorussa, in alcuni casi rientrati a casa dopo un certo periodo di tempo. Il secondo è composto da minori senza genitori o tutori, prelevati da istituti ucraini, e tra loro paiono esserci anche alcuni con disabilità fisiche. “Costituiscono la maggioranza se non la totalità dei ragazzini finiti nei programmi di adozione e di affido”, aggiunge Raymond. Nel terzo caso si tratta di figli separati con la forza dai genitori nelle zone dove si sono svolti i primi combattimenti nel 2022; infine, il quarto gruppo è formato dai bambini prelevati dalle famiglie quello stesso anno nei cosiddetti campi di filtraggio russi istituiti a Mariupol.

Uno degli aspetti rilevanti di questo programma di russificazione forzata è quello che riguarda la presenza di psicologi. Sebbene Raymond chiarisca che non sia a oggi possibile stabilire fino a che punto siano stati utilizzati dalla Russia i propri professionisti della salute mentale per l’indottrinamento dei bambini e dei ragazzini, aggiunge che sulla base di un documento ufficiale russo da loro esaminato, dal governo vengono forniti “consigli agli psicologi affiliati al ministero dell’Istruzione per impegnarsi in interventi di salute mentale” di questi bambini, utilizzando come pretesto proprio il fatto stesso che fossero stati separati dalle loro case e dalle loro comunità di origine. Sarebbe una ulteriore ramificazione per le indagini dello Humanitarian Research Lab, se solo il tempo e i soldi non stessero per terminare. Da parte delle istituzioni e dei paesi europei “la reticenza nel finanziarci è dovuta alla paura di rappresaglie da parte dell’Amministrazione Trump”, sottolinea Raymond, concludendo: “L’incapacità dell’Europa di agire in questo caso è un’accusa alla sua volontà di difendere i propri valori proprio ora che sono sotto assedio”.