John Lennon diceva che la musica francese è come il vino inglese: berlo – insomma, ascoltarla – è un problema. Fino al fatale anno 1995, tre decadi fa, l’incidenza transalpina sull’evoluzione della musica popolare era stata circoscritta: si esauriva con Johnny Hallyday e Françoise Hardy, un po’ di: yé-yé e la stagionata schiera degli auteurs-compositeurs (Trenet, Bécaud, Aznavour, Ferré, Brassens, Moustaki), a meno di non risalire ai grandi interpreti della Parigi esistenzialista (Piaf, Gréco, Montand). Dopo erano arrivate giusto le trasgressioni postmoderne di Serge Gainsbourg negli anni Settanta e più nulla, se non Vanessa Paradis o l’underground dei Magma. Poi è successo qualcosa che ha sovvertito l’ordine delle cose. E adesso ci ritroviamo con Emmanuel Macron che si dichiara convinto che la musica elettronica francese non abbia niente meno di quella tedesca, confermando di volerla proporre come valore sancito dall’Unesco (nel 2023 l’apposita commissione ha inserito la scena techno berlinese nel patrimonio culturale immateriale di quel paese). Nel corso di un’intervista radiofonica, Macron ha spiegato con orgoglio che vanno attribuiti ai francesi i meriti per l’invenzione della musica electro-pop, citando Daft Punk, David Guetta, Bob Sinclar, Laurent Garnier e Justice come iniziatori. Il presidente s’è abbandonato alla classica grandeur: “Faremo come Berlino”, ha annunciato, “amo la Germania e sono un convito europeista. Ma non prendiamo lezioni da nessuno e va riconosciuta l’importanza del French Touch per la cultura dance, anche fuori dai confini francesi”. Asserzione competente, che reclama il dovuto prestigio per un suono nato per caso e con un promotore improbabile: il paparazzo parigino Jean-Claude Lagrèze che, a inizio anni Novanta, ideò le serate da ballo a Le Palace, senza sospettare d’aver gettato il seme di un universo musicale nel quale, poco alla volta, sbocceranno le atmosfere rarefatte ed edoniste degli Air e di St. Germain, la spazialità futuristica dei Daft Punk, le tormentose hit di Bob Sinclar, mentre, alla console del locale di rue du Faubourg-Montmartre, Laurent Garnier, Guillaume la Tortue e David Guetta facevano ballare la gioventù dorata della Ville Lumière.
In questi giorni il numero celebrativo degli Inrockuptibles, il più autorevole mensile d’oltralpe dedicato alla cultura pop, festeggia i gloriosi trent’anni del French Touch, visto che dal 1995 al 2025 questo suono non ha smesso di scatenare le danze in tutto il mondo. L’esplosione globale di “Homework” (1997) dei Daft Punk e la consacrazione universale di “Moon Safari” (1998) degli Air, sono stati la pietra filosofale della musica house francese. “I Daft Punk ci fecero capire che potevamo vendere un universo, non solo una canzone. E’ stata una rivoluzione. Da allora abbiamo tutti adattato la nostra musica allo spirito dei Daft Punk”, racconta Nicolas Godin, il cinquanta per cento del duo Air. “Veder trionfare gli Air a Top of the Pops della Bbc è stata una vittoria per noi musicisti d’Oltralpe”, ricorda Thomas Mars, cantante dei Phoenix. In pochi anni gli scenari sono cambiati per la musica francese, consumata e imitata in tutto il mondo, sebbene il French Touch non veicolasse messaggi extramusicali e non si sia mai generata una cultura derivativa, come accaduto per l’hip-hop. Puro suono, concepito da giovani borghesi bianchi e facile da realizzare: bastava trovare il giusto campionamento funk, filtrarlo, aggiungere un beat e inventare uno slogan alla portata di tutti, e il risultato era un dance sound elettronico e suggestivo, sexy e dall’alto coefficiente visuale, con dense atmosfere ed evocazioni di piacere o, ancora, una “scienza musicale astratta”, come venne descritta all’epoca (letture consigliate: “BoomBass”, la storia del French Touch scritta da Hubert Blanc-Francard, pubblicata da Léo Scheer nel 2021, ed “Electrorama” di Tsugi, edizioni Marabout, 2020).
“E’ una questione di approccio e di universo estetico”, sostiene Thomas Bangalter, mente dei Daft Punk: “Abbiamo usato la musica elettronica come vettore per sviluppare qualcosa di globale”. Il trionfo internazionale degli album da lui firmati con Guy-Manuel de Homem-Christo finì per appassionare tanto la frangia rock quanto i fan dei rave, dando al French Touch lo status di rivoluzione musicale, estetica ed anche economica: “Prima regnavano i pregiudizi. Poi tutto è diventato semplice. Nessun grossista ha più rifiutato un disco francese. Finalmente si prestava attenzione a ciò che accadeva nella nostra scena”.
I generi che hanno influenzato la nascita del French Touch (o French house, che dir si voglia) sono l’Eurodisco e la Space Disco proposta da artisti popolarissimi in Francia come Cerrone e Sheila B. Devotion. Da lì provengono le sonorità effettate, l’uso del vocoder e dei filtri, il gusto per la melodia e le citazioni fantascientifiche. Il tutto coniugato con la seconda forte influenza: il P-funk americano anni Ottanta, quello che ebbe in George Clinton e Bootsy Collins i migliori esponenti. Il picco di successo popolare per il French Touch arriverà tra il 2000 e il 2001, con le vibrazioni positive e la natura “feel-good” delle produzioni di Bob Sinclar, Étienne de Crécy, Modjo e David Guetta. Da lì prolifera una generazione di musicisti e produttori che preferiscono le tastiere e i campionatori ai classici strumenti rock, sostenuti nella loro ricerca da una costellazione di grafici e video-registi visionari come Alexandre Courtès, Geneviève Gauckler, Michel Gondry. Eppure, col passare del tempo, le cose andranno sfaldandosi e anche il French Touch diventerà riproduzione di sé stesso: c’è chi identifica il suo tramonto con lo scioglimento dei Daft Punk, annunciato pubblicamente il 22 febbraio 2021. Altri ipotizzano che allorché Madonna realizzò un album (“Confessions on a Dance Floor“) vampirizzando il French Touch, l’effetto fu di svuotare l’identità nazionale di questo suono. Eppure, ancora l’estate scorsa, le cerimonie dei Giochi Olimpici di Parigi sono state letteralmente incentrate sulla celebrazione del French Touch di fronte al mondo, con le esibizioni di Phoenix, Air e Kavinsky e la sonorizzazione dell’evento di chiusura affidato alla crema dei dj francesi. E adesso ecco Macron che lancia il tutto nella storia della cultura, mentre il French Touch sta conoscendo una nuova primavera cosmopolita, grazie ad artisti di terza generazione come Duck Sauce, Martin Solveig e Phil Weeks. La sensazione è che i francesi non sappiano fare a meno di questo suono. E che il resto d’Europa continui a invidiare quella leggiadra manifestazione di joie de vivre che non smette di sembrare, al tempo stesso, incosciente e affascinante.