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25 anni dall'11 settembre

Il matrimonio senza amore con l’America non inizia con Trump. Una conversazione

New York, N.Y.: i soccorritori cercano i sopravvissuti a ground zero, il luogo dell’attacco dell’11 settembre al World Trade Center, a Lower Manhattan, New York, il 13 settembre 2001. (Foto di Viorel Florescu/Newsday RM via Getty Images)

C’è un sondaggio che andrebbe fatto per spiegare i rapporti tra Washington e Bruxelles: quanti funzionari americani entrati nella politica estera dopo il 2001 conoscono davvero le istituzioni Ue? Max Bergmann, che dirige il programma Europa, Russia ed Eurasia del Csis, uno dei più importanti think tank americani, ha la risposta. “In questi venticinque anni abbiamo perso una generazione di esperti arrivati dopo l’11 settembre, che hanno smarrito ogni dimestichezza con l’Europa e non sanno la differenza tra Consiglio europeo, Commissione e tutto il resto”. L’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono ha allontanato l’America dall’Europa, attraverso le carriere di qualche migliaio di persone che a Washington decidono cosa conta.
Bergmann quel martedì di 25 anni fa era a Vienna, studente in giro per l’Europa, diretto alla London School of Economics. Prima dell’attacco gli studenti americani per precauzione si cucivano una bandiera canadese sullo zaino per non farsi riconoscere. “Dopo l’11 settembre quelle bandiere le abbiamo strappate”, vista la grande solidarietà europea. Si occupava già di politica estera, ma “quello che l’11 settembre ha fatto è stato allontanarmi dall’Europa”. Quando torna a Washington intenzionato a lavorare sull’Unione europea, scopre che non interessa più a nessuno. I think tank chiudono i programmi sul continente. Bergmann trascorre anni al dipartimento di stato con vari ruoli, incluso speechwriter per l’allora segretario John Kerry, tenendo lo sguardo quasi sempre su medio oriente e Asia. “Potrei elencarle i nomi di tutte le province afghane – racconta – E non perché fossi un esperto di Afghanistan. Perché chiunque a Washington si occupasse di sicurezza nazionale doveva occuparsi di quello”. Tornerà all’Europa per ragioni che non hanno nulla di consolante: nel 2014 Vladimir Putin invade la Crimea, nel 2016 Mosca interferisce nelle elezioni americane, e i posti di lavoro sull’Europa ricompaiono.
Sulla solidarietà europea del 2001 non ha dubbi che fosse autentica. Ma durò dodici mesi. “Poi l’Amministrazione Bush ha completamente sprecato quel momento invadendo l’Iraq. Ha spaccato la Nato, ha spaccato l’Europa, ha minato qualsiasi coesione europea sulla difesa”. Quello che viene dopo, Bergmann lo riassume in una formula: “L’Europa diventa un problema risolto”. Una pratica chiusa. “Le prestiamo attenzione solo quando danneggia un’azienda americana o una vendita di armi”. La sua immagine è un matrimonio inaridito. “Nessuno vuole il divorzio, ma l’amore non c’è più. L’interesse reciproco, dal punto di vista americano, è finito”.
Da lì in avanti, Amministrazione dopo Amministrazione, c’è sostanziale continuità. “Bush: un misto di ostilità e ambivalenza. Obama: ambivalenza. Trump: ostilità completa”. Sotto ai presidenti resta una dottrina immobile, fissata da Madeleine Albright nel 1998 per stabilire i limiti della difesa europea rispetto agli obblighi dell’Alleanza: nessuna duplicazione, nessuna discriminazione, nessun disaccoppiamento dalla Nato. “Al dipartimento di stato con Obama avevamo dei talking point sulla difesa europea identici a quelli di Bush”. Obama va a un solo vertice dell’Ue e non ci torna mai più. Il primo Trump cambia meno di quanto si crede, ed è questo che addormenta gli europei: Jim Mattis e H.R. McMaster, gli uomini della sicurezza nazionale ai tempi del Trump 1, restano fedeli alla Nato, il Congresso approva sanzioni alla Russia contro la volontà del presidente e stanzia per la difesa europea più soldi di Obama.
Poi Biden, e l’occasione mancata più grave secondo Bergmann. Marzo 2022, Versailles: dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa discute se emettere Eurobond per la difesa come li aveva emessi per la pandemia. Biden è a Bruxelles, primo presidente americano a un Consiglio europeo. “E non dice niente”. Sarebbe bastato dire: avete preso a prestito per il Covid, prendete a prestito per la guerra. “Non è mai arrivata nessuna richiesta, dalla Casa Bianca o dal Pentagono, perché l’Ue facesse grandi cose sulla difesa”. L’errore è reciproco. “Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen non sono mai andati da Biden a dire: non riusciamo ad allineare l’Europa sul debito per la difesa, ci serve il vostro aiuto. Molto probabilmente l’America avrebbe detto di sì”.
Sotto a tutto c’è il vuoto che Bergmann considera la vera anomalia americana. “Gli Stati Uniti negli ultimi venticinque anni non hanno avuto una strategia per l’Europa”. A Washington si producono piani per l’Indo-Pacifico e per l’Asia centrale. “Siamo inondati di piani strategici. Non ne ho mai visto uno sull’Europa”.
E oggi, qual è la situazione? “Sembra ogni giorno di attraversare un campo minato, dove un passo falso può portare non alla morte ma alla perdita di un arto”. L’esempio migliore è la Groenlandia. A Davos si è andati vicinissimi a un ordine presidenziale per l’invio di forze americane. Non è successo, e la spiegazione che si è dato Bergmann è istruttiva. “Quella settimana ho visto le grandi aziende americane cominciare a chiedersi: aspetta, cos’è questo strumento anticoercizione che ha l’Ue? I mercati si sono innervositi. E si è capito che gli europei potevano tirarci un pugno in faccia”. L’opzione militare è sparita dal tavolo. “Trump rispetta la forza, è un luogo comune ma è vero. Funziona come un bullo di cortile. E gli europei si sono lasciati prendere di mira”.
Nonostante tutto quello che è accaduto alla politica estera americana ed europea negli ultimi venticinque anni, Bergmann sta scrivendo un libro intitolato “Europe Rising: The Forging of the Next Great Superpower”. Tocca a un americano scommettere che l’Europa sia il futuro.