Per la prima volta i supermercati di Yerevan vendono fiori. Ai tre milioni di armeni fa strano, perché le vie principali delle loro città sono piene di fioristi. L’Armenia, incastrata nelle montagne del Caucaso meridionale tra Turchia e Azerbaigian, ha sempre avuto una tradizione floreale: i fiori si regalano, sono di buon auspicio. Il mercato è sostenuto da serre efficientissime che però ultimamente fanno fatica con le vendite. Robert Arutinov e Hovannes Ghukasyan, due floricoltori, lo dicono quasi all’unisono: “Non va male, però prima era meglio”. Un anno fa un loro bouquet valeva circa dieci euro, oggi sette. “Da ultimo mi sono rimasti invenduti settemila fiori”, dice Robert. Il governo, per compensare, garantisce un sussidio di circa 9 centesimi a fiore invenduto.
La floricoltura è uno dei settori colpiti dalle sanzioni russe. Poco prima delle elezioni del 7 giugno, vinte dal primo ministro uscente Nikol Pashinyan, Mosca ha sospeso l’importazione di prodotti armeni come generi alimentari, fiori, alcolici e acqua minerale. Le autorità russe hanno citato presunti problemi di sicurezza alimentare. Ma molti osservatori ritengono sia una punizione per la posizione filo occidentale di Pashinyan. Il pomo della discordia è di inizio maggio, quando il vertice Unione europea-Armenia ha sancito una svolta decisiva per l’integrazione europea di Yerevan. Un vasto partenariato strategico sbloccherebbe fino a 2,5 miliardi per i trasporti, l’energia e il digitale armeno, gettando poi le basi per la liberalizzazione dei visti.
Queste aspirazioni europee dell’Armenia hanno inacidito i rapporti con Mosca. Quando il viceministro degli Esteri del Cremlino ha avvertito Yerevan di non “ballare a due matrimoni”, riferendosi all’Ue e all’Unione economica eurasiatica (Uee, fondata da Vladimir Putin per facilitare i commerci nello spazio post sovietico), il ministro dell’Economia armeno ha replicato: “Non possiamo barattare la sovranità nazionale con i pomodori”. Oltre ai sussidi per i produttori, il governo armeno sta diversificando il mercato dell’export. L’obiettivo è eliminare la vulnerabilità legata alla dipendenza dalla Russia nel giro di un anno. Un portavoce del ministero dell’Economia fa sapere al Foglio che l’integrazione nel mercato dell’Ue, iniziata nel 2024, non è una misura temporanea, ma una politica deliberata che rafforza la sovranità economica del paese. Davit Davtyan, un agricoltore che esporta all’estero, è del parere opposto. Secondo lui queste misure sono un palliativo e non affrontano il problema alla radice: troppo a lungo l’economia armena è stata dipendente dalla Russia, destinazione di ben il 35 per cento delle esportazioni. In un anno si aiuterebbero solo i grandi produttori, non le piccole aziende, messe in ginocchio dal blocco. Già oggi certi ambulanti di Yerevan vendono le ciliegie a poco più di un euro al chilo. Gli allevatori di pesce non possono tagliare l’elettricità o il cibo ai loro animali per far fronte ai mancati introiti. Chi esporta fiori deve affrontare costi quattro volte maggiori rivolgendosi ai mercati dell’Ue.
Tant’è che l’impatto sull’economia è significativo. Stando al governatore della Banca centrale armena, il blocco russo potrebbe ridurre il pil del 2 per cento. Il che ha portato l’Ue a fare ulteriormente scudo contro Mosca. In un’inaspettata visita a Yerevan di inizio luglio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto che “se la Russia chiuderà ai prodotti armeni, l’Ue aprirà le porte del proprio mercato di 450 milioni di consumatori”. Se pomodori e fiori erano soggetti a tasse tra l’8 e il 15 per cento, la Commissione ha ora liberalizzato l’80 per cento dell’export verso l’Ue a dazio zero. Tuttavia, secondo il ministro dell’Economia armeno, la logistica e i costi di trasporto sono ancora questioni da risolvere. Perciò l’iniziale tranche europea da 200 milioni per la mobilità armena potrebbe arrivare fino a 2 miliardi. Nell’immediato, altri 38 milioni saranno destinati alla creazione di “un’agenzia per la promozione delle esportazioni” e delle aziende locali.
Tuttavia la macchina burocratica frena sui dettagli operativi. Il ministero scarica la responsabilità sul governo centrale per la creazione di questa agenzia. Massimo riserbo anche sull’efficacia degli aiuti europei rispetto all’export russo perduto: quantificare l’impatto è ancora prematuro. Chi invece è in grado di darne una stima è Benjamin Poghosyan, ricercatore dell’Applied Policy Research Institute of Armenia (Apri), un think thank di Yerevan. Secondo lui è irrealistico pensare che l’Ue possa controbilanciare i commerci tra Armenia e Russia: su una scala da 1 a 20, “direi che l’Ue può ridurre l’intensità del problema di quattro punti”. E da questo punto di vista la storia della Georgia insegna molto. Dopo che la Rivoluzione delle rose del 2003 portò all’insediamento del governo filo occidentale di Mikheil Saakashvili, la Russia introdusse restrizioni sulle importazioni georgiane, citando, appunto, preoccupazioni legate alla sicurezza alimentare. Ciò mise in ginocchio la debole economia georgiana. La situazione Armenia non combacia tutto solo perché il suo leader, sempre più filo occidentale, ci è arrivato con un’insurrezione popolare – Pashinyan divenne primo ministro dopo la Rivoluzione di velluto, nel 2018. Altri due aspetti però allineano il paese alla Georgia di vent’anni fa. La dipendenza dal gas di Mosca e le decine di migliaia di lavoratori che, dalla Russia, inviano rimesse a casa. Il cuore della vulnerabilità economica di Yerevan è il controllo del 100 per cento della rete gas da parte di Gazprom, il colosso russo: Putin non ha esitato a menzionare il gas a prezzo scontato come leva di pressione durante l’ultimo incontro con Pashinyan. Sommato ai 3,37 miliardi di dollari di rimesse (equivalenti a ben il 12 per cento del pil) inviati nel 2025 dai 70 mila armeni che lavorano in Russia tramite visti agevolati dall’Uee non sorprende che Pashinyan abbia mantenuto una linea morbida durante la sua prima visita nella Federazione dopo le elezioni: “Di recente sono emerse diverse questioni problematiche e spero che le discuteremo e le risolveremo”.
Le sanzioni russe sul gas e i rimpatri forzati di georgiani, che tagliarono parte del pil e appesantirono l’amministrazione con migliaia di disoccupati, fecero crollare il governo di Saakashvili. E’ dal 2012 che il partito Sogno georgiano, con una visione molto più vicina a Mosca, guida il paese. Guardando alla storia, la situazione armena preoccupa analisti come Poghosyan: “Ciò che la Russia sta facendo ora rappresenta circa il 20 per cento del suo arsenale economico, e sta già causando contraccolpi. Se decidesse di utilizzarne il 90 per cento, le conseguenze sarebbero estremamente gravi”.