Per Robert Kagan, senior fellow della Brookings Institution e uno dei principali intellettuali della leadership globale americana, la guerra in medio oriente è un errore strategico. “Gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati notevoli sul campo di battaglia contro l’Iran”, ci dice, “ma il quadro strategico complessivo è in negativo per Washington”. La tesi centrale del pensiero di Kagan è che questa guerra assorba il potere americano in un teatro di importanza secondaria, distogliendolo pericolosamente dalle priorità.
R obert Kagan ha lavorato nello staff di pianificazione politica del dipartimento di stato di George Shultz, ha fatto parte della squadra di consiglieri della campagna presidenziale di John McCain, è marito di Victoria Nuland, che si è occupata per molto tempo degli Affari europei presso il dipartimento di stato, ed è una delle voci più autorevoli quando si parla di relazione transatlantica, e per questo è molto conosciuto anche in Europa. “Gli Stati Uniti non hanno mai considerato il medio oriente e il Golfo persico interessi primari – spiega – Gli interessi primari sono sempre stati l’Europa e l’Asia orientale. L’Iran non ha la capacità di colpire il territorio americano e la politica estera dell’Amministrazione Trump dovrebbe concentrarsi sulla sicurezza nazionale: non vedo in quale modo l’Iran minacci questi interessi”. Quindi questi conflitto è trainato dalle priorità israeliane, “è stato condotto sostanzialmente nell’interesse di Israele”. Il punto di Kagan ha la sua forza, soprattutto alla luce della presunta dottrina di Trump sulla priorità dell’emisfero occidentale, e certo la potenza di fuoco della Repubblica islamica non minaccia il Kansas. Ma il potere americano dal 1945, come dice lo stesso Kagan, è sempre stato organizzato attorno a qualcosa di più grande: un Iran sulla soglia nucleare, con una rete di gruppi terroristici alleati dal Mediterraneo al Mar Rosso, con ambizioni missilistiche intercontinentali e la strategia di bloccare uno dei corridoi energetici più critici del pianeta, costituiva, nell’ottica dell’Amministrazione, una sfida alla non proliferazione e alla sicurezza energetica di ogni alleato americano. La guerra può essere in primo luogo nell’interesse di Israele, ma questo non significa che serva soltanto l’interesse di Israele.
Secondo Kagan è importante considerare anche i segnali arrivati ai principali avversari dell’America – segnali che, sostiene, non favoriscono nessuno a Washington. “I cinesi hanno notato che per combattere questa guerra gli Stati Uniti hanno sguarnito il Pacifico occidentale di forze consistenti. Le unità di spedizione della Marina che Washington ha inviato nel Golfo Persico avevano in Asia orientale il compito preciso di rispondere a un eventuale attacco cinese a Taiwan”, osserva. “Qualsiasi eventuale missione riguardo la Cina, in ogni scenario taiwanese, richiederà che le navi americane attraversino spazi fortemente presidiati, esposte a fuoco nemico molto più sofisticato e molto più abbondante di quello iraniano. Dopotutto, stiamo parlando di un Iran indebolito e decimato che riesce comunque a causare danni significativi nella regione. Quale lezione ne hanno tratto i cinesi?”. Eppure esiste anche un’interpretazione diversa: per due decenni il potere americano è apparso trattenuto, con il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan, con l’approccio incrementale all’Ucraina e un sostegno che non è mai arrivato a soddisfare le richieste effettive di quella difesa. Per quanto i costi della campagna contro l’Iran siano alti, i bombardamenti hanno dimostrato che gli Stati Uniti sono ancora disposti a usare la forza in modo risolutivo. Kagan non è convinto: i costi per Washington, sostiene, hanno superato i benefici. E un altro attore che trae vantaggio da questa campagna, assieme alla Cina, è la Russia. “Credete che oggi Vladimir Putin abbia più paura degli Stati Uniti rispetto a ieri? La guerra ha aiutato la Russia e danneggiato l’Ucraina – dice – ha fornito decine di miliardi di dollari di entrate petrolifere a Putin in un momento in cui l’economia russa era sotto forte pressione. Al tempo stesso, ha consumato le scorte, già relativamente limitate, di intercettori Patriot e di altri sistemi di difesa di cui l’Ucraina ha bisogno per proteggersi”.
Un’altra vittima geopolitica di questa guerra, per Kagan, è la relazione transatlantica. In “Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale”, il suo celebre saggio del 2003, Kagan sosteneva che americani ed europei abitano mondi diversi: gli americani vivono in un ordine hobbesiano in cui la forza militare resta centrale, gli europei in uno kantiano plasmato dal diritto e dalla diplomazia, reso possibile dall’ombrello di sicurezza americano. Marte e Venere, due visioni spesso in scontro, ma l’ordine sottostante c’era, reggeva. “Quel sistema si fondava su un livello quasi miracoloso di fiducia da parte degli alleati americani, sulla certezza che gli Stati Uniti sarebbero sempre stati al loro fianco e non avrebbero usato il proprio potere per approfittarsi di loro. Era un grande patto, e quel patto è screditato – dice – La guerra ha insieme rivelato e aggravato il baratro che si è aperto tra gli Stati Uniti e l’Europa. E’ evidente che, nel pianificarla, gli americani non avevano considerato le ripercussioni sul continente europeo. Certamente non li hanno consultati, gli europei, nemmeno Giorgia Meloni, la buona amica di Trump”. Secondo Kagan sta accadendo una cosa sconvolgente di cui molti, soprattutto negli Stati Uniti, non hanno contezza: “Il popolo americano ha votato per Donald Trump due volte e il Partito cemocratico non è certo quello di Dean Acheson e Harry Truman. Non vedo nessuno che stia sottolineando come, tra le cose gravi che stanno accadendo, ci sia il fatto che stiamo sostanzialmente abbandonando la nostra relazione di sicurezza con l’Europa. Non è affatto scontato che si possa semplicemente tornare indietro come se niente fosse”.
Gli europei si trovano di fronte a una scelta: “Possono lasciare che la Russia ristabilisca la propria posizione, sul modello della guerra fredda o dell’impero zarista, oppure possono resistere”. Ma il riarmo porta con sé i propri pericoli. Qualsiasi seria ricostruzione militare europea sarà inevitabilmente guidata dalla Germania, e Kagan sente l’eco di quelle ansie che avevano portato alla creazione di un ordine post bellico concepito proprio per contenerle. “Noi americani diamo per scontata la permanenza dell’armonia europea, ma la realtà è più complicata. C’è da sempre un certo sospetto nei confronti di un eccessivo potere tedesco”. Se il quadro atlantico si dissolve, la questione tedesca ritorna, e con essa lo spettro di una corsa agli armamenti sul continente. “Se l’AfD vince in Germania, se la destra vince in Francia, se la destra vince nel Regno Unito, ci troveremo di fronte a movimenti nazionalisti, non paneuropei. Ci saranno vere forze centrifughe che spingeranno l’Europa verso la frammentazione”.
L’impegno americano aveva cominciato a erodersi prima di Trump. Washington ha permesso agli alleati di sfruttare le sue garanzie di sicurezza senza contribuire adeguatamente alla difesa per trent’anni, ha guardato l’Europa rendersi dipendente dal gas e dal petrolio russo, e ha lasciato che l’Iran costruisse un impero di proxy. Il risultato è un ordine che si è svuotato dall’interno. “Trump ha dimostrato che gli Stati Uniti dispongono ancora di un potere enorme, se scelgono di esercitarlo, ma la domanda è: esercitarlo in nome di cosa?”. Kagan pensa che la risposta sia stata chiara per ottant’anni: esercitarlo come guida di un ordine basato su alleanze, dalla Nato all’Asia orientale, “non era la soluzione ideale, aveva i suoi costi, i suoi rischi, le sue poste in gioco. Ma nel mondo reale, penso che fosse una buona soluzione”. La guerra contro l’Iran non offre risposte definitive, non si sa se ci sarà un miglioramento per gli Stati Uniti, per la comunità occidentale e soprattutto per il popolo iraniano. Se il regime sopravvive, indebolito ma intatto, la guerra potrebbe assomigliare ad altri conflitti mediorientali, con spostamenti temporanei negli equilibri regionali. Se invece conduce a cambiamenti interni all’Iran, potrebbe essere un punto di svolta. “Non esistono soluzioni ultime”, conclude Kagan, “esistono situazioni migliori o peggiori”.
Ani Chkhikvadze è una giornalista georgiana di base a Washington che si occupa di politica estera americana, sicurezza europea e relazioni internazionali.