Un giorno del febbraio del 1997, i bulgari si sono svegliati e hanno scoperto che i loro risparmi non valevano più nulla. Da un giorno all’altro, l’iperinflazione era accelerata al 242 per cento al mese. Il lev, la valuta bulgara, era sceso da 70 per dollaro nell’autunno del 1996 a oltre tremila entro il nuovo anno. Nove banche bulgare erano collassate il settembre precedente e si erano viste scene da Venerdì nero americano: i risparmiatori che vogliono prelevare il loro soldi sono tenuti a forza fuori dagli istituti finanziari. Nel giro di pochi giorni, i benzinai erano con i serbatoi vuoti e i supermercati erano diventati negozi di lusso: non ci si poteva permettere più nulla. A gennaio, mentre l’inflazione mensile raggiungeva livelli mai visti in Europa dai tempi della Germania di Weimar, i manifestanti presero d’assalto il palazzo del Parlamento a Sofia, cadde il governo, la nazione era sull’orlo della dissoluzione. Nei ricordi, i bulgari considerano il 1997 il loro anno zero: c’era stato il 1989 naturalmente, e la caduta del comunismo, ma nel 1997 la scelta era tra caos e disciplina nazionale, una prova di responsabilità. La Bulgaria scelse la seconda, il primo luglio del 1997 il governo di Ivan Kostov agganciò il lev al marco tedesco e tolse alla Banca centrale bulgara la possibilità di stampare moneta per salvare le banche in difficoltà. Non si trattava di misure temporanee, ma come dicono orgogliosi i bulgari, fu come prepararsi all’euro quando ancora l’euro non esisteva. E’ per questo che aspettano il primo gennaio, quando la Bulgaria diventerà il 21esimo paese dell’Eurozona, come il traguardo di una maratona durata trent’anni, sventolando dati economici che fanno invidia a tanti altri paesi europei in cui c’è l’euro, come il debito al 23 per cento del pil. Ma sanno benissimo che negli ultimi anni la Bulgaria è stata famosa per ragioni molto diverse: perché è il secondo paese più povero dell’Ue (il primo è la Moldavia) e perché negli ultimi quattro anni s’è data al caos.
Quattro anni di instabilità
La crisi politica della Bulgaria è iniziata nel 2021, quando una serie di proteste di massa contro la corruzione hanno portato alla fine del terzo governo di Boyko Borisov, leader di Gerb (acronimo di Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria), partito di centrodestra che fa parte del Partito popolare europeo. Appassionato di karate – è stato anche l’allenatore della squadra nazionale – Borisov ha lavorato a lungo al ministero dell’Interno, è stato sindaco di Sofia e ha guidato il paese dal 2009 al 2013 e poi di nuovo dal 2017 fino al fatidico 2021. Le accuse di corruzione hanno scandito la sua premiership e poi si sono sfogate quando il mandato è finito, e nel 2022 è stato accusato di estorsione e di appropriazione indebita di fondi europei. Le foto di Borisov mezzo nudo a letto con il comodino pieno di banconote da 500 euro, lingotti d’oro e una pistola portarono a un’ondata di manifestazioni che chiedevano le dimissioni del premier e nuovi leader in grado di scardinare il controllo che Borisov esercitava sul sistema legislativo e giudiziario. Ma questi leader non c’erano o non avevano la forza di imporsi, così nel giro di quattro anni i bulgari sono andati a votare sette volte: tanto ci è voluto per fare i conti con Borisov. L’ultimo giro, nell’ottobre del 2024, ha portato a gennaio di quest’anno alla nomina come primo ministro di Rosen Zhelyazkov, che è del partito di Borisov e che ha lavorato nei suoi governi, come ministro dei Trasporti ma anche come segretario degli Affari ministeriali, una carica che è alla base di molte critiche nei suoi confronti, perché legata al funzionamento – quindi ai fondi – dell’amministrazione governativa. Questi sono giorni molto difficili per lui: in seguito alla presentazione del nuovo budget, il 27 novembre sono ricominciate le proteste: quella sera, i manifestanti hanno fatto una catena umana attorno al Parlamento, e al grido “Continuiamo il cambiamento della Bulgaria” e “Bulgaria democratica” si sono scontrati con la polizia. Con questa legge di bilancio, la spesa pubblica arriverà al 46 per cento del pil e sarà finanziata con un innalzamento delle tasse per aziende e individui, con un ingrossamento del debito che preoccupa moltissimo gli economisti e chi finora è stato tanto orgoglioso dei passi fatti per presentarsi all’ingresso nell’Eurozona con i compiti fatti.
L’uomo delle armi
Con tanta instabilità politica, la Bulgaria è spesso stata l’osservato speciale. Un voto dopo l’altro si è temuto che Sofia potesse diventare uno dei tunnel putiniani per arrivare al cuore dell’Europa e neutralizzare il sostegno all’Ucraina. Invece ha continuato a fare il suo lavoro, con una politica traballante e la sfiducia dei suoi cittadini che l’ultima volta sono scesi in piazza contro la legge di bilancio, ha rifornito, spesso in segreto, di armi l’Ucraina, anche perché ha una notevole industria bellica e un uomo che pur non ammettendolo ha iniziato ad aiutare Kyiv ben prima del 24 febbraio del 2022, giorno di inizio dell’invasione russa su larga scala. Emilian Gebrev è un imprenditore bulgaro che si occupa di armamenti, è conosciuto per diversi motivi, e sebbene lui avrebbe preferito continuare a svolgere il suo lavoro senza troppo clamore, è stata la Russia a renderlo noto. Gebrev subì un tentativo di avvelenamento: era il 2015, l’imprenditore era a cena in un hotel di lusso di Sofia e iniziò ad avere allucinazioni, conati di vomito, dolori e finì in coma. Erano gli stessi sintomi che qualche anno dopo denunciarono l’ex spia del Gru, l’intelligence militare russa, Sergej Skripal, e l’oppositore del Cremlino, Alexei Navalny: tutti erano venuti in contatto con un potente agente nervino, il Novichok, prodotto nei laboratori di Mosca. Gebrev si salvò, con lui furono avvelenati suo figlio e il direttore della sua azienda, tutti e tre in posti diversi, gli agenti russi li avevano seguiti ed erano stati in grado di colpire. Il motivo di questi tentativi di omicidio non riguardava l’agenzia di spionaggio Gru, come nel caso di Skripal, e non riguardava neppure l’opposizione al regime di Putin, come nel caso di Navalny, ma era legato all’Ucraina e all’attività di Gebrev nel rifornire Kyiv per resistere all’invasione già iniziata nel 2014. Gebrev era un uomo che per Mosca andava fermato, gli uomini dell’Unità 29155 del Gru che portavano il Novichok in giro per l’Europa avevano già tentato di colpirlo in altro modo, facendo esplodere un deposito di armi in Repubblica ceca, a Verbetice. Nel deposito c’era un carico di munizioni già pagato da Gebrev che poteva avere due destinazioni: l’Ucraina o i gruppi siriani che combattevano contro il dittatore Bashar el Assad. Nel 2022, quando ormai l’invasione di Putin era diventata totale, un deposito di armi è esploso a Karnobat, in Bulgaria. Lo stabilimento era sempre di proprietà di Gebrev.
Il mare condiviso
Se la minaccia russa è un argomento tanto vicino ai bulgari è anche una questione di posizione e di quel mare chiuso condiviso da sei nazioni che da dodici anni sentono la guerra sempre più vicina. La costa della Bulgaria si affaccia sul Mar Nero, la guerra non è soltanto raccontata, è percepita. Sofia ha dovuto cambiare il suo approccio alla sicurezza pur contando su capacità navali limitate e datate. Il grosso del sostegno viene dall’Alleanza atlantica, che ha favorito la creazione di un Comando regionale di forze bulgare e romene – Bulgaria e Romania affrontano la stessa minaccia e condividono lo stesso mare. In Bulgaria è stazionato un contingente Nato multinazionale a guida italiana e per il paese la questione non è soltanto militare, ma anche economica. Sofia guarda la guerra e, dove aveva un mare che le forniva commerci e possibilità energetiche, adesso ha sempre di più un muro. Nonostante le difficoltà politiche si sta impegnando ad aumentare la spesa per la difesa, consapevole che Mosca non ha smesso di considerarla fra i più penetrabili dei membri dell’Unione europea, euro o no.