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La sedia giusta per Kaja Kallas

L’Europa deve diventare un “beacon of freedom”, un faro, un simbolo della libertà, ripete Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, ora che gli Stati Uniti di Donald Trump hanno abdicato a questo ruolo, chiudono emittenti radio e tv, sospendono gli aiuti internazionali, si ripiegano su loro stessi, in un momento in cui sarebbe necessario, al contrario, urlare al mondo che l’occidente rappresenta un rifugio libero dalla violenza dei regimi. Kallas, ex premier estone dalle idee molto chiare, si batte da sempre per rendere più luminoso e riconoscibile il faro europeo, questa ambizione è scritta nella sua storia personale e in quella del suo paese, l’Estonia che condivide un confine accidentato con la Russia e che ha subìto l’occupazione sovietica. Nessuno ha mai messo in discussione l’abilità di Kallas e il suo limpido sostegno all’Ucraina contro l’aggressione di Vladimir Putin, ma da quando l’ex premier è diventata il capo della diplomazia europea e non più un fiero primo ministro dell’Ue, la sua leadership brilla di meno, funziona di meno. Com’è possibile?

L’aria di famiglia

Kaja Kallas è sempre stata più popolare all’estero che in Estonia, ma ha reso enorme, per determinazione, impegno, solidarietà, questo piccolo paese che è grande quasi il doppio della Lombardia. Nel gennaio del 2022, quando mezzo mondo diceva che americani e inglesi erano isterici e inutilmente allarmisti nei confronti di Vladimir Putin che aveva ammassato migliaia di truppe al confine con l’Ucraina, il governo di Kallas aveva già inviato armi a Kyiv. Lei ha raccontato che per l’Estonia, come per tutti i paesi Baltici, quell’invio era una questione di coerenza: la Russia è pericolosa, il fronte est della Nato va rafforzato. Raccontando la deportazione di sua nonna e di sua madre, allora una bambina, in Siberia, il freddo e la fame e la violenza del regime sovietico,  Kallas ha definito la sua leadership e quella dell’Estonia: “I miei nonni hanno vissuto cose terribili e mi hanno insegnato che è sempre importante festeggiare il fatto di essere vivi”. In casa – suo nonno materno Eduard era stato tra i fondatori della Repubblica di Estonia dopo la Prima guerra mondiale e suo padre, Siim Kallas, è stato uno dei costruttori dell’indipendenza estone, ex premier ed ex governatore della Banca centrale – Kallas ha imparato due altre cose: si deve dare il meglio di sé durante i tempi più duri e si può gestire qualsiasi cosa, anche la più brutale, quando si hanno le idee a posto e gli obiettivi chiari. Questa lezione di una vita però, nei gangli dell’Ue, non vale del tutto e rischia di rimanere impigliata, alla ricerca di scorciatoie nel complesso meccanismo delle decisioni europee.

Il primo errore visibile

La contestazione nei confronti di Kallas da parte dei paesi europei è iniziata a marzo e ha a che fare con l’Ucraina e anche, inevitabilmente, con l’America. Trump ha stravolto il paradigma di fondo della difesa occidentale dell’Ucraina e cioè: respingere l’aggressione russa è indispensabile per mantenere la sicurezza – e la libertà – non soltanto dell’Ucraina, ma di tutta l’Europa. Il presidente americano ha messo in discussione persino il fatto che l’aggressore sia – è – la Russia, ha svilito la leadership del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha insinuato che sono stati gli alleati europei di Kyiv, assieme all’ex presidente americano Joe Biden, a voler continuare una guerra che non si può vincere, perché la Russia è “venti volte” più forte. Soprattutto ha ridotto il conflitto a una mera questione territoriale, avvilendo la questione fondamentale della lotta per la libertà contro le tirannie violente, e dicendo quindi agli europei: occupatevene voi, è il vostro continente, è la vostra terra, è la vostra sicurezza. Di fronte a questo ritiro, l’Ue ha ridisegnato persino i suoi confini politici, ha costruito una coalizione di volenterosi che si nutre dell’appoggio e dello slancio di paesi che non stanno nell’Unione, come il Regno Unito e il Canada, e sta cercando il modo di salvare l’Ucraina e quindi il futuro stesso dell’Europa. Kallas ha proposto un piano d’aiuto a Kyiv che, nei suoi progetti iniziali, valeva dai 20 ai 40 miliardi di euro per puntellare velocemente la difesa ucraina – l’urgenza è un altro tratto della retorica dell’Alto rappresentante che comprende benissimo, a differenza di altri, che il rallentamento del sostegno agli ucraini si misura in numeri di morti prima ancora che di territori perduti – e che si fondava sulla solidarietà tra paesi europei: i contributi finanziari o in natura erano ripartiti sulla base del Reddito nazionale lordo, che è quello che si utilizza nel budget comunitario e che prevede che le economie più grandi paghino di più. L’iniziativa non è piaciuta, ci sono state molte critiche, nel giro di pochi giorni l’entità dell’aiuto è passato da 40 miliardi a 5 e si è sparsa la voce che l’Alto rappresentante non ci sapesse per nulla fare nel suo nuovo incarico: un conto è essere il premier di un piccolo paese battagliero, un altro è lavorare con ventisette paesi, confrontarsi, smussare gli spigoli, persuadere gli scettici. E’ un altro mestiere.

L’entità della minaccia

Oltre agli errori di metodo – poco confronto, riunioni ristrette con i paesi più affini, quelli del nord-est europeo—Kallas si è trovata nel cono d’ombra più scuro del dibattito europeo sulla difesa dell’Ucraina: i gradi diversi di percezione della minaccia russa. La variabile geografica, per quanto ininfluente nel momento in cui si parla di valori, ha un suo peso: chi è più vicino alla Russia, chi ha subìto l’occupazione sovietica, chi vede nei propri cieli o nei propri mari gli sconfinamenti degli aerei da guerra russi o le azioni di sabotaggio ascrivibili ai russi sente maggiormente l’urgenza di una difesa collettiva attiva e determinata. C’è l’eccezione dell’Ungheria, naturalmente, ma l’arrivo di Trump e il suo liquidare il conflitto in Ucraina a una faccenda europea ha contributo a dare forza alla variabile geografica. Alla quale si sommano anche altre questioni, come le dinamiche politiche interne a ogni paese e la presenza di partiti e movimenti che non considerano la Russia un nemico e anzi considerano un errore – economico principalmente, ma non solo – l’isolamento russo. E di certo anche il disimpegno americano che implica un maggior coinvolgimento europeo nella difesa che molti paesi non sono pronti ad accettare. Questo cono d’ombra è deleterio per l’unità europea: se la minaccia non è condivisa, se chi crede che Putin non si fermerà all’Ucraina (tantomeno a un pezzo di Ucraina) è considerato un isterico guerrafondaio, non ci può essere una (necessaria) risposta collettiva.

Il metodo

C’è poi il fatto che il compito di Kallas è quello di trovare un compromesso che vada bene per tutti i paesi dell’Ue. Molti, nei palazzi europei, bisbigliano che per l’ex premier estone la guerra alla Russia è una questione personale e che questo la rende una mediatrice mediocre. L’Alto rappresentante non si muove bene nei consessi in cui si decide la politica collettiva, come il Coreper, l’organismo che prepara i consigli Affari esteri e i vertici dei capi di stato e di governo, e secondo alcuni non ha consiglieri consapevoli del fatto che senza una mediazione forte non è possibile gestire la diplomazia dell’Ue. Ancora una volta, la variabile geografica condiziona le reazioni nei confronti di Kallas: alla Conferenza di Monaco a febbraio, durante la quale il vicepresidente americano J. D. Vance esplicitò la distanza che oggi esiste tra l’Europa e gli Stati Uniti picconando la relazione transatlantica, l’Alto rappresentate convocò una riunione informale di ministri degli Esteri europei per discutere di questo cambiamento epocale, ma si presentarono soltanto otto paesi, sempre i soliti, quelli del nord e dell’est europeo. Sembra che Kallas faccia fatica a creare il dialogo con i paesi del sud e dell’ovest del continente europeo, come se parlasse una lingua differente (i riluttanti se ne approfittano anche un po’ e accusarla di essere troppo coinvolta, poco mediatrice, esponente di un paese fortemente connotato per la sua posizione e la sua storia diventa sovente una scusa da parte di chi preferisce continuare a sminuire la minaccia). Un articolo pubblicato dalla Faz tedesca segnalava anche che Kallas avesse cambiato i funzionari del Servizio di azione esterna, di fatto il corpo diplomatico europeo, sottraendo potere, cioè presenza, ai paesi del sud e dell’ovest, restringendo al contempo le consultazioni, come se si fidasse soltanto di una piccola parte degli oltre cinquemila funzionari che costituiscono il Servizio.

Lo zampino della presidente

Quando Ursula von der Leyen ha formato la sua nuova Commissione europea per il secondo mandato, nel dicembre dello scorso anno, ha sottratto una serie di competenze al Servizio di azione esterna, istituendo una nuova direzione generale per il Mediterraneo, che si estende fino al Golfo Persico, e nominando per la prima volta un commissario alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius, che si occupa della politica industriale relativa alla difesa. Però nel Libro Bianco futuro della difesa europea presentato da von der Leyen, non c’è alcun riferimento agli Eurobond proposti da Kallas come strumento finanziario per il riarmo europeo né del fondo da 100 miliardi di euro di sovvenzioni che l’ex premier estone aveva sostenuto. C’è però un accenno al fatto che sia la Commissione a diventare la centrale di acquisto di armi per gli stati membri, ma questo ruolo è già svolto dall’Agenzia europea per la difesa sotto la direzione del Servizio di azione esterna e degli stati membri. Kallas ha quindi dovuto sottolineare che l’Agenzia europea per la difesa resterà l’unico organismo incaricato degli acquisti comuni. Durante le discussioni sugli aiuti voluti da Kallas per aiutare l’Ucraina – rapidamente ridotti – von der Leyen ha, a sorpresa, annunciato la creazione di una task force per coordinare le forniture di aiuti militari a Kyiv degli stati membri e dell’Ue. Ancora una volta il Servizio europeo di azione esterna si è trovato a dover sottolineare che gli aiuti all’Ucraina continueranno a essere gestiti dagli organismi legati al Comando militare dell’Ue sotto la direzione di Kallas e degli stati membri. I malevoli vedono nelle azioni della presidente della Commissione un continuo accentramento dei poteri a discapito dei commissari e anche dell’Alto rappresentante: è il metodo che von der Leyen aveva utilizzato anche durante il suo primo mandato, costellato di piccole e grandi faide con il resto del suo esecutivo. I benevoli dicono che si tratta di una fase di assestamento e che l’obiettivo dell’unità resti prioritario. La Commissione europea si ritrova tutto d’un colpo a dover costruire una nuova politica estera e di difesa mentre Putin continua – anzi aumenta – l’aggressione all’Ucraina e una nuova politica commerciale di fronte ai dazi di Trump.

Kaja Kallas forse nel suo nuovo incarico vedeva la possibilità di costruire un’Europa pronta a tutto, battagliera, sicura e invece si è trovata nel grigiore di un ruolo che, chissà, magari sarà lei a rivoluzionare. Non soltanto Kallas, è l’Ue intera che insomma deve imparare tutto un altro mestiere. Armarsi, difendersi dall’aggressione della Russia, imparare a gestire la solitudine dopo il ritiro – e l’ostilità – degli Stati Uniti. Soprattutto abbandonare tutte le illusioni che si sono radicate in ottant’anni di alleanza con l’America e in trentacinque anni di trasformazione del rapporto con la Russia. Ci vuole coraggio e fantasia, oltre che la collaborazione di tutti, per far risplendere il faro europeo della libertà e illuminare chi è finito al buio, o ci si è nascosto.

Gli euroscettici non hanno mai smesso di lottare per farci uscire. Ora, armati delle prove dei danni subiti e di una visione migliore di ciò che potrebbe essere, in un mondo dove le alleanze saranno essenziali per tutti i paesi, grandi e piccoli, dobbiamo lottare per riportarci dove dovremmo essere: leader in Europa.