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Lezioni dal passato

La trappola dell’illusione nella Russia post sovietica. Il caso Memorial

di Anna Schor-Tschudnowskaja, sociologa e psicologa
Giacca per prigionieri del Gulag in mostra al Museo della Storia del Gulag a Mosca, Russia, 21 maggio 2018. (Foto di Celestino Arce/NurPhoto via Getty Images)

Nel corso della grande guerra della Russia contro l’Ucraina accadono tante piccole cose che difficilmente trovano spazio nei media, ma che sono rilevanti. Nel febbraio scorso, è diventato ufficiale il fatto che il Museo della storia del gulag di Mosca verrà chiuso definitivamente. Nel novembre del 2024 si era parlato di una chiusura temporanea, giustificata da  ragioni tecniche, ma già allora era sembrata una cosa poco credibile. Inaugurato nel 2001, questo museo era stato una conquista per il movimento antistalinista degli ultimi anni sovietici e dei primi anni della Russia post sovietica sotto la presidenza di Boris Eltsin. La politica di restalinizzazione perseguita ormai da tempo dall’attuale governo di Vladimir Putin, al potere dal 1999, ha portato non soltanto allo smantellamento – “liquidazione”, come recita il russo burocratico – della nota ong Memorial nel 2021-22, ma anche alla fine del più importante museo pubblico dedicato al terrore di stato nell’Urss. E non è più inimmaginabile che presto la semplice menzione del gulag e delle sue vittime diventi in Russia un’attività indesiderata o punibile, in quanto “infangherebbe” la storia del paese. Come si è arrivati a questo punto?

La svolta della Russia post sovietica verso una dittatura consolidata – inattesa per molti osservatori – resterà a lungo oggetto di numerose analisi. Un contributo prezioso è offerto da un libro del giovane storico moscovita Sergei Bondarenko, che esamina questa deriva politica in relazione al fallimento della ong Memorial, diventata nota in tutto il mondo prima come organizzazione sovietica, poi russa e infine internazionale. La società internazionale Memorial nacque nel 1992, ma come movimento informale sovietico esisteva già dal 1987. Si dedicava in via prioritaria all’elaborazione storica e morale del terrore di stato nell’Unione sovietica; i due obiettivi principali erano, da un lato, rintracciare il maggior numero possibile di vittime e, dall’altro, comprendere meglio i meccanismi del terrore. Memorial è riuscita ad assolvere i suoi compiti soltanto in parte, ma ha fornito risultati pionieristici in Russia. Tra questi spicca la banca dati “Vittime del terrore politico nell’Urss”, che contiene informazioni su oltre tre milioni di vittime – tra il 10 e il 60 per cento, secondo varie stime, di tutte le persone colpite dalla repressione del regime sovietico.

Il libro di Bondarenko – che si intitola “Perduti nella memoria. La società Memorial e la lotta per il passato in Russia”, è stato pubblicato nel 2025 fuori dalla Russia ed è in procinto di uscire anche in inglese e in italiano – indaga come un movimento sociale spontaneo e inizialmente di massa si sia trasformato in un gruppo marginalizzato e perseguitato, il cui nucleo è stato infine costretto a lasciare la Russia. Bondarenko ricorda che alla fine dell’epoca sovietica milioni di cittadini sapevano poco o nulla di ciò che era accaduto ai loro familiari finiti negli ingranaggi del gulag. La politica riformista della Perestrojka (1985-1991) aveva dato finalmente la possibilità di parlare in pubblico di questa ignoranza. Ed era stato proprio il desiderio di far luce sul destino delle persone scomparse nei gulag a spingere le forze nella società russa alle quali Memorial deve la propria nascita. Quasi quarant’anni dopo, si può però affermare che tutte le informazioni sulle vittime del terrore di stato sovietico e sui loro destini nei gulag non hanno impedito che in Russia si instaurasse nuovamente un regime del terrore. Bondarenko si pone perciò un’ulteriore e assai dolorosa domanda: qual è stato il ruolo di Memorial? Non si può che concordare con Bondarenko – che ha trascorso molti anni prima come giovane tirocinante e poi come collaboratore di Memorial – quando afferma che “oggi, studiando la storia del terrore di stato, si deve studiare la storia di Memorial”, poiché il fallimento di questa ong è diventato esso stesso un capitolo importante nella storia del terrore di stato in Russia.

Nel suo saggio scritto con affetto e rispetto per i colleghi più anziani, Bondarenko ricostruisce le trappole politiche e morali in cui sono caduti gli attivisti di Memorial. Uno dei punti più interessanti è proprio il rapporto con lo stato che si è rivelato fatale per Memorial: paradossalmente, proprio lo stato – nel tentativo di fare i conti con il terrore di Stato – fu considerato un partner adeguato, o addirittura necessario; o meglio: fu scambiato per tale. Bondarenko cerca di spiegare questo paradosso con il fatto che una lustrazione dibattuta negli anni Novanta ma mai realizzata, così come una condanna del Comitato per la sicurezza dello stato sovietico (il Kgb) – sciolto alla fine del 1991 e suddiviso in vari servizi segreti – come organo del terrore di stato, risultavano sospette agli attivisti di Memorial: la maggior parte di loro la considerava una continuazione della discrezionalità politica e pertanto rifiutò tali strumenti nella propria lotta per fare i conti con il passato sovietico. Al contrario, puntarono a lungo sulla ragionevolezza del nuovo stato post sovietico, credendo nella sua volontà di rompere con il passato.

In vari punti del suo libro Bondarenko torna sulla fiducia ingenua di Memorial nell’idea che il proprio stato non potesse essere del tutto corrotto. Bondarenko descrive così la mentalità predominante all’interno dell’organizzazione: “Le leggi erano cattive, ma erano pur sempre leggi vigenti. Il sistema era stato certo snaturato, ma ora in qualche modo corretto, il che giustificava la sua conservazione. Il terrore era stato un errore e un crimine, ma c’erano pur sempre dei veri ‘nemici’. Dovevano esserci per forza. O no?”. Paradossalmente, fu proprio una specie di senso patriottico di appartenenza allo stato a rendere impossibile a Memorial di voltargli le spalle e di guidare la battaglia per l’elaborazione del terrore di stato contro quello stato, non con esso. Gli attivisti di Memorial si erano immersi negli archivi sovietici e avevano ottenuto l’accesso a innumerevoli documenti, artefatti e testimonianze dirette. Avrebbero dunque dovuto sapere quanto fosse menzognero il sistema sovietico e che il suo carattere terroristico si fondava su molteplici forme di inganno. Memorial sognava uno stato diverso, che non facesse più ricorso a un elaborato sistema di bugie e manipolazione. Quel sogno l’accecò a tal punto che alla fine ne divenne essa stessa vittima.

Lo “stalinismo” come fenomeno è molto più complesso della biografia politica di Stalin e non si esaurisce nel periodo del suo potere (1923-1953). Il terrore è inconcepibile su più livelli, e questa è una delle sue armi più efficaci: il suo carattere incomprensibile ha lasciato tracce notevoli nella coscienza della Russia. Questo non-senso continua anche oggi, sia pure in una forma nuova. E il mandato che Memorial si era autoassegnato rimane perciò di stringente attualità, in un paese che, come scrive Bondarenko, “non ha ancora nemmeno cominciato a confrontarsi seriamente con la propria destalinizzazione”.

 

Anna Schor-Tschudnowskaja, sociologa e psicologa, insegna presso la facoltà di Psicologia dell’Università Sigmund Freud a Vienna.