Parliamo di giovane cinema europeo, sì, ma prima stabiliamo qual è l’età media per definirsi giovani registi europei. In Italia, se prendiamo a campione il David di Donatello per il miglior esordio alla regia, ebbene quest’anno l’ha meritatamente vinto Margherita Vicario, che di anni ne ha 37. Gloria! è un appassionato e appassionante debutto senza tempo e senza età, ma l’età della sua autrice è nella media, direi a occhio, degli esordienti nostrani.
In Europa, dove vigono leggi che proteggono di più i giovani registi (giovani quanto?, ora ci arrivo), specialmente per certe cinematografie di certi paesi, si debutta forse prima ma mica così tanto, se come metro vogliamo tenere i vari premi locali. Di seguito i maggiori.
Francia: il César per la miglior opera prima quest’anno l’ha vinto il bel Vingt dieux (da noi è uscito a fine giugno con il titolo Tutto in un’estate!, con pure il punto esclamativo anche se è una storia di formazione teneramente amara); la sua brava autrice, Louise Courvoisier, di anni ne ha 31. Spagna: il Goya 2025 per l’esordio è andato a Javier Macipe Costa, 37 anni, per La estrella azul, ancora inedito da noi. E poi c’è il premio che vale (dovrebbe valere) per l’Europa intera, cioè l’Efa, assegnato a fine anno. Lo scorso dicembre si è aggiudicato la statuetta per il miglior debutto, lì detto “rivelazione”, l’interessante Armand, uscito anche nelle sale italiane e diretto da Halfdan Ullmann Tøndel, che incidentalmente è nipote di Ingmar Bergman e Liv Ullmann. Ha 35 anni.
Non è dunque un continente per giovani, o almeno per giovanissimi, e dunque dove sono le voci nuove, dove si scovano? Ne scelgo una e torno in Spagna, paese fertile per voci, direttrici, sguardi freschi. In scrittura e in regia. Tolto Pedro, tesoro nazionale e globale, il mio preferito – e il migliore su piazza – è Rodrigo Sorogoyen, una filmografia pazzesca tra cinema (Che Dio ci perdoni, Il regno, Madre, e soprattutto As bestas – La terra della discordia) e serie (Antidisturbios – Unità antisommossa, la più recente Dieci Capodanni). Fa intrattenimento orgogliosamente pop e dentro però ci mette la politica, l’economia, le differenze sociali e culturali che sono la delizia e più che mai la croce dell’Europa (lo scontro tra autoctoni spagnoli e neocoloni francesi ecosostenibili nella Galizia di As bestas: un saggio che dovrebbero studiare nelle commissioni di Bruxelles). Però ha 43 anni, dunque è fuori dai nostri giochi.
L’altra spagnola prodigiosa è Carla Simón, che oggi ha 38 anni, ma che ha esordito quando ne aveva 30, dunque un po’ retroattivamente faccio valere lei, scelgo lei. Il suo primo film, Estate 1993, uscito nel 2017, è una storia di crescita, di famiglia, di luoghi, di memoria. E’ un bellissimo, piccolo film che segnala una voce. Con Alcarràs – L’ultimo raccolto, del 2022, ha vinto l’Orso d’oro a Berlino, cosa che solitamente non tocca ai giovani (aveva, al tempo, 36 anni).
Ricorda Sorogoyen per l’occhio sull’agricoltura e quel che ne resta, la differenza di classe, ma al centro resta più la famiglia che la società (o la famiglia come parte per il tutto che è la società). Alcarràs è un grande film con le radici catalane e con lo spirito però comunitario, se dobbiamo tracciare un collegamento con l’essere europei, col sentirsi europei. Il terzo film, Romería, era in concorso quest’anno a Cannes, ed è un’altra storia che guarda alla periferia, dei luoghi e degli uomini. Una ragazza torna nella provincia in cui è nata per indagare sulla morte del padre per Aids, avvenuta quand’era ragazzina. Recuperate i suoi film.
Scelgo la Spagna perché mi pare, fra tutti i film e i paesi che mi passano davanti (e sono tantissimi), il cinema che ha più senso della comunità, appunto. Che ha l’urgenza di raccontare le sue storie nella Storia, e, là dove è possibile, di inquadrarle dentro il tableau più ampio che sono tutte le province del mondo, con le loro storie tutte diverse e tutte uguali. L’Europa, in fondo, è oggi diventata una provincia del cinema globale, una micro-macro industria fatta di mille industrie, che per risposta al mainstream ha solo la sua arte, anzi il suo artigianato, detto senza retorica, come quello dei contadini di Simón.
Intervisto moltissimi registi e registe, anche giovani, ma mai così giovani da farmi dire: è cambiato tutto, il cinema si è svegliato e ha capito che bisogna spazzare via tutto, rifare tutto. E alla fine a saper raccontare meglio l’Europa, e il suo spirito di comunità sempre possibile e sempre abortita, sono sempre i grandi vecchi. Penso a un solo titolo, magnifico, di ormai parecchi anni fa, era il 2003: Un film parlato di Manoel de Oliveira, all’epoca novantacinquenne (!) e sempre e per sempre il più giovane di tutti. Su una nave da crociera s’incontrano vari passeggeri. Attorno allo stesso tavolo, Catherine Deneuve parla in francese, Stefania Sandrelli in italiano, Irene Papas in greco, il capitano John Malkovich in inglese. Tutti si capiscono. Anche il regista, portoghese, che li dirige in tutte quelle lingue diverse.
Intervisto moltissimi registi e registe, anche giovani, e un anno e qualcosa fa me ne sono trovato di fronte uno che mi pareva decisamente più giovane degli altri. Il film era Toni, en famille (in italiano rititolato Ricomincio da me), me lo raccontavano la protagonista Camille Cottin, la radiosa Andréa di Dix pour cent (Chiami il mio agente!), e appunto il regista, Nathan Ambrosioni. Mi pareva decisamente più giovane degli altri, e infatti di anni ne aveva, all’epoca, 25. Un venticinquenne che gira un film su un’ultraquarantenne, ex promessa del pop che poi ha abbandonato la musica per crescere da sola i suoi cinque figli. “Da grande”, coi figli ormai cresciuti, che farà? Che se lo chieda un ragazzo, di una donna ben più grande di lui, fa pensare: che belle cose possono succedere ancora in Europa, e nel cinema europeo. E poi ti dici: seh, vabbè, ma in Francia è più facile, il cinema è più protetto, e i giovani autori pure. E, guardando il bel cinema degli altri, torni localista, e dunque forse davvero europeo.