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George e i suoi genitori

L’educazione di un principe inglese adolescente, oggi e trent’anni fa

La principessa Charlotte, il principe George del Galles e il principe Louis del Galles durante la parata militare per celebrare l'80° anniversario del VE Day, il 5 maggio 2025 a Londra, in Inghilterra. Il Re e la Regina, insieme ad altri membri della Famiglia Reale, prenderanno parte agli eventi dal 5 all'8 maggio per commemorare l'80° anniversario del VE Day, che segnò la fine della Seconda guerra mondiale in Europa. (Foto di Chris Jackson/Getty Images)

Prince George of Wales (George Alexander Louis), tredici anni, ormai pronto per le scuole superiori e quasi per il regno. E’ il secondo nella linea di successione al trono e a settembre entrerà a Eton. Figlio di William e Catherine, fratello maggiore di Charlotte e Louis, nipote del re. Altro non si sa, sono finiti i tempi dell’inizio, quando con quella faccetta bionda un po’ blasé, a due anni, faceva il giro intero dell’internet sui social, già meme (uno dei primi, per quanto mi ricordi) con la parodia “peasants!” rivolto agli spettatori dei suoi scatti, i cafoni paesani (noi). Finito il gioco delle foto, finito tutto. George è ripiombato nell’ignoto, tranne che per Wimbledon, qualche partita di pallone e le uscite reali in giacchetta e cravatta mignon. Sappiamo che è nato il 22 luglio 2013, sappiamo che si sposta spesso il ciuffo dalla fronte – ha i capelli che aveva il padre da ragazzino. Sappiamo pure che ha l’aria un poco severa, nessuna scanzonatezza, come quella dello zio, per esempio. Questa notazione però a tredici anni può significare essere timidi, annoiati, educati o non significare niente, semplicemente: ho tredici anni. Davvero non se ne ha idea, di chi sia George. Ed è un bene, è possibile che questo sia il risultato vitale ottenuto da William e Catherine come genitori. Ha tredici anni, ecco. William ne aveva tredici quando, nel settembre del 1995, entrò anche lui a Eton. Buona simmetria, anzi impeccabile, sembra scritta dal Lord Chamberlain, stesso collegio, posto nella successione identico, lo stesso (forse) futuro sistemato davanti dritto, non si può deviare. Solo che quel William che arrivò a Eton nel 1995 e il George del 2026 stanno dentro due adolescenze opposte: George è protetto da una famiglia che ha fatto della compostezza un’imposizione maniacale. Kate è la borghese più reale del re, un controllo di sé che – posso dire – quasi non esiste in natura. E’ di specie aliena, la mamma del futuro re. William invece entrava a Eton mentre la sua, di famiglia, si sbriciolava, e non in silenzio, Diana era l’imperatrice tristissima d’Inghilterra. Nel 1995 Carlo e Diana erano separati ma nel modo che si potevano permettere, l’infelicità dei due non era loro, c’era un appalto forzato ai giornali e a tutto il pubblico. Misero i denti, i giornali, apposta per Diana. Poi, stesso anno, la regina avrebbe tirato i fili e spinto verso il divorzio. William era nel suo primo periodo a Eton. In quel periodo si formano tutte le leggende, Diana che diventa Diana, Charles che diventa Charles, e Camilla – e per il figlio non che resti tutta quell’attenzione. La cosa curiosa è che proprio Eton gli servì – il grande baluardo dell’istruzione protocollare e legnosa – e gli fece un bel regalo. Quella specie di anonimato che era l’unica grazia che si poteva ricevere in quegli anni, Tina Brown descrive Eton in “The Palace Papers” come un luogo abbastanza abituato al privilegio saturo che poco si stupiva quindi anche del privilegio estremo (cioè che hai in testa non metaforicamente una corona) “I compagni di scuola di William, abituati a un buon numero di genitori di alto profilo, non erano intimiditi dalla presenza dell’erede al trono in mezzo a loro. Accanto ai figli dell’aristocrazia titolata britannica c’erano ragazzi con borse di studio, eredi di oligarchi stranieri e delle monarchie del Golfo, e figli di persone affermatesi per merito che cercavano nell’Eton College il simbolo definitivo dello status educativo”. Lo potremmo chiamare provincialismo in misura amplificata: insomma se tutti lì dentro sono qualcuno, anche il futuro re può essere soltanto un tredicenne. Sì, più o meno. Perché era nato ed educato non sprovveduto, William, aveva un problema sconosciuto agli altri, doveva capire di chi fidarsi senza il margine d’errore che può concedersi un ragazzino di quell’età. “Oggi sei con me, domani sparli di me” è la comunissima tragedia di crescita, e che però a William non era concessa. Tina Brown individua nel giovane William quella che diventerà la sua caratteristica adulta, ovvero quella che chiama la restrizione preventiva del rischio. “In linea con l’istinto di William per l’autoprotezione, la sua cerchia sociale era cautamente priva di avventure, scelta tra coloro che avrebbero sicuramente mantenuto la discrezione”. I cognomi dei compagnucci garanti erano secolari: van Cutsem, van Straubenzee, Meade. Famiglie note di quel cerchietto minuscolo, l’anello del mondo britannico in cui “amico di famiglia” vuol dire che le famiglie erano amiche prima ancora che nascessero gli amici. Fu questa, forse, una delle prime abilità di William: ridursi il numero delle sorprese. Con Diana che nel frattempo faceva giusto il contrario, Diana era sempre a caccia dello stupore del mondo, era diventata la sua tecnica di sopravvivenza (sopraffina).
Diana cercava per il figlio anche di smontarla, per quel che si poteva, la corona. Era fissata con le folate di normalità nella vita dei bambini perché temeva che il palazzo producesse esseri umani ottusi e che non sapevano confrontarsi con la vita fuori. Tina Brown scrive che “finché non andarono in collegio a Ludgrove, li accompagnava e li andava a prendere alla scuola materna. Lasciava che andassero a giocare a casa dei compagni. Cercava di alleggerire il privilegio reale dei suoi figli mostrando loro come viveva l’altro 99,9 per cento”.
Brown cita Ken Wharfe (ex guardia del corpo di Diana): “La Principessa riteneva che preparare William, e in misura minore Harry, ai loro ruoli pubblici fosse il suo dovere principale”. Iniziativa splendida, poi le cose (storte) presero il sopravvento: il problema di Diana diventò che la mamma e la tragedia personale si sovrapponevano in modo perfetto. E William prese l’onda d’urto, la sua rabbia e il sentirsi sola, poi la relazione furiosa e ricattatoria con la stampa, con la necessità (se voleva restare rilevante, e lo voleva molto) di essere amata da un pubblico sterminato. Trentun anni dopo c’è Kate, come madre. E’ difficile immaginare due persone più diverse di Diana e Kate, anche se la seconda viene spesso strampalatamente paragonata alla prima. Kate non è mai comparsa se non come Kate, un compendio di misura dal vestito all’accento pulito, una perfetta non-catalizzatrice dell’interesse morboso del pubblico. Se riguardo i primi video in cui – stanca e provata – racconta del cancro, con quel filo di voce, ma fermo e di speranza per tutti i malati, c’è da spaventarsi per quanto riesca a mantenere la stessa forma trasparente di personalità. E della Kate privata sappiamo poco quanto sappiamo di George. Kate è presente, ma non c’è mai stato uno spettacolo di maternità, se riesco a spiegare il senso della parola. Le sue sono tenerezze onnipresenti e tutte misurate. E’ lei che scatta le fotografie dei figli, non i fotografi. E per George questa differenza ha contato? L’adolescenza di William era tutta materiale narrativo, quella di George è poverissima in modo deliberato. Certo, tralasciando un dettaglio che a suo modo è comico: tanta cura impiegata per produrre un adolescente normale che di normale non avrà niente.