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Un hub transnazionale di idee

L’Europa ha bisogno della sua università più che mai

di Patrizia Nanz, presidente dell’Istituto Universitario Europeo
La vista dall'Istituto Universitario Europeo

Un fascino leggendario

Molte leggende circondano l’Istituto Universitario Europeo e il suo campus fiorentino. Alcune sono pittoresche, altre più macabre. Si dice che nei giardini di Villa Schifanoia Boccaccio abbia scritto il Decameron, fantasticando di amori proibiti nell’afa estiva. Si narra che, a Villa Salviati, una nobildonna ordinò l’omicidio dell’amante del marito e che la testa mozzata della donna gli fu poi recapitata in un cesto. A Palazzo Buontalenti, un erede dei Medici si sarebbe dedicato all’alchimia, si dice, cercando di realizzare la pietra filosofale.

Leggende affascinanti, enigmatiche, persino inquietanti — ma tutte radicate nella storia. Ecco perché sorprende che The Economist, in un recente profilo, abbia voluto paragonarci a un romanzo fantasy tutto britannico. Il paragone è di certo suggestivo. Accurato? Per nulla. L’IUE che ho l’onore di guidare è, in realtà, una cosa molto seria.

Per chi ci conosce poco: l’Istituto Universitario Europeo fu fondato nel 1972 dagli Stati membri della Comunità Europea come l’unica università creata esplicitamente “per l’Europa”. Nel 1976 accolse i suoi primi 70 ricercatori, molto prima che l’Unione Europea assumesse la forma che conosciamo oggi. Il nostro campus è un’Europa in miniatura, dove studiosi e cittadini si formano liberi da una singola prospettiva nazionale. Concepito accanto ai pilastri politici, economici e giudiziari dell’UE, il nostro Istituto rappresenta un unicum nel panorama accademico: un’organizzazione intergovernativa e allo stesso tempo un’università multinazionale dove l’Europa può riflettere su se stessa e immaginare il proprio futuro. Oggi l’IUE riunisce studiosi, policy-maker e professionisti da tutto il continente e oltre – un vero hub transnazionale di idee e di confronto critico.

Siamo ben consapevoli del fascino e la bellezza del contesto che ci ospita. Ma le università sono luoghi peculiari e affascinanti per altri motivi. Nella loro forma più autentica, esse sono entità molto diverse rispetto a governi, imprese o think tank: non esistono per fornire risposte immediate, né per piegarsi a indicatori di performance o a logiche di mercato. Nelle università le idee innovative circolano come moneta; i giovani si formano nella scienza e si temprano nei classici. Lo studio, la teorizzazione e la ricerca sono spesso un fine in sé – talvolta lontano dall’applicazione immediata, ma essenziale per il progresso a lungo termine delle società.

Oggi, in un momento in cui l’esistenza stessa di molte università in Europa e oltreoceano è minacciata – private di fondi, piegate alla volontà politica, sostituite da scorciatoie professionalizzanti e travolte dall’avanzata inesorabile dell’IA – la difesa della ricerca di base è vitale.

Re-immaginare l’Europa insieme

Qual è la rilevanza di ricerche che non sembrano collegate direttamente a problemi tangibili in un mondo segnato da conflitti e crisi? La domanda è legittima, e una che ci facciamo da tempo; noi, come tutte le altre università. E ci chiediamo: che cosa può offrire l’accademia per affrontare le sfide concrete che l’umanità vive oggi?

Lo studio sui consumi di seta e le pratiche di abbigliamento nella Catalogna tardo-medievale, citato con un certo tono ironico dalla rubrica Charlemagne dell’Economist, ci aiuta a rispondere alla spinosa questione. Lungi dall’essere astratta o vana, questa nostra ricerca rivela una forma precoce di integrazione regionale europea, alimentata dalla mobilità degli artigiani, dalla diffusione della tecnologia e da gusti culturali condivisi dalle élite. Ci ricorda in modo eloquente che l’integrazione spesso non nasce dai trattati, ma da pratiche comuni, scambi economici e aspirazioni culturali. E che perfino la circolazione e il consumo di una singola merce – la seta, in questo caso – possono raccontare e dare forma al tessuto sociale e culturale di un’intera regione.

Negli anni ’50 Jean Monnet, il padre intellettuale dell’UE, individuò nel carbone e nell’acciaio quel “punto preciso da cui tutto il resto dipende”. Credeva che la messa in comune di queste risorse tra Germania e Francia avrebbe potuto incamminare il continente verso unità e prosperità – e aveva ragione. In un certo senso, l’UE esiste grazie a fenomeni simili a quelli analizzati nello studio sulla seta.

Il punto centrale è questo: quando parliamo di carbone e acciaio negli anni ’50, non parliamo solo di una merce o di una tecnologia; parliamo di un motore di trasformazione sociale. Lo stesso valeva per la seta nel Mediterraneo del Quattrocento.

In entrambi i casi i governi seppero coglierne il potenziale trasformativo – economico, politico e culturale – e decisero di incanalarlo. Oggi gli Stati europei dovrebbero arrivare a una simile consapevolezza riguardo alla “merce” che sta trasformando le nostre vite nel XXI secolo: le infrastrutture digitali.

Nell’attuale contesto, le infrastrutture digitali non sono solo tecnologie, ma strumenti di trasformazione sociale. Il controllo politico e democratico su queste tecnologie – ciò che chiamiamo “sovranità digitale” – è il prerequisito per competitività, sicurezza e resilienza, coesione sociale e governance democratica. L’Intelligenza Artificiale, in particolare, sta ridefinendo economie e rapporti geopolitici – e l’Europa è vulnerabile, mentre Stati Uniti e Cina corrono avanti.

Le istituzioni europee spingono per investimenti in sistemi di IA continentali come leva strategica di competitività, ma Bruxelles non coglie ancora appieno che sviluppare infrastrutture digitali come l’IA non è solo una questione economica. Saperle sviluppare e controllare è un prerequisito per essere “sovrani”: per salvaguardare la capacità dell’Europa di governare secondo i propri termini, per plasmare mercati e istituzioni, per permettere agli europei di decidere come vogliono vivere. Trump lo sa bene, e la Cina altrettanto.

In sintesi, le scienze sociali e umane sono essenziali capire il nesso fra tecnologia e trasformazione sociale. Riconoscendo la tecnologia digitale come il nuovo “carbone e acciaio”, all’IUE sta prendendo forma un hub tecnologico dedicato a definire che cosa significhi, in concreto, sovranità tecnologica europea. Questa nuova iniziativa dell’Istituto analizzerà inoltre come essa si intrecci con altri ambiti politici e getterà le basi per le infrastrutture digitali e per le istituzioni necessarie a crearle, finanziarle e mantenerle. Chissà quali esempi storici sapranno ancora una volta ispirarci!

Oggi l’IUE rafforza il proprio ruolo come comunità aperta e riflessiva, al crocevia critico tra accademia, politica e società, riunendo mondi troppo spesso separati. Non solo per proporre rimedi ai sintomi, ma per soffermarsi sulle cause. Per scavare in profondità, individuare dinamiche e interconnessioni, sviluppare scenari nuovi.

In tutta Europa, i partiti illiberali e anti-UE guadagnano terreno. Questo rende il dibattito – quello fondato su scienza e fatti – ancora più essenziale. La ricerca ci impone di confrontarci con prospettive diverse, comprese quelle illiberali e anti-UE, in modo aperto e critico. L’IUE non è mai stato pensato per sostenere una visione politica – liberale, nazionalista o altra. Il nostro ruolo è metterle alla prova, verificarne le pretese con l’evidenza e la storia, e mostrarne le implicazioni per il futuro dell’Europa. E’ così che si trova un punto d’incontro, o almeno che si comprendono meglio le differenze.

Un’Europa polarizzata ha bisogno di conversazioni fondate sulla scienza per ampliare una comprensione condivisa dei problemi che affronta. Tornando alle tecnologie digitali: prendiamo la sovranità, ad esempio. Questo termine suscita disagio perché rivendicato anche da governi nazionalisti che mettono in discussione l’integrazione europea e le istituzioni dell’UE. Ma se riuscissimo ad articolare cosa potrebbe essere la sovranità europea, come potrebbe servire gli Stati membri e come attuarla in pratica – ad esempio sviluppando un’infrastruttura digitale europea – troveremmo un denominatore comune per un’azione politica coraggiosa e lungimirante.

Il futuro

Questo settembre, il dibattito sullo “Stato dell’Unione” a Strasburgo definirà le priorità dell’Europa di domani, compreso il ruolo della ricerca e dell’innovazione. L’Istituto partecipa attivamente a questa conversazione. Questo dibattito ricorda che le università non sono solo luoghi affascinanti con aule e biblioteche, ma attori strategici per la competitività, la sovranità e l’identità dell’Europa. Conferma ciò che all’IUE sappiamo bene: che l’istruzione superiore è centrale per la resilienza europea — collegando ricerca e pratica, formando cittadini, e offrendo quella leadership intellettuale che ha guidato l’Europa nei suoi momenti più bui.

Il prossimo anno l’IUE celebrerà il suo 50° anniversario. Come l’Europa, siamo in costante trasformazione, difficili da definire e impossibili da replicare. All’inizio del 2025 abbiamo adottato una nuova visione: rimanere fedeli alla missione originaria adattandoci a un mondo trasformato da tecnologia, geopolitica, cambiamenti climatici e demografici, e migrazioni. L’Europa non ha bisogno solo di eserciti, mercati e trattati. Ha bisogno di luoghi che colleghino discipline, settori e generazioni; luoghi dove il futuro possa essere immaginato – e plasmato. E’ per questo che l’Istituto è stato creato. Ed è per questo che, cinquant’anni dopo, continuiamo ad aiutare l’Europa a capire se stessa e ad affrontare il futuro.