L’Amministrazione Trump ha messo in chiaro che considera l’Unione europea – e non i suoi singoli membri – come un nemico ideologico. C’è scritto nella Strategia per la sicurezza nazionale pubblicato alla fine dello scorso anno, lo ha ribadito il segretario di stato, Marco Rubio, durante il suo discorso alla Conferenza di Monaco all’inizio di febbraio, e il fatto che sia stato più pragmatico rispetto al vicepresidente, J. D. Vance, un anno fa non deve alimentare alcuna illusione. Anche perché, proprio durante la Conferenza, Rubio ha annullato l’incontro previsto con gli ucraini e poi è partito per la Slovacchia e l’Ungheria, i paesi che si mettono di traverso sulle politiche dell’Ue, paralizzandola, che puntualmente hanno ripetuto pochi giorni dopo il loro ricatto. Ma i continui attacchi americani, che vanno dalle battaglie culturali a quelle commerciali e naturalmente precipitano nel rapporto con la Russia di Putin, non dovrebbero azzoppare di continuo l’Ue, perché la forza per reagire esiste, bisogna saperla usare.
L’Europa sa che cosa deve fare: rafforzare l’Unione e agire collettivamente. Ciò significa attuare l’agenda Draghi, rafforzare la cooperazione tra le grandi potenze europee in materia di difesa, compreso il Regno Unito, e cooperare strettamente con altre potenze medie che condividono gli stessi princìpi, tra cui il Canada. Trump vuole provocare i paesi su base bilaterale, perché in questo modo il peso degli Stati Uniti risulta schiacciante. L’Europa, quando agisce all’unisono, lo induce a fare marcia indietro, come abbiamo visto con il “momento Groenlandia” a Davos. Due considerazioni ulteriori. In primo luogo, il 2026 sarà l’anno in cui Trump punterà alle normative digitali europee. Bruxelles e le capitali degli stati membri dell’Ue devono opporsi con forza. Il diritto alla privacy e alla protezione dei nostri figli dai predatori online e dalla dipendenza digitale è una questione che i cittadini possono comprendere e che sosterranno. In secondo luogo, l’Ue deve sedersi al tavolo dei negoziati con la Russia e l’Ucraina. Tutti i finanziamenti dell’Ucraina provengono ora dall’Europa. Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, non dovrebbe essere lasciato solo nella sala dei negoziati.
Edward Luce – editorialista del Financial Times da Washington. Il suo ultimo libro è “Zbig: The Life of Zbigniew Brzezinski”
L’idea di un’Europa “debole” deriva principalmente dai meccanismi di potere a livello di Unione europea, più che da una mancanza psicologica di autostima. L’Europa non è uno stato, non può funzionare come tale e non è pronta ad affrontare i cambiamenti istituzionali necessari per parlare con una sola voce. La natura collegiale dell’impresa europea porta a un dibattito costante e spesso mette in luce quelle divisioni che hanno determinato la la reputazione di debolezza. Ma si tratta di un’impressione superficiale e si può sostenere che, al di là del processo decisionale, l’Europa possiede molti punti di forza: un mercato enorme, uno stato di diritto forte, pace e libertà consolidate, democrazia condivisa, un alto livello di sviluppo, una cultura e una civiltà antiche. C’è un modo di dire che fa così: “Quando guardo me stesso, mi dispero; quando mi confronto con gli altri, trovo conforto”. Siamo deboli solo se lasciamo che gli altri pensino e agiscano come se lo fossimo. E se lasciamo che gli altri ci dividano fino al punto di paralizzarci.
Tuttavia, il semplice fatto che ci chiediamo perché appariamo così deboli dimostra che la cosa richieda un intervento. Mi sembra che ci siano due cose facili che possiamo e dobbiamo fare per rafforzare la nostra credibilità: andare avanti, quando possibile, con le “coalizioni dei volenterosi” (un processo già avviato), lasciando indietro coloro che stanno ai giochi di Donald Trump e di Vladimir Putin; e trovare una voce più forte per unire e mobilitare le forze dell’Ue. A questo proposito, vorrei riportare un suggerimento avanzato dal saggista francese Nicolas Baverez sul Figaro: affidare immediatamente a Mario Draghi la presidenza sia della Commissione europea sia del Consiglio europeo, in modo che possa attuare le raccomandazioni chiave contenute nella sua agenda sulla competitività. E poi va detto che sì, la forza americana è un dato di fatto, ma la sua attuale aggressività non sta rafforzando la sua influenza. Al contrario, poiché il potere americano è sempre stato una combinazione di potenza militare, influenza diplomatica e un certo grado di esemplarità. Ora il suo soft power è in declino: un’opportunità che l’Europa non dovrebbe perdere per espandere il proprio.
Philippe Gélie – Vicedirettore del Figaro ed ex corrispondente da Washington
La prima cosa da tenere presente è che gli Stati Uniti sono un paese unico, mentre l’Europa dipende da come la si definisce. I 27 paesi dell’Unione europea o più di 30 paesi del continente? In entrambi i casi, non si tratta di un unico attore. Il fatto che l’Ue esista e che possa operare come un mercato unico è un risultato straordinario, considerando le differenze tra i vari paesi. Finora l’Europa non ha dovuto posizionarsi come un unico attore in nessun altro ambito se non quello commerciale. E gli europei sono consapevoli che l’Ue è un attore forte in questo campo. Nel corso degli anni sono stati compiuti sforzi in tal senso, ma l’Ue non aveva bisogno di essere un attore politico o di essere forte dal punto di vista geopolitico. Basti pensare che alcuni paesi sono membri della Nato, altri no. Non è una questione di autostima, perché in un mondo che prediligeva l’armonia non è stato necessario essere forti dal punto di vista geopolitico. Non sono state create strutture in tal senso. Questo era il compito della Nato. La Nato è il braccio militare che difende l’Europa ed è un’alleanza con gli Stati Uniti. Ora è evidentemente necessario che l’Europa diventi più forte in ambito geopolitico. Il vantaggio per l’Ue e per l’Europa è che i suoi cittadini vogliono che l’Ue diventi più assertiva e svolga un ruolo più importante anche in ambito geopolitico. Non apprezzano ciò che vedono degli Stati Uniti. Vogliono essere più indipendenti. Vogliono che l’Europa tenga testa agli Stati Uniti.
Cosa si può fare? Stanno accadendo molte cose. Sono state discusse alternative sulla sovranità. C’è un’iniziativa interessante, non nell’Ue ma nel Regno Unito: le banche con sede nel Regno Unito e a Londra stanno discutendo un sistema di pagamento alternativo con sede nel Regno Unito che sarebbe gestito dalle banche britanniche con il sostegno del governo britannico. Questa iniziativa molto interessante mostra quanto rapidamente i governi europei e le entità commerciali stiano iniziando a pensare a come ridurre la dipendenza dei loro paesi e dell’Europa dagli Stati Uniti.
Elisabeth Braw – esperta di sicurezza, fa parte della Transatlantic Security Initiative dell’Atlantic Council. I suoi articoli sono pubblicati sul Guardian, sul Times e su Politico