All’ingresso, dietro al lungo bancone della reception da cui sporge la testa di una ragazza biondina che accoglie con gentilezza senza larghi sorrisi, ci sono gli orologi che segnano le ore di varie città: Pechino, Berlino, Londra, New York. Non c’è l’ora di Mosca. Il 24 febbraio del 2022, quando la Russia aggredì tutta l’Ucraina, puntando il suo esercito verso Kyiv, l’Hotel Ukraina attendeva come tutto il resto del paese. Dopo l’attacco iniziò a svuotarsi, l’ultimo ospite lasciò la sua stanza il 26 febbraio. Poi l’attesa dell’Hotel Ukraina si fece profonda, ogni minuto pesava come fossero ore, perché chiunque conoscesse la struttura sapeva che gli uomini del Cremlino si sarebbero riversati nell’hotel e magari, puntando verso la zona istituzionale di Palazzo Mariinskij, la sede del presidente, avrebbero occupato le stanze dell’albergo come quartier generale. Allora di fronte al grande ingresso vennero messi sacchi di sabbia. Sembrava dovessero rimanere per sempre a bloccare le porte del colosso di Piazza Indipendenza, invece oggi l’ingresso è libero, i segni della guerra sono altri, come il buio, il silenzio in questa struttura che è appartenuta allo stato fino al 2024, quando si decise di venderla per finanziare la resistenza contro il Cremlino.

Si arriva all’Hotel Ukraina percorrendo la strada che dopo il 2014 si chiama Via della Centuria celeste, dedicata ai manifestanti uccisi durante le proteste di Euromaidan. Per arrivare all’albergo si sale, si passa fra le immagini di uomini, donne, giovani, meno giovani. Tutti morti per l’Ucraina libera, nuova, che non segna l’ora di Mosca. E’ curioso, ma quando si parla con chi fece la rivoluzione, con chi era in piazza in quei mesi, spesso si avverte il senso di vittoria: fu una tragedia, morirono in cento, ma vinsero, cacciarono l’uomo del Cremlino, ebbero elezioni libere. Era il primo atto verso una libertà che gli ucraini pagano ancora con il sangue. Di questo sacrificio, l’Hotel Ukraina è stato spettatore, ospedale e carnefice. Nella hall, su cui oggi si stende un tappeto rosso e sono disposte poltroncine morbide, nell’ultimo mese di Euromaidan, il febbraio del 2014, c’era un ospedale. Nei suoi ultimi piani invece, sul tetto a cui oggi non si può accedere perché è uno dei luoghi più sorvegliati della città, erano disposti i cecchini, che sparavano sulla rivoluzione. Nel 2004, quando gli ucraini scesero nella stessa piazza, Piazza Indipendenza, per protestare contro i risultati elettorali che assegnavano la vittoria a Yanukovich, lo stesso uomo del Cremlino con cui avrebbero fatto i conti dieci anni dopo, l’Hotel Ukraina accolse spesso Viktor Yushenko, lo sfidante.
Rifugio e condanna, l’Hotel Ukraina ha l’aria di un edificio fatto a metà. Assomiglia ad altri palazzi di epoca staliniana, come le sette sorelle di Mosca o il Palazzo della Cultura di Varsavia. Ma è come se gli architetti avessero dimenticato qualcosa. Il progetto iniziale prevedeva ventuno piani, ma il Comitato centrale del Partito comunista decise che la struttura dovesse limitare gli eccessi. I piani vennero ridimensionati a quattordici e oggi l’edificio appare come senza testa, come se da un momento all’altro avesse bisogno di un cappello. Quando venne inaugurato, cambiò per sempre il panorama di Kyiv, ma la sua posizione aveva un significato. Il suo nome originario era un messaggio: si chiamava Hotel Moskva, Hotel Mosca, e quel nome era come un occhio puntato sul centro della capitale ucraina e voleva dire che la Russia dominava Kyiv. Potrebbe essere un edificio odiato, rigettato. Potrebbe essere un posto contro cui gli ucraini lottano, come i polacchi contro il Palazzo della Cultura di Varsavia, regalo sgradito di Stalin che i varsaviani circondano con edifici sempre più alti per coprirlo. Invece no, gli ucraini lasciarono l’albergo lì dove era, a buttarlo giù neppure ci pensarono, coprirlo nemmeno gli sfiorò la mente. Gli cambiarono nome: Hotel Ukraina.
La scritta celeste oggi è spenta a causa degli attacchi di Mosca, le finestre illuminate non sono molte. Nelle notti di bombe capita di vedere la guerra che passa sopra al centro della città. Da dentro le stanze sembra di avere gli occhi su Kyiv, di sentire il respiro di Piazza Indipendenza. Si entra in una storia e si ha tutto chiaro: Mosca qui non può entrare.
